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    Coltivare ortaggi in balcone nuoce gravemente alla salute

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    coltivare ortaggi in balcone

    Una parola di chiarezza sui pericoli che corre chi pensa di coltivare ortaggi e frutta nelle terrazze condominiali e nei balconi di casa, soprattutto se pensa di farlo senza una specifica preparazione. Il mio consiglio è quello di non rischiare, o almeno di fare qualche conto su vantaggi e svantaggi dell’impresa.

    Questa estate sono stati più del solito gli amici che mi hanno invitato a mangiare i prodotti dei loro orti, realizzati nei giardinetti condominiali o sulle terrazze (quelli che una volta si chiamavano “orti di guerra”). Tutti erano molto entusiasti dei loro risultati, al punto da esaltarne gli aromi e i sapori, a loro dire unici. Per cortesia, ma soprattutto per non dare dispiaceri agli amici, pur evitando l’ipocrisia sono stato diplomatico: senza dire bugie, ho apprezzato il privilegio che mi concedevano, offrendomi una cosa coltivata da loro e ho evitato di sperticarmi in lodi spesso immeritate. Purtroppo i risultati erano proporzionati a quanto ci si può aspettare da piantine coltivate in vaso o in piccole aiuole, senza concimi chimici che, a quanto dicono i miei amici coltivatori, sono i diretti responsabili dell’inquinamento chimico dell’ambiente e della mancanza di sapore dei prodotti in vendita nei supermercati. Tutto sarebbe finito lì, ed io non vi avrei tediato con questo articoletto, se non avessi subìto ulteriori provocazioni.

    La settimana scorsa ho ricevuto la telefonata di un mio fornitore di cose botaniche che mi annunciava che, già dal prossimo anno, avrei potuto portare in detrazione fiscale parte del costo per le piante ed il materiale acquistato entro dicembre. Questa mattina in uno dei programmi televisivi che seguo con piacere, “Tutta salute”, interessante anche per la presenza di Michele Mirabella, uno dei pochi conduttori capaci di parlare in italiano e di raccontare le storie che stanno dietro ai termini che normalmente usiamo, ho ascoltato una nutrizionista e un responsabile della Confagricoltori lodare i prodotti coltivati negli orti cittadini, a loro dire quelli a chilometro zero. Questo fenomeno è secondo me troppo pubblicizzato in televisione, ma anche nel WEB, dove sono disponibili anche le immagini degli orti in cui i cittadini coltivavano quel che potevano negli anni Quaranta; ma attenzione, ricordate che quegli orti erano dettati dalla necessità, non avanguardie di movimenti filoagricoli per il ritorno alla terra.

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    Coltivare ortaggi in terrazza: un metodo ecologicamente insostenibile, utile per avvelenarsi 

    Purtroppo, come ogni “moda”, il fenomeno di coltivare ortaggi in balcone sta sfuggendo di mano anche agli organizzatori, e sta assumendo dimensioni impreviste, al punto che i produttori di materiale agricolo incominciano ad interessarsene come a un serio mercato: oggi va il “biologico” e il “chilometro zero”, ed ecco che coltivare direttamente quello che si mangia sembra essere la risposta ideale a entrambe le esigenze. Se avete pazienza spiegherò cosa vuol dire “sembra”, premetto che personalmente sono per la coltivazione biologica, o almeno per la coltivazione integrata, purtroppo l’inquinamento dei terreni e dell’aria non permettono delle sostanziali differenze tra i prodotti ottenuti con coltivazione biologica, rispetto agli altri.

    Anni fa, uno dei docenti della cattedra di chimica organica alla “Sapienza”, il professor Giancarlo Sleiter, fece preparare dei campioni di alimenti freschi provenienti da diversi fornitori: acquistati nei mercati di quartiere (prodotti dichiarati biologici), nei supermercati collocati nei centri commerciali (senza indicazioni sul tipo di coltivazione), nei mercatini dei produttori diretti. Questi campioni vennero analizzati senza indicazioni sulla loro provenienza, e purtroppo tutti contenevano pesticidi ed inquinanti in quantità che poco si discostavano tra loro. Quando alcuni di noi chiesero al professore: “Ma allora non serve acquistare prodotti biologici?” Lui rispose: “È importante acquistare biologico! Quando la maggioranza della produzione sarà biologica potremo sicuramente vivere meglio e anche gli inquinanti saranno ridotti sensibilmente”.

