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Pane amore e Sanremo

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Sanremo 1951

Anche quest’anno il Festival di Sanremo è passato. Abbiamo aspettato qualche giorno prima di tirare qualche conclusione e non possiamo esimerci dal dedicargli le classiche due righe. Che poi, perché ce l’hanno tutti con Sanremo? Da dove nasce quest’avversione, questo guardare e storcere il naso davanti alla più grande manifestazione canora della musica leggera italiana? Cominciamo dal principio, da dov’è giusto cominciare: dalla sua storia.

Al principio fu “Sanremo”

Era il 1951 quando al casinò di Sanremo si organizza il primo Festival della musica leggera. Altri tentativi erano stati fatti prima, nel 1931 e nel 1948, con altre prospettive e con scarsissimi risultati. Quella volta, invece, il festival sanremese vide la partecipazione di più di duecento editori musicali, con altrettante canzoni in gara. Le finaliste furono venti e vennero interpretate da tre cantanti, tra cui spiccò Nilla Pizzi, vincitrice della prima edizione con Grazie dei fiori. Nilla, che non se le lasciava scappare, vinse anche la seconda edizione del festival, aggiudicandosi tutto il podio, un record che resta ancora imbattuto. Il Festival cominciò a crescere e nel 1955 la RAI iniziò a riprendere la finale, andando in eurovisione e in differita in paesi come la Polonia e il Giappone. Inviati sovietici sedevano tra le file, il Festival cominciava a diventare veramente internazionale. Nel 1957 ci fu un boom di partecipazioni in quanto l’anno precedente erano state aperte le porte agli esordienti. Detto così, sembra assurdo ma oltre quattromila sconosciuti vollero partecipare e Sanremo divenne un festival di musica indipendente. L’apertura al nuovo dà la possibilità di emergere a dei veri e propri mostri della cultura pop italiana: Gaber, Celentano, Little Tony, Umberto Bindi sono tutti figli delle nuove proposte e si affiancano a nomi come Modugno e Claudio Villa che, insieme alla Pizzi, vanta il maggior numero di vittorie sul palco del casinò di Sanremo. Siamo negli anni Sessanta e il Festival va forte, con le sue imprecisioni, i suoi ritardi e i suoi compromessi. Le case discografiche presero in pugno la situazione e, d’ora in avanti, saranno loro a decidere chi va e chi non va. Specchio di una società illusa da una crescita perenne, Sanremo riuscì a incarnare lo spirito del tempo e diventò palcoscenico non solo delle stelle fisse e delle comete del momento ma anche delle vicende politiche del paese, diviso tra don Camillo e Peppone, scudocrociato e falce e martello. E lui, il Festival, è già l’emblema di un certo modo di vivere, una classe sociale e un pensiero politico. Nel corso di un decennio, quello che era una semplice competizione canora, divenne a suo modo lo zeitgeist dell’Italia media, in preda al boom economico di frigoriferi, Fiat 500 e televisori presi a rate.

The dark side of Sanremo

Il Festival funzionava. Checché se ne dicesse, funzionava anche quando la RAI non volle riprendere la finale con Bobby Solo od oscura lo sketch con Tognazzi e Vianello, rei di aver fatto umorismo sul Capo di Stato. E poi ci furono dei momenti in cui persino i riflettori si spostarono perché lo show deve andare avanti perché non tutto fa brodo. Era il 1967 e nella camera 219 dell’Hotel Savoy, il cantautore piemontese Luigi Tenco venne trovato senza vita, un colpo alla testa. Suicidio si disse, ma le indagini furono svolte rapidamente perché era troppo persino per il Festival, troppo da sopportare, troppo per fare finta di sorridere ancora. Una delle storie più confuse e ricamate d’Italia, degna di essere annoverata fra i tanti misteri del nostro paese. Ma Sanremo doveva continuare e tutto doveva andare come doveva andare. Potrebbe essere che qualcosa si ruppe proprio lì, con quel colpo di pistola? Lo stesso Tenco recriminava quell’aurea, o meglio quell’aureola che tutto ammantava, che sceglieva la canzonetta alla sperimentazione. Ma del resto come dice il nome stesso, è della musica leggera che si vuole parlare e leggeri si vuole stare. Arrivano gli anni ‘70 e il Festival comincia ad accusare un po’ di stanchezza. Nel 1969 la coppia Fo-Rame presentò un Controfestival per denunciare lo spirito borghese e perbenista. Interessante azione di boicottaggio dove tutto, dal presentatore imbrillantinato, alle papere delle soubrettes venne preso in giro. Ma niente parve scalfire le mura di quel castello sanremese che, al contrario, vide forse in questa caricatura l’affermazione del suo nome come tempio della musica italiana.

Perché Sanremo è Sanremo

Nel bene o nel male, questo Festival ha sempre dato modo di far parlare di sé. Famoso il testa a testa tra Pippo Baudo e Mike Bongiorno, rispettivamente con tredici e undici edizioni presentate ma ci sono stati anche Cecchetto, Bonolis, Fazio e Chiambretti. Ha sfilato Beppe Grillo con i suoi interventi prima di darsi alla politica e l’edizione con Benigni che ne fece qualcosa di politico. Artisti sconosciuti che sono rimasti tali, artisti bambini che sono diventati adulti in quel bailamme, come Laura Pausini ed Eros Ramazzotti. E come Anna Tatangelo che vinse a soli quindici anni. Con quella di quest’anno siamo arrivati alla sessantasettesima edizione e puntualmente è stato accompagnato dalle solite polemiche. Forse l’avversione che alcuni provano è più un capriccio, come quando si dice di no alla mamma. Ma, a cinquant’anni dalla morte di Luigi Tenco, sarebbe forse stato bene ricordarlo con un pensiero che rimane tristemente legato a quell’ edizione del Festival, che lui non capiva ma a cui cercava in fondo di piacere, simbolo di un altro modo di pensare la musica e che, volenti o nolenti, s’incontra e si scontra anche con il palco fiorito dell’Ariston di Sanremo.

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