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Io, il mio amico Manuel e una “a” di troppo

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ragazzi abbracciati seduti

Io e Manuel siamo amici da quando siamo nati. Venuti al mondo nello stesso giorno, nello stesso ospedale e alla stessa ora ci siamo ritrovati da subito uno accanto all’altro. Abbiamo frequentato l’asilo, le scuole elementari e il ginnasio insieme. A qualsiasi festa venisse invitato l’uno portava obbligatoriamente l’altro.

Mi consolò quando ricevetti il “no” dalla prima ragazza per la quale persi testa e dignità. Io gli sono stato accanto quando si è confrontato con un mondo che ancora oggi non è pronto per persone come lui.

A ogni Natale e compleanno in ogni pacco da scartare lui sperava sempre ci fosse racchiuso il regalo più ambito: una macchinina, un aeroplano, un trenino, una spada dei pirati… ma niente. Per anni scartò confezioni di vestitini rosa, bambole da pettinare, giocattoli per imparare a fare la moglie e la bambina perfetta. Tute cose che a lui non appartenevano. Il nome di Manuel, all’anagrafe, terminava con una “a” di troppo: Manuela.

A soli tre anni eravamo in grado di comprendere che io e lui stavamo benissimo insieme. Quando era con me sentivo che non mi mancava nulla e viceversa. Le maestre dicevano che eravamo i fidanzatini. Io non avevo problemi a dargli un bacio sulla guancia e lui altrettanto. Mi abbracciava e con quegli occhioni che si ritrovava, mi guardava fisso per chiedermi di dividere i miei giocattoli con lui. Così gli prendevo la manina e ci sedevamo insieme e giocavamo con le macchinine. Facevamo scontrare camion e deragliare treni. Un bel giorno mentre eravamo intenti a far accadere disastri nelle nostre piccole città fatte di costruzioni

“Ti svelo un segreto” mi disse. “Sembro una bambina ma io sono un maschio come te”.

Lo guardai e ricordo che lo abbracciai forte.

“Lo so” gli dissi “e sei il mio migliore amico”. Per sbaglio lo baciai sulla bocca e le maestre incominciarono a ridere e a farci il verso. Ci fu un applauso, il racconto dell’accaduto alle rispettive mamme che per tutta risposta incominciarono a farci frequentare di più sperando, che con l’arrivo dell’adolescenza, avremmo potuto concludere quella bella amicizia con un fidanzamento e poi con un matrimonio.

Con l’inizio delle scuole elementari io persi il mio migliore amico

Fu come se Manuel si fosse addormentato. Le insegnanti lo inserirono senza voler ascoltare alcuna giustificazione nei gruppetti di femminucce.

Il suo grembiule blu con nastrini e il suo nome ricamato in rosa gridava spudorato a tutti chi era.

Manuela fece la sua prima comparsa obbligata nel mondo con un vestitino a balze al nono compleanno di un’amichetta, che divenne ben presto la sua amica del cuore. Io non capivo ed ero geloso di tutte quelle attenzioni che lui rivolgeva a lei e non più a me. Finimmo le scuole elementari, ci iscrissero nella stessa scuola media ma classi separate. Manuel è sempre stato bravo e si distinse anche in quei tre anni. Scegliemmo entrambi il liceo classico e ci ritrovammo nella stessa classe del ginnasio, e lì finalmente io ritrovai il mio amico. A quindici anni scarpettine dorate, vestitini aderenti, gonnelle dell’Ottocento, sparirono dalla vita di Manuel. Un bel giorno di novembre del quinto ginnasio entrò in classe con pantaloni larghi, una felpa di tre taglie più grandi e nonostante tutti ridessero lui era bellissimo così. Io gli feci segno di sedersi vicino a me.

“Mi sei mancato!” gli dissi.

“Anche tu” sussurrò timido e abbassò lo sguardo sul verde pastello del banco.

“Quel che è peggio è che sono mancato a me stesso!”

Iniziai a chiamarlo Manu.

