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La collezione degli orologi del palazzo del Quirinale

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Orologi del Quirinale

Molti, parlando degli orologi presenti nel palazzo del Quirinale, li identificano come una collezione: ho parlato di questo con i due orologiai ufficiali, Stefano Valbonesi e Fabrizio Geronimo, responsabili della cura e del mantenimento degli orologi del Palazzo. Anche secondo loro non possiamo parlare di una collezione, con un tema e un obiettivo storico culturale unitario. Stefano, come ho già avuto occasione di dire, è figlio d’arte, ma anche Fabrizio Geronimo ha l’arte orologiera nel sangue, infatti suo padre ha lavorato per quarant’anni proprio nel laboratorio del Quirinale. Entrambi si sono specializzati grazie agli esemplari del Palazzo e sono conosciuti come i massimi esperti italiani delle pendole dei secoli tra il XVII e il XIX, entrambi conoscono la provenienza di ogni singolo meccanismo, ma non sono i conservatori di una collezione, il loro lavoro li porta ad occuparsi con grande competenza del mantenimento e del buon funzionamento degli orologi del Quirinale.  

Sia Stefano che Fabrizio, nel loro laboratorio essenziale, sono in grado di realizzare, grazie alla loro esperienza, gran parte delle parti logorate dei movimenti. 

L’attività del laboratorio di orologeria è a rischio

Purtroppo, per quanto riguarda il lavoro necessario a “mantenere in forma” gli orologi del Palazzo, ho saputo che Stefano Valbonesi tra qualche giorno sarà ufficialmente in pensione (grazie ai suoi quarant’anni di attività e al fatto di aver superato i sessanta anni), ma tra pochi anni toccherà anche a Fabrizio Geronimo che ha già accumulato trentotto anni di attività lavorativa. Sicuramente l’Amministrazione sta predisponendo un piano operativo per far sì che questa così importante capacità tecnica e culturale che è riassunta nelle figure dei due orologiai non vada persa.

Ho già parlato della specificità del Palazzo che non è un museo, ma che contiene oltre 57.000 beni artistici. Per gestire la conservazione molte sono state le novità introdotte nell’ultimo decennio. Chi ha visitato il Palazzo avrà notato i molti strumenti per rilevare i dati sull’umidità e la temperatura, ma anche questo è considerato insufficiente dai critici. 

Per gli orologi meccanici purtroppo non c’è una soluzione che ne garantisca la durata, i meccanismi non usati sono irrimediabilmente destinati a rompersi, ma anche usandoli il loro destino è incerto. Uno dei miei saggi amici diceva sempre di considerare che per ogni meccanismo non dobbiamo chiederci se si romperà o meno, ma solo “quando” si romperà.   Anche nei musei svizzeri i movimenti vengono periodicamente fatti funzionare, ma questo non basta a garantire la durata degli orologi esposti, ne allunga solo la vita.

Collezioni tra musei e privati

I nostri “Super Orologiai” grazie alla loro competenza sono corteggiati dai principali collezionisti italiani ed europei; è proprio da loro due che ho conosciuto i nomi dei maggiori collezionisti italiani. Io mi fermavo alle collezioni conservate nei musei, ad esempio quella del Museo Poldi Pezzoli, che a mio parere è da considerare, grazie ai suoi circa 500 orologi antichi, una delle più importanti collezioni museale italiana, con pezzi artistici e di pregio, degni rappresentanti della storia dell’orologeria. Quella è una collezione, con un suo progetto estetico e culturale; in realtà nel Museo Poldi Pezzoli i più rappresentati sono gli orologi personali, poche sono le pendole o gli orologi da torre o i meccanismi con automi. Nel mondo ogni grande marchio storico ha il suo museo dove sono esposti i capolavori nella storia della produzione. In Italia alcune fabbriche di grandi movimenti, specialmente di orologi da torre, hanno raccolto in musei locali centinaia di pezzi antichi e li hanno restaurati. Sempre in Italia il Museo dell’Orologeria Pesarina (Pesariis, UD) raccoglie la storia delle attività dei produttori di orologi della zona, che vanta una grande tradizione, ma le grandi collezioni sono, come spesso accade, quelle raccolte da ricchi privati che tengono protetti nelle loro stanze esemplari veramente importanti. In Svizzera a La Chaux-de-Fonds c’è il Musée international d’horlogerie che, con oltre 4500 pezzi, è una grande attrazione turistica nazionale e rappresenta veramente la storia dell’orologeria, ma vi prego di considerare che quando parliamo di musei e di opere d’arte non è solo la quantità dei pezzi esposti a determinarne il valore. Al Quirinale sono molti i pezzi unici originali che si possono ammirare e che mostrano l’ingegno dei produttori associato alla maestria degli incisori e dei cesellatori che ne hanno prodotto le casse o i contenitori. Per fare un confronto: al Museo della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano è esposta la riproduzione realizzata nel 1963 da Luigi Pippa dell’orologio planetario di Giovanni Dondi (1330 – 1388), anche se è solo una riproduzione l’orologio è diventato un’attrazione turistica e una curiosità. Vi confesso che anche conoscendone le funzioni sono stato in grado di leggere solo i quadranti più semplici, pensate a un computer in grado di indicare l’ora esatta dell’alba e del tramonto, il giorno della settimana e il mese, ma anche le feste religiose, e il nome del santo del giorno, oltre alla posizione dei pianeti, del Sole e della Luna. Per un computer non sarebbe una grande cosa, ma considerate che tutto è stato realizzato meccanicamente prima del 1400.

