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Aloidendron barberae (Aloe barberae) la più grande specie di Aloe

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Luciano Zambianchi su Aloe barberae o Aloe barberae

Chi ha letto il mio libro sulle Aloe sa che il genere raggruppa specie che (da adulte) vanno da pochi centimetri a oltre 20 metri di altezza. Sicuramente la specie più grande tra le Aloe è l’Aloe barberae, quella che oggi è chiamata Aloidendron barberae. Negli anni Trenta del secolo scorso il massimo esperto di Aloe, Gilbert Westacot Reynolds, nel suo monumentale lavoro, definiva Aloidendron uno dei gruppi in cui erano state divise tutte le specie di Aloe. Il suffisso “dendron”, usato in molti generi vegetali, significa “albero”, in pratica il nuovo nome del genere vuol dire “Aloe ad albero”. Sempre Reynolds, che chiama la pianta Aloe bainesii, ha riportato nei suoi libri la lettera inviata nel 1873 dall’esploratore Thomas Baines al direttore del Royal Botanical Garden, nella quale descriveva e ritraeva in un dipinto esemplari di questa specie.Aloe barberae radice

Caratteristiche dell’Aloidendron barberaeAloe barberae

  • La Aloidendron barberae è una pianta che (coltivata in vaso) sulla nostra terrazza ha superato i 7 metri di altezza, con un tronco di quasi 40 centimetri alla base; in natura alcuni esemplari della specie raggiungono i 22 metri di altezza e hanno alla base del tronco un diametro superiore ai due metri.
  • Le radici dell’Aloidendron barberae sono forti e incontenibili, negli orti botanici viene tenuta in vaso, oppure inserita in pietraie o tra rocce capaci di bloccarne le radici.
  • Il tronco inizialmente liscio, si corruga e diventa grigiastro quando cresce. All’altezza di quattro metri dicotomizza (si divide in due) e in questo modo diventa una vera chioma con poche foglie alla sommità di ogni ramo.
  • Le foglie, fino a 20 per ogni ramo, sono dure e lunghe fino a un metro e con una larghezza (all’attacco del ramo) fino a 10 centimetri, sono di colore verde scuro, canalate e ricurve. Le foglie vecchie o secche non restano sul tronco, ma cadono staccandosi da sole, lasciando un piccolo segno sul tronco. La base della foglia abbraccia il ramo sovrapponendosi in parte alla foglia successiva (amplessicaule – imbricata).
  • I margini della foglia sono coperte di spine bianco-rosate lunghe 2 – 4 millimetri e distanti 10 – 20 millimetri, frequentemente non sono uniformemente distribuite.
  • La fioritura dell’Aloidendron barberae di solito di colore rosa, arancione o rosso, è divisa in tre o più racemi cilindrici orientati verticalmente, non troppo lunghi (arrivano fino a 50 centimetri). Ogni fiore ha la punta verdastra.
  • In natura la pianta fiorisce alla fine della stagione delle piogge, mentre in Italia non ne ho mai visto una fiorita.
  • La pianta, di origine sudafricana, è distribuita dalla provincia del Capo alla est-Africa portoghese.
Luciano Zambianchi e la sua Aloe barberae

I nomi cambiano da Aloe bainesii ad Aloidendreon barberae

Quando nel 2013 ho scritto il volume “Le mie prime venti Aloe” già coltivavo da tempo quella che all’epoca veniva chiamata Aloe bainesii, ma per diversi motivi preferii escluderla (assieme a tante altre che coltivavo) da quelle elencate e descritte nel mio libro. La principale ragione dell’esclusione stava nel fatto che prima di raccontarvi qualche cosa di lei volevo vederla fiorire, un’altra ragione era la dimensione della specie che anche crescendo in vaso non è alla portata della maggior parte dei coltivatori, ma parliamo del nome. Proprio nel 2013 all’Aloe bainesi venne cambiato il nome in quello attuale di Aloidendron barberae: per la parte relativa al nome generico (Aloidendron) ho già anticipato il significato, per il nome della specie invece il cambiamento è legato alla storia della scoperta della pianta, e ve la riassumo. Il nome è in onore di una straordinaria donna di due secoli fa: Mary Elizabeth Barber (ma il nome da ragazza era Mary Elizabeth Bowker) che, nata in Inghilterra nel 1818, venne portata in Sud Africa, grazie alla politica colonialista inglese del 1820 che regalava 100 acri di terra (circa 4000 metri quadrati) a ogni uomo di 18 anni. La sua era una famiglia numerosa (undici fratelli) e il padre, che in inghilterra era allevatore di pecore, ottenne un buon appezzamento di terreno dove, tra le altre cose, costruì una scuola per i suoi figli. Mary Elizabeth quindi non frequentò un corso regolare di studi, ma studiò in casa, incominciando fin da piccola ad interessarsi alla flora e alla fauna del Sud Africa; giovanissima divenne corrispondente per diversi scienziati inglesi e per il Royal Botanical Garden (Kew), nonché scienziata riconosciuta e accettata dalle esclusive associazioni internazionali (che all’epoca non ammettevano donne). Era anche una scrittrice e una discreta pittrice e questo le permise di eccellere illustrando con i suoi disegni le sue “scoperte” scientifiche. Nel 1873 inviò, dalla regione del Transkey (dove teneva la sua collezione botanica) al Kew, la descrizione e parti di un’Aloe che aveva osservato. Il direttore, Sir William Turner Thiselton-Dyer (nel 1874), verificata la originalità della specie, la chiamò Aloe barberae in onore della sua scopritrice. Tuttavia, sempre nel 1873, un altro viaggiatore e disegnatore, Thomas Baines, inviò (sempre al Kew) la descrizione di una pianta che aveva scop

