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“Vado a farmi un giro”: Jovanotti porta tutti in Nuova Zelanda

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Notizia di questi giorni è l’uscita su JovaTv, il canale web di Lorenzo Jovanotti Cherubini, di “Vado a farmi un giro”, il documentario che il cantante si è autoprodotto semplicemente portando con sé una telecamera Go-Pro durante il suo ultimo viaggio, un giro in bici in solitaria in Nuova Zelanda.

La cosa di per sé è già interessante: se fino a poco tempo fa non era possibile pensare di autoprodursi un documentario e pubblicarlo senza dover passare per case di produzione, reti televisive o altro, ora è addirittura necessario per chi, come Jovanotti, brillantemente superati i cinquant’anni resta al passo coi tempi anche attraverso la tecnologia e afferra il nuovo senso della comunicazione, fatta soprattutto di messaggi diretti, tangibili, immediati (nel senso di non-mediati),  in una sorta di filiera corta che coinvolge ormai ogni settore della quotidianità: “dal produttore al consumatore”.

E fu così che Lorenzo partì per la Nuova Zelanda, con uno zaino in spalla, una bici e una Go-Pro.

“La Nuova Zelanda è la terra diametralmente opposta all’Italia, il posto più lontano che c’è” ci dice.

E presto capiamo la ragione di un viaggio in solitaria dall’altra parte del globo terrestre, che per paradosso diventa un viaggio dentro se stessi.

Lorenzo è un viaggiatore, chi lo segue lo sa: lui ha bisogno di allontanarsi dalle cose per metterle a fuoco,  deve guardarle da lontano, ha bisogno di allontanarsi per sentire forte il legame con le sue radici e superare i suoi limiti:

“Mi devo allontanare da te

per vederti tutta intera

devo far finta che non ci sei

per scoprire che sei vera”

Così scriveva già nel 1999 in un disco capolavoro che si chiamava, per l’appunto, Capo Horn.

Non voglio scrivere neanche una parola durante questo viaggio, neanche un appunto, voglio solo pedalare!

Dopo dischi, tournée, successi, stadi e palasport, vuole rientrare in contatto con se stesso e lo fa in un posto dove nessuno ha la più pallida idea di chi lui sia e dove la natura ha un impatto violento con la sua persona: pioggia battente, vento fortissimo, sole, mare, foglie, cinquanta milioni di pecore.

Minuto dopo minuto capiamo che quello che è venuto fuori da questo esperimento è una sorta di video diario di viaggio, la sensazione è che Lorenzo sia partito senza il preciso intento di una realizzazione, ma che il prodotto sia sgorgato così, in maniera spontanea, irrefrenabile, potente.

Anche le canzoni che fanno da colonna sonora al film, tutti pezzi celebri ricantati da lui (e splendidamente arrangiati con la chitarra), sembra siano i pezzi che gli sono venuti su dallo stomaco nella suggestione del momento.

E nell’estrema semplicità del confezionamento del film, rispettata sapientemente anche nel montaggio libero da qualunque tipo di effetto o virtuosismo, arriva anche tutta la forza  del suo messaggio, arriva la fatica delle sue gambe lunghe e sottili che pedalano per 3000 km, fatica che è chiaramente una forma di meditazione, una specie di preghiera a cielo aperto, il suo personale contatto con l’Infinito.

I suoi occhi trasparenti che si meravigliano di fronte ad ogni cosa, anche davanti allo spettacolo dell’alba che si ripete ogni mattina fino ad autocitarsi: “L’alba è già qua / per quanto sia normale vederla ritornare / mi illumina di novità / mi dà una possibilità” aggiungendo poi alla fine un grato: “ma come m’è venuta?”

Le sue rughe, i capelli spettinati, le inquadrature deformate, le camere spartane degli ostelli di passaggio, le tende e i sacchi a pelo, la bici –la sua Ragazza Magica- che ogni tanto si rompe: non c’è alcuna ricercatezza estetica perché stavolta la bellezza viene solo da dentro, da quello che si trova dentro al cuore di un vero viaggiatore.

Immancabili, in chiusura, i pensieri per sua figlia Teresa e per sua moglie Francesca, la casa verso la quale sta facendo ritorno come uomo nuovo e più ricco di prima, il suo punto fermo mentre tutto il resto del mondo si sposta e si perde in un vortice impazzito, dal quale lui sa tenersi lontano.

Il film si chiude lasciando nello spettatore il desiderio, neanche troppo tacito, di un mondo che assomigli un po’ di più a Jovanotti.

Che non sarebbe mica male.

(E quando l’avrete visto, poi, fatemi sapere se anche a voi non è venuta voglia di assaggiare il miele di Manuka.)

Foto copertina tratta da Jova.TV

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