La sera uscivamo insieme, lo passavo a prendere con il motorino sotto casa e le nostre famiglie erano felicissime, convinte che tra noi ci fosse qualcosa di più di una bella amicizia.

Le ragazze che non lo conoscevano lo guardavano. Si avvicinavano. Attaccavano bottone con lui. Nessuna di loro si accorgeva che non era quello che pensavano.

Accade quello che gli adulti chiamano il primo amore. Per Manuel fu il primo disastro. Lei era una studentessa del liceo pedagogico. Eravamo tutti sedicenni e a sedici anni aspetti che prima o poi anche per te ci sia il primo batticuore. Fu così che gli occhi di Manuel non vedevano altro che l’immagine di lei. Ci ritrovammo tutti a una festa. Tra Manuel e questa ragazza incominciò un malizioso scambio di sguardi che li condusse a fare una passeggiata mano nella mano nel giardino della villa. Tornarono separati. Prima lei. Poi lui.

Lei rientrò ridendo e a passo veloce sì diresse verso le sue amiche. La vidi ridere e parlare agitando le mani come a volersi fare aria in volto. Cadde un silenzio tombale tra loro e poi una chiassosa risata.

Manuel tornò piangendo e si rifugiò in me

Quando oltrepassò la vetrata che separava la casa dal giardino, si ritrovò a dover schivare gli sguardi del gruppetto di gallinelle del pollaio che scoppiarono a ridergli in faccia. Decidemmo che sarebbe stato meglio andar via. Prendemmo i nostri cappotti e ancor prima di indossarli eravamo già in strada in cammino a piedi verso la città distante quasi cinque chilometri. Una bella passeggiata avrebbe fatto bene a entrambi.

Nel tragitto Manuel mi raccontò che quella ragazza lo aveva baciato. Fu il suo primo bacio. Lei non si accontentò di ricevere solo quello. E quando le sue mani si infilarono sotto la camicia, toccarono qualcosa che non ci doveva essere. Per quanto potesse essere piccola una seconda di reggiseno era lì e non si poteva fare altrimenti.

Da quella sera Manuel incominciò a non uscire più. Veniva a scuola parlava solo con me e passavamo pomeriggi interi a casa sua.

Arrivò così il nostro diciassettesimo compleanno. Io lo festeggiai con i compagni di scuola e gli amici del mare. Lui i suoi diciassette li festeggiò con me a serata conclusa.

“Mi voglio fare un regalo” disse “ho cercato su Internet. Non sono pazzo, né sono stupido e tanto meno sono nato sbagliato! Io so cosa sono! Adesso lo so! Si chiama transessualità. A settembre voglio telefonare a Bologna e chiedere cosa posso fare per me!”

Mi arrabbiai moltissimo. Secondo me Manuela era solo lesbica e basta. Mi resi conto così che era la mia migliore amica. In quel momento realizzai che era una lei e le cose non si possono cambiare. Se uno è nato tondo non può morire quadrato.

Lo incolpai di aver rovinato il mio 17esimo compleanno. Non so perché lo feci. Credevo che quella idea che gli era venuta in testa fosse l’inizio della fine della nostra amicizia. Se lui fosse stato un uomo anche fisicamente come desiderava, io sarei stato tagliato fuori dal nostro segreto. Un segreto non va mai detto, lo sanno anche i bambini. Io ero stato il primo a chiamarlo Manu. Così per semplice imitazione e ascoltando me, tutti incominciarono a chiamarlo in quel modo. Ogni volta che il mio sguardo incontrava il suo l’aria si impregnava della nostra complicità.

Indossava vestiti molto grandi e a scuola la prima volta che lo videro tutti risero, ma io no

Vedendo me serio e sereno, gli altri incominciarono a farci l’abitudine a vederlo come lo vedevo io. Quando al sabato sera andavamo nel paese vicino a bere una coca e incontravamo qualche nostro amico di scuola lo salutava con un “ciao Manu”.