germoglio Aloe barberae

erto molto più a nord, e il direttore del Kew la chiamò Aloe Bainesii. Per tanti anni la specie venne chiamata così, solo nel 2013 con la revisione del genere supportata anche da analisi genetiche, si riconobbe che le due piante descritte erano della stessa specie e quindi, secondo le regole internazionali, venne loro attribuito il nome di Aloidendreon barberae.

Alcune esperienze personali

Il mio esemplare proviene da una talea che mi regalò nel 1990 un allevatore napoletano, il signor Vaino. Quando tornai a casa (a Roma) io dimenticai la talea in un vaso senza terra, era in un angolo asciutto e riparato, ma ci rimase ben due anni. Quando mi sono ricordato della talea questa rassomigliava a un gambo di asparago di 4 centimetri di diametro e lungo 30 centimetri. Messo in terra questo gambo ha raggiunto il metro di altezza in un anno. Ho provveduto a rinvasare l’esemplare, ogni volta aumentando le dimensioni del vaso, ora si trova in un vaso di 80 centimetri di diametro, dagli ultimi due rinvasi ho lasciato la pianta in terrazza sotto un potente argano, in questo modo ho potuto sollevarla facilmente e cambiare vaso. L’esemplare, molto bello e imponente, aveva raggiunto I sette metri e stava dicotomizzando una seconda volta, quando la gelata di fine febbraio 2018 ha fatto morire molte delle sue foglie. Solo ora la pianta si è sicuramente ripresa e ha incominciato a far uscire, da molte parti del tronco, nuovi rami. È come se il gelo avesse risvegliato le cellule meristematiche che hanno iniziato, tutte insieme, a produrre rami, non so ancora dirvi come andrà a finire, ma il fenomeno è inconsueto, curioso e interessante. La letteratura, basata sull’esperienza diretta dei coltivatori, dichiara che la specie non sopporta il freddo e il gelo, forse il mio esemplare, che ha superato i 20 anni e ha subito un trauma giovanile, ha acquisito una super resistenza al gelo. Staremo a vedere!

Aloe barberae neve
Aloe barberae dopo la nevicata a Roma, 2018
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Luciano Zambianchi
Dopo aver chiuso alcune delle mie vite precedenti, quella sindacale (da Presidente FIARC Confesercenti a Roma), quella politica (membro effettivo Commissione Centrale Ruoli presso il Ministero del Lavoro), quella da redattore e autore nel mondo della carta stampata (Acquari & Natura, L’acquario ideale, Le mie prime venti Aloe, Piante Grasse), quella da tecnologo nell’elettronica industriale, quella da segretario nazionale dell’Associazione Italiana Amatori delle piante Succulente (AIAS), quella da libraio (Einaudi) a San Lorenzo a Roma, quella di formatore e consulente (master PNL), finalmente da alcuni anni posso dedicarmi alle mie passioni: lo studio e il restauro di orologi antichi (con lavori citati anche in Wikipedia), l’allevamento e lo studio di tartarughe terrestri, la coltivazione di qualche centinaio di piante, la partecipazione alle attività di associazioni naturaliste scientifiche (ERPISA, bibliotecario SRSN), l’alfabetizzazione del WEB con la lotta alle bufale e alle “credenze” prive di ogni fondamento che imperversano in rete, oltre allo studio e alla diffusione della cultura ambientale. luciano@einaudiroma.it

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