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Voucher, quale futuro in caso di abolizione?

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Voucher nuvola

voucherSembra ormai deciso. Il Governo Gentiloni, pur di evitare il referendum sui voucher, è in procinto di varare un decreto che, in sostanza, ci riporterà indietro nel tempo quando nessuno li conosceva, nessuno sapeva cosa fossero e nessuno li utilizzava. Sembra questa la grande soluzione per scongiurare le urne, un vero e proprio “ritorno al futuro” datato Legge Biagi 2003.

Voucher, dal ridimensionamento alla cancellazione

L’Esecutivo, sotto assedio da mesi sulla questione e spinto soprattutto dall’azione della CGIL e delle opposizioni, intende ridimensionare il corrente utilizzo dei voucher prevedendoli principalmente nell’ambito familiare con importi minori (massimo 5000 euro annuali contro gli attuali 7000), utilizzabile, forse, solo per determinate categorie di cittadini (studenti, pensionati e immigrati), limitatamente ad alcune attività (baby sitter, colf, giardinaggio) e, solamente in qualche caso residuo, nella pubblica amministrazione (ad esempio, emergenze e manifestazioni straordinarie). Al contrario, si profila una cancellazione totale e definitiva per quanto riguarda le aziende, anche per le micro-imprese senza dipendenti. Insomma, da quanto emerge i voucher sembrano destinati a tornare ad essere quello che erano alcuni anni, ossia uno strumento inutile. I recenti dati dell’INPS hanno indicato negli ultimi anni un aumento vertiginoso dell’uso dei voucher, soprattutto a partire dal 2013. Eppure se ci soffermiamo a leggerli con attenzione, scopriamo che questi voucher coprono soltanto il 3% del mercato del lavoro e riscontriamo che vengono incassati  per il 70%  circa da lavoratori già regolarmente occupati, soprattutto part-time (30%), da pensionati (9%) o lavoratori in Naspi (26%)  e persino da dipendenti pubblici e professionisti (7%) per valori medi non superiori a 240 euro a persona. Si tratta quindi, almeno dal punto di vista economico, di attività davvero marginali e occasionali. Eppure sono diventati un “mostro”, un qualcosa da eliminare ricorrendo a un Referendum e un  qualcosa che per molti è soltanto schiavismo e null’altro.

Tutti contro i voucher!

Insomma ovunque si grida con forza “no ai Voucher” ma, al fondo, non si capisce bene la ragione. Si accusa pesantemente l’uso indiscriminato dei voucher, le distorsioni, le situazioni paradossali,  e sicuramente tutto ciò è avvenuto in parte, ma che ha senso gettare l’acqua sporca con tutto il bambino?. Se andiamo bene a vedere, spesso anche i part-time risultano “taroccati” per il 70% circa nei settori del commercio-turismo (contratti per 20 ore settimanali mentre nella realtà si lavora per più di 40 ore) eppure nessuno si sogna di eliminare il part-time perché vi sono difformità o abusi. Anche i tirocini/stage sono in costante crescita eppure non pensiamo di abolirli e quante badanti sono regolarizzate solo per un terzo del loro tempo e quante vengono sottopagate? Quante finte partite Iva ci sono in giro? Insomma questa smania di eliminare i voucher perché troppo utilizzati è davvero sorprendente e, a leggerla bene, sembra essere la soluzione migliore per far riemergere un passato fatto di mancanza di regole perché, quando si chiede di regolarizzare con un contratto di lavoro dipendente anche il lavoro di una sera al pub, questo vuol dire spingere inevitabilmente all’uso del sommerso! È bene ricordare che il voucher è nato come strumento per agevolare alcune attività marginali (ricordiamo che un committente azienda non può erogare nell’anno più di 2000 euro in voucher e il lavoratore può incassarne al massimo 7000) che, per loro natura, non possono essere ricondotti in lavori fissi e dipendenti in relazione alla brevità o marginalità del lavoro stesso, attività che, precedentemente, venivano pagate con il vecchio sistema del “nero” che, se passasse l’abolizione tramite referendum, riemergerà probabilmente in maniera maggiore e selvaggia. Insomma, il grande “successo” dei voucher dovrebbe far riflettere meglio tutti quanti prima di arrivare alla conclusione semplicistica di abolirli e chiedersi, in realtà, cosa potrebbe accadere dopo e come verranno sostituiti.

Voucher, “ritorno al futuro”?

Davvero ci si illude che le piccole imprese possono assumere tutti? Davvero ci si illude che i vari ristoranti, negozi e bar colmino gli incrementi di lavoro nei week-end attraverso assunzioni con contratti di lavoro dipendente? E i lavori di piccole consegne a domicilio, i volantinaggi, i promoter nei centri commerciali come verranno regolarizzati? Come verranno pagati? La stessa CGIL, che ha utilizzato i voucher in alcune situazioni, cosa farà? Utilizzare un pensionato sarà ancora possibile? E un lavoratore in disoccupazione potrà arrotondare le sue entrate senza perdere il diritto all’indennità? (queste figure oggi possono avere in voucher 3000 euro e percepire anche la disoccupazione). Quali strumenti saranno lasciati  a disposizione se non il ricorso al vecchio e caro “nero”? Non dimentichiamo che il Jobs Act ha eliminato in un solo colpo il contratto a progetto perché identificato come “simbolo della precarietà”, quel che resta dei vecchi co.co.co è stato ridimensionato a tal punto da renderlo di difficile attuazione, il contratto intermittente o a chiamata è stato modificato diventando uno strumento troppo farraginoso e complicato oltre ad avere molte limitazioni, è sparito il job-sharing (poco utilizzato in effetti) ed è scomparsa del tutto  l’associazione in partecipazione per prestazioni di lavoro. Insomma si è cercato di eliminare tutto quello che aveva sentore di precarietà per spingere il contratto di lavoro subordinato, soprattutto nella sua versione di contratto a tempo indeterminato, eppure sarebbe bene rendersi conto che questo non può bastare e non può comprendere l’intero panorama del mondo del Lavoro! Il successo dei voucher deve essere valutato decisamente meglio e che non si gridi soltanto no. Forse tutti ne hanno apprezzato la semplicità, la  flessibilità, la possibilità di regolare rapporti di lavoro brevi e spesso inusuali. Si è rivelato uno strumento utile e di successo perché a tutti è sembrato pratico ed efficace: i numeri sono lì a dimostrarlo, quando mai qualcosa che funziona dev’essere abolito? Se funziona potrebbe voler dire che il mercato del lavoro ne ha bisogno, vuol dire che è uno strumento considerato dagli operatori realmente valido e se si chiede la sua abolizione senza una prospettiva futura non si sta forse commettendo uno sbaglio maggiore? Se non si offre qualcosa in cambio cosa succederà? Dopo la “morte” dei voucher dunque, cosa ci sarà? Nessuno sembra averci pensato. Lavorare con i voucher non è e non potrà mai essere un lavoro “stabile” e nessuno lo ha mai concepito in tal modo; è solo un’opportunità provvisoria, minima, marginale, offerta in maniera lecita a persone che, in sua assenza, dovevano rinunciare a lavorare o erano costrette a farlo in nero. È una possibilità che deve essere certamente verificata e controllata, dev’essere sottoposta a regole ferree di comunicazione (le nuove norme di tracciabilità rendono gli abusi molto difficili) ma che lega il suo successo proprio alla “semplicità” e alla rapidità dell’uso, alla facilità e libertà delle parti di accedervi. Abolirlo sarà come riportare indietro le lancette del tempo e non servirà certamente a creare nuove occasioni di lavoro per le persone.

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