Quella sera alle 22 del 24 agosto di diciassette anni fa tremai dentro al pensiero di perdere tutto quello. Non ci sentimmo per un po’.

Un pomeriggio di settembre, pochi giorni prima dell’inizio della scuola, lui venne a casa mia. Aveva saputo che stavo per trasferirmi in una città del nord e lui ben presto sarebbe partito per Roma.

Non mi diede il tempo nemmeno di salutarlo, entrò in camera mia dove di solito ascoltavo musica e chiuse la porta a chiave. Lui odiava le porte chiuse. Mi fissò e mi chiese di sedermi. Ubbidii. Sprofondai nel materasso con la schiena appoggiata allo schienale.

Senza dire nulla si spogliò. Rimase nudo davanti a me.

“Cosa vedi?” Mi chiese

“Sei bellissima!” risposi

“Appunto…”

Si rivestì e si buttò in strada.

Le nostre vite sono continuate l’una separata all’altra. Abbiamo finito il liceo in scuole di altre città, ci siamo laureati e ora io vivo da una parte dell’Italia e lui dall’altra.

Tre mesi fa il telefono ha squillato

Ho risposto e dall’altro capo una voce maschile accennava timida un ciao.

Non avevo nessuna idea di chi potesse essere. Senza darmi tempo di poter cercare nella memoria un corrispettivo della sua voce mi disse che era Manuel. Si trovava a Bologna per fare delle visite mediche e mi chiedeva di poter prendere un caffè in mia compagnia. Dopo tanti anni ero emozionato al pensiero di rivedere una persona con la quale avevo vissuto tutta l’infanzia e i primi anni dell’adolescenza.

“Dimenticati la persona che conoscevi. Non c’è più. Incontriamoci nel bar di via dell’Indipendenza e se vorrai andar via sarai libero di poterlo fare…”

Notando la sua voce grossa e tenendo in considerazione le visite mediche che avrebbe dovuto fare a Bologna pensai si trattasse di un fumatore accanito. Le donne che fumano tanto spesso hanno la voce grossa. Così senza pensarci troppo e incosciente, l’indomani salii sul treno delle 9:00.

Percorsi il viale principale a passo veloce e giunto nel luogo dell’appuntamento notai di essere in anticipo di ben dieci minuti. Decisi di entrare e di prendere posto nel tavolino libero nell’angolo, perfetto per un po’ di riservatezza. Dopo circa cinque minuti mi si materializzò in contro luce un ragazzotto. Non molto alto, spalle larghe, cosce muscolose, si tolse gli occhiali da sole e mi fissò. Pensai a cosa avesse voluto da me quel ragazzo. Fece un sorriso e mi disse che non ero per niente cambiato. La sua smorfia, il suo sorriso mi permisero di rompere l’imbarazzo accennando a voce smorza un “Manu…”

In quel martedì di dicembre, si dissolsero nel nulla diciassette anni di silenzio. Fu come rivedere un amico con il quale si è usciti la sera prima. Fissai il suo volto incorniciato dalla barba e provai piacere nell’accorgermi che nel mio immaginario lui era sempre stato così.

Si sedette e con fare sicuro chiamò il cameriere per l’ordinazione.

Mi raccontò di aver intrapreso il percorso di transizione un paio d’anni dopo che ci eravamo salutati. Incominciò al San Camillo di Roma. Lì fece il colloquio d’accoglienza e poi il suo cammino per la perizia psicologica che gli avrebbe permesso di accedere alla terapia ormonale. Di seguito eseguì tutti gli esami clinici e l’endocrinologo gli firmò il nulla osta. Concluso il liceo si iscrisse all’università. Cambiò nuovamente città e il centro più vicino e più comodo per il suo percorso divenne Bologna. L’avvocato del centro che lo seguiva lo prese in carico per seguirlo legalmente verso il primo “scalino” riguardante  una vera e propria udienza per avere l’autorizzazione di un giudice ad accedere alle così dette operazioni di demolizione e di ricostruzione (mastectomia e isterectomia per gli FtM, ricostruzione del seno e asportazione dei genitali esterni con relativa ricostruzione di una neovagina per le MtF).

