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A trenta mesi dal Jobs Act, cosa è successo?

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L’Ufficio Studi della CGIA di Mestre (Associazione Artigiani Piccole Imprese ) ha pubblicato la scorsa settimana una relazione piuttosto interessante sull’andamento delle professioni e delle assunzioni  al lavoro effettuate nell’era del Jobs Act (2014-2016) mostrando ed evidenziando alcune particolarità e indicando una  graduatoria dei lavori in “ascesa” e di quelli in “discesa” nel nostro Paese, sia per i lavoratori dipendenti e sia per le attività di natura autonoma-partita iva rivelando alcune sorprese. Premesso che il periodo in questione è stato per il mercato del lavoro piuttosto complicato e, come detto più volte dai sindacati, in parte “dopato” dall’agevolazione triennale contributiva prevista dalla Legge di stabilità 2016,  che ha sicuramente spinto  le aziende spesso a sanare lavori già in essere più che a costruirne di nuovi, e che questo periodo  è stato caratterizzato  da una crescita esponenziale del fenomeno dei voucher che ha raggiunto numeri davvero impressionanti tanto da aprire una guerra di posizione che ha portato oggi alla loro morte, tenuto dunque in considerazione tutto ciò e l’atavica difficoltà  nel mercato del lavoro di   favorire l’incontro fra la domanda e l’offerta, dovuta in gran parte da una inefficienza reale del sistema gestito dai centri  per l’impiego e della mancanza di siti e piattaforme specializzate, l’analisi della CGIA consente comunque di farci un’idea di quelle professioni/lavorazioni in crescita magari anche perché più presenti sul mercato e/o semplicemente perché maggiormente valorizzate e  quelle che invece sono in declino  e meno utilizzate forse anche perché obsolete e poco produttive, fornendoci in effetti  uno spaccato del Paese e della sua dinamicità.

Dal boom degli impiegati di segreteria alla scomparsa dell’artigianato

Al vertice,  troviamo gli impiegati di segreteria che hanno avuto un vero e proprio boom e sono aumentati di ben 118.300 unità (+10,7%), un segmento piuttosto vasto che non comprende soltanto le classiche attività delle segreteria ma anche quelle con un supporto amministrativo, compresa la gestione delle richieste e telefonate e organizzazione dell’ufficio; a seguire troviamo i cuochi, i camerieri e i baristi che hanno registrato un aumento di 110.400 unità (+10,6%) sicuramente dovuto a una crescita generale anche nel settore turistico e della ristorazione ed anche perché la possibilità degli esoneri contributivi ha permesso  in questo settore di  sanare posizioni non propriamente conformi (cococo e/o occasionali). Al terzo posto troviamo le attività  assicurative e bancarie con 64.000 addetti in più; fuori dal podio troviamo i facchini, gli imballatori e addetti alle consegne, con una variazione di occupati pari a 61.900 unità e specialisti in attività scientifiche (fisici, chimici, matematici, progettisti software, geologi ecc.) con un una variazione complessiva del 15% circa.

Nello stesso periodo la maglia nera se l’è aggiudicata  la professione dell’autista di bus e mezzi pesanti, professione che ha subito un tracollo di circa 38.700 unità (-7%), dovuto sicuramente alla concorrenza del trasporto estero  e forse anche a un nuovo modo di intendere ed effettuare i trasporti. Anche le professioni legate al mondo dell’edilizia (piastrellisti, idraulici, elettricisti ecc.) sono diminuite di 36.100 unità. Seguono gli addetti all’assemblaggio di prodotti industriali (-8,%) oltre agli artigiani e operai del settore tessile (sarti, tessitori, tappezzieri)  con un -8,2% e gli impiegati agli sportelli e ai movimenti di denaro (cassieri bancari, recupero crediti, esazione imposte ecc.) con un -9%, oltre ad una diminuzione delle colf pari al 6,7%. In grosse difficoltà infine risultano i tecnici come quelli meccanici, elettronici, elettrotecnici, che sono scesi di 17.000 unità (-3,8%).  Nessun dato invece per quanto riguarda le vecchie attività artigianali come barbieri e calzolai, fotografi, corniciai e fabbri, attività che  sembrano davvero in via d’estinzione e di cui potremmo perderne a breve persino il ricordo.

I numeri “parlano” e raccontano la società che cambia

Insomma i numeri come sempre parlano anche se spesso può non risultare semplice comprenderli. Talvolta ci spiazzano facendo persino vacillare convinzioni maturate nel corso degli anni, ci confondono le idee. Da una prima veloce analisi dei dati appaiono in crescita tutte quelle professioni che richiedono maggiori conoscenze e formazione; le attività intellettuali sembrano essere più ricercate e crescono a discapito di attività tecniche-manuali dove  le macchine continuano a divorare posti di lavoro e sostituire l’uomo a ritmi velocissimi,  a conferma che viviamo un periodo storico davvero critico anche per quanto riguarda il mondo del  lavoro.  Molte professioni muoiono e altrettante non riescono neppure a decollare; le tecnologie del 2000 talvolta soppiantano lavori senza crearne di nuovi o comunque non in numero proporzionale. Viviamo un periodo in cui ci sembra impossibile  immaginare una società destinata alla piena occupazione e sembra che ci convenga  invece rassegnarci a convivere con una inoccupazione genetica e strutturale.

Non si può inoltre non  tener conto di quanto sia cambiata la forza lavoro, gli stessi lavoratori  sono ormai diversi da quelli di un tempo neppure troppo lontano. Sempre meno i giovani occupati (e per giovani intendiamo trentenni)  mentre aumentano gli occupati  anziani che oltretutto si trovano a dover restare in azienda anche per via delle penalizzazioni del sistema pensionistico. La forza lavoro risulta essere così sempre più vecchia come d’altronde il nostro Paese: da un lato quindi maggiore solidità, esperienza e affidabilità e dall’altro assenza di entusiasmo, energia e creatività (caratteristiche che riguarderebbero una l’inserimento di manodopera giovane). Inoltre non  possiamo ignorare quanto, la sempre più alta presenza di forza lavoro straniera nelle aziende abbia di fatto portato a una diversa concezione del lavoro stesso, con posizioni diverse e spesso con una cultura del lavoro culturalmente diversa che porta talvolta a vivere per il lavoro e non essere coinvolti nella vita sociale .

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