Gli orologi del Quirinale

Dal XIV al XVI secolo gli orologiai erano dei personaggi eclettici che, come i grandi artisti e gli architetti, erano corteggiati dai principi locali, che li pagavano tantissimo per avere il pezzo unico. Un esempio per tutti è Gianello Torriani o Torresani, nato a Cremona nel 1500 e morto a Toledo il 13 giugno del 1585. Gianello, o Juanelo (come lo chiamavano a Toledo) era un matematico, ma anche un fabbro e un orologiaio. Proprio come orologiaio venne chiamato a corte nel 1545 dall’imperatore Carlo V che a Milano cercava un maestro orologiaio in grado di riparare l’astrario di Giovanni Dondi dall’orologio. Giovanni Dondi, il creatore dell’astrario, era figlio d’arte: uno scienziato, ma anche un poeta e un orologiaio che all’università di Padova insegnava (intorno al 1360) astronomia e matematica, ma anche filosofia e medicina. In quel periodo nel mondo erano molti i grandi scienziati come lui ad interessarsi di orologeria. Trent’anni prima (1336) era morto colui che gli inglesi chiamavano “l’orologiaio di Dio”, Richard di Wallingford, autore di un orologio astronomico purtroppo andato perduto, che interessò moltissimo Leonardo da Vinci che ne studiò e ne migliorò lo scappamento.

Tornando al Torresani, su richiesta dell’imperatore costruì il primo orologio astronomico portatile, grazie al movimento mosso da molle e non da pesi, il “Reloj Grande del’Emperador”, con ben otto quadranti sui quali era possibile leggere, oltre all’ora, la posizione delle stelle fisse, del Sole, della Luna, ma anche di Marte, Giove, Saturno, Venere e Mercurio, il calendario annuale, con la durata del dì e della notte, la precessione degli equinozi. L’orologio, in ottone dorato, era largo 60 centimetri e conteneva “solo” 1.800 ingranaggi. Per progettarlo il Torresani impiegò vent’anni e per realizzarlo solo tre, questo perché aveva inventato una macchina in grado di realizzare ingranaggi miniaturizzati. Per il suo lavoro venne premiato dall’imperatore con un appannaggio a vita di 100 scudi d’oro all’anno. Rimasto a servizio della corte imperiale, Gianello Torresani realizzò a Toledo il meccanismo che ancora oggi i turisti vanno ad ammirare: “el Artificio de Juanelo”, un complesso sistema meccanico, sul principio dei mulini, che sollevava con regolarità l’acqua del fiume Tago fino alla fortezza dell’Alcázar nella parte alta della città, un sistema lungo circa 300 metri che superava un dislivello di oltre 100 metri. Filippo II di Spagna, per trattenerlo a corte, gli raddoppiò e rese ereditario suo il vitalizio.  Spero, con questa storia, di non aver creato invidie con altri dipendenti del Palazzo. Oggi la figura dell’orologiaio non è più considerata così importante, all’epoca i funzionari di corte non chiedevano certo agli orologiai di corte di sostituire la catena rotta dei propri orologi da tasca (non esistevano ancora i cinturini e nemmeno le batterie). Soprattutto non c’erano giornalisti velenosi a calunniare il lavoro di un artista come il Torresani. Certamente non è possibile paragonare artisti del passato con i grandi tecnici di oggi, ma la competenza degli attuali orologiai è enorme, e spero di potervela dimostrare nei miei prossimi articoli.

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Dopo aver chiuso alcune delle mie vite precedenti, quella sindacale (da Presidente FIARC Confesercenti a Roma), quella politica (membro effettivo Commissione Centrale Ruoli presso il Ministero del Lavoro), quella da redattore e autore nel mondo della carta stampata (Acquari & Natura, L’acquario ideale, Le mie prime venti Aloe, Piante Grasse), quella da tecnologo nell’elettronica industriale, quella da segretario nazionale dell’Associazione Italiana Amatori delle piante Succulente (AIAS), quella da libraio (Einaudi) a San Lorenzo a Roma, quella di formatore e consulente (master PNL), finalmente da alcuni anni posso dedicarmi alle mie passioni: lo studio e il restauro di orologi antichi (con lavori citati anche in Wikipedia), l’allevamento e lo studio di tartarughe terrestri, la coltivazione di qualche centinaio di piante, la partecipazione alle attività di associazioni naturaliste scientifiche (ERPISA, bibliotecario SRSN), l’alfabetizzazione del WEB con la lotta alle bufale e alle “credenze” prive di ogni fondamento che imperversano in rete, oltre allo studio e alla diffusione della cultura ambientale. luciano@einaudiroma.it

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