    Veniamo ad oggi, coltivare piante per uso commestibile in ambienti saturi di polveri sottili, particolati e gas vari, vuol dire produrre alimenti tossici, e rischiare l’avvelenamento. Per anni abbiamo visto che le lenzuola bianche esposte all’aria di città diventavano nere: la polvere dei freni, della gomma, assieme ai gas di scarico non sono certo un gran concime! Un altro problema è legato all’irrigazione, nei due articoli “Coltivare le piante con la tecnica idroponica” e “Coltivare le piante con la tecnica aeroponica” ho parlato di metodologie sostenibili di produzione, ma in ambienti protetti (serre), e con attrezzature che tengano sotto controllo le energie e le quantità di acqua in gioco.

    Un orto ha bisogno di grandi quantità di acqua, nel 2017 l’estate siccitosa ci ha fatto sperimentare cosa vuol dire; anche gli alberi da frutta hanno bisogno di molta acqua. Ci sono delle tabelle che danno la misura di quanta acqua serve per produrre gli alimenti, riporto solo alcuni dei prodotti facilmente coltivabili anche in terrazzo. Per esempio il noce che coltivo in vaso ha bisogno di 8000 litri d’acqua per produrre un chilo di noci. Le 57 noci che ho raccolto quest’anno mi hanno permesso di realizzare il nocino e le altre cose che ho presentato nell’articolo “Nocino, Nociato, Noci sotto spirito, le ricette di zia Seconda”, ma consumando così tanta acqua (quasi tutta proveniente dall’acquedotto) sono stato ecologicamente scorretto! Quasi tutta la frutta (mele pere, uva, ecc.) ha bisogno di circa 1000 litri d’acqua per chilo, per l’insalata bastano 350 litri per chilo. Oltre alla insostenibilità per l’ambiente, questi consumi rappresentano anche un costo. Gli orti di “necessità” degli anni Quaranta utilizzavano l’acqua delle fontane pubbliche, per fortuna oggi questo non è possibile.

    Siamo molto attenti ai luoghi di provenienza dei prodotti che mangiamo, rifiutiamo giustamente quelli che provengono da Paesi dove l’inquinamento è forte e non ci sono regolamenti seri per l’uso dei presidi fitosanitari, e poi siamo disposti a spendere un sacco di soldi per comprare prodotti (a chilometro zero?) che nella zona est di Roma è possibile vedere in coltivazione intorno alle rive dell’Aniene o sotto i ponti delle principali arterie autostradali, e annaffiati con l’acqua di falde idriche spesso inquinate e prive di controlli: non mi pare una strategia molto saggia per consumare prodotti più salubri! Altro discorso è quello di aumentare il verde sui balconi e sui terrazzi, fa molto bene il governo ad investire in questo settore; intanto, grazie agli aiuti fiscali, potremo raggiungere anche in Italia la quota e la qualità del verde delle altre città europee, questo permetterà anche una maggiore ossigenazione e depurazione dell’aria. Naturalmente non possiamo delegare alle piante tutto il lavoro, dovremo ridurre il parco delle auto circolanti e fare in modo che inquinino meno. Potremo cercare di far diventare questo, e non l’autoproduzione di ortaggi e frutta, la nuova moda: potremo risparmiare un sacco di soldi e guadagnarci in salute.

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    Luciano Zambianchi
    Dopo aver chiuso alcune delle mie vite precedenti, quella sindacale (da Presidente FIARC Confesercenti a Roma), quella politica (membro effettivo Commissione Centrale Ruoli presso il Ministero del Lavoro), quella da redattore e autore nel mondo della carta stampata (Acquari & Natura, L’acquario ideale, Le mie prime venti Aloe, Piante Grasse), quella da tecnologo nell’elettronica industriale, quella da segretario nazionale dell’Associazione Italiana Amatori delle piante Succulente (AIAS), quella da libraio (Einaudi) a San Lorenzo a Roma, quella di formatore e consulente (master PNL), finalmente da alcuni anni posso dedicarmi alle mie passioni: lo studio e il restauro di orologi antichi (con lavori citati anche in Wikipedia), l’allevamento e lo studio di tartarughe terrestri, la coltivazione di qualche centinaio di piante, la partecipazione alle attività di associazioni naturaliste scientifiche (ERPISA, bibliotecario SRSN), l’alfabetizzazione del WEB con la lotta alle bufale e alle “credenze” prive di ogni fondamento che imperversano in rete, oltre allo studio e alla diffusione della cultura ambientale. luciano@einaudiroma.it

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