Fatta la mastectomia Manuel è felice così del suo corpo

Si sente completato e in completo equilibrio. A dicembre di quest’anno è venuto a Bologna perché aveva bisogno di una perizia da parte di uno psicologo nominato dal tribunale civile, che attestasse la sua integrità fisica e psichica per accedere al cambio dei documenti senza doversi sottoporre alla sterilizzazione obbligata.

Mi ha spiegato che fino ad ora il cambio di genere viene autorizzato solo se l’individuo è stato reso incapace di riprodursi. Mi ha detto che mantenere il suo organo riproduttivo intatto è più una situazione di integrità personale che una questione di salute e soprattutto è qualcosa che ha veramente poco a che fare con il sentirsi donna. Diciamocelo con molta chiarezza Manuel è solo nato femmina e rimarrà tale, ma non è mai stato una donna. Manuel sarà il primo caso FtM nella sua regione a non sottoporsi all’operazione obbligatoria di sterilizzazione e a cambiare comunque i suoi documenti. Una sentenza del genere permetterebbe il cambio anagrafico durante il percorso di transizione, FtM (da femmina a maschio) e MtF (da maschio a femmina). Per tutti quelli come lui significherebbe momenti di panico in meno e altrettanti di imbarazzo per chi si trova ad avere contatto con loro.

A Bologna, mi raccontò alcuni episodi

È sempre stato fissato con l’avere un libretto di risparmio alle poste centrali. Quando avevamo cinque anni suo padre glielo aveva già fatto. Mi raccontò che un giorno doveva aggiornare il suo libretto perché stava per superare le quaranta operazioni. Lo allungò oltre il vetro assieme alla tessera magnetica all’impiegata. La signora vide il nome riportato su di essa. Incominciò a dire che non poteva fare quell’operazione se non avesse avuto una delega da parte della signora Manuela. Manuel le porse la sua carta d’identità ma la signora continuava a ripetergli che non poteva e lui con tono pacato le disse che non le avrebbe mai chiesto di fare una cosa che non avrebbe potuto fare, la stava soltanto invitando a prendere quella carta d’identità e aprirla, leggere il nome e trarre le sue conclusioni. Dopo un paio di giustificati capricci la signora si decise a prendere quel documento e dovette scusarsi con Manuel giustificandosi dicendo che non le era mai capitata una cosa del genere prima di allora. Lui le sorrise dicendole che era abituato.

Un’altra volta gli capitò di andare a votare. Consegnò i suoi documenti allo scrutatore che lo cercò nell’elenco maschile, stando a ciò che vedeva di fronte a sé. Dovendo fare ulteriori ricerche poiché in difficoltà, lo scrutatore imbarazzato vide il documento con il nome al femminile e davanti a tutti gli chiese spiegazioni. A Manuel non andava di raccontare di sé davanti ad altre dieci persone che attendevano un po’ alterate il loro turno. Così chiese scusa, prese la sua scheda elettorale, il suo documento e andò via.

Da quel giorno l’Italia non ha mai avuto il voto di Manuel, un po’ per ignoranza, un po’ per paura possiamo dire che gli è stato impedito di votare. Dov’è la possibilità di scelta?

Nessuno saprà mai che Manuel è un transessuale, nessuno saprà mai la battaglia che sta facendo, ma per tutti coloro che sono come lui, questo ragazzo ha un senso profondo. Manuel, il mio amico Manuel, sta cambiando la storia della sua regione. Più sentenze del genere ci saranno e più la legge avrà il suo difetto di forma.

Ed eccoci qui. Questa è la storia di un ragazzo come tanti, che la mattina apre gli occhi al suono della sveglia, si mette in piedi con i capelli arruffati e scalzo si dirige verso il bagno. Si guarda a malapena allo specchio e quando si guarda vede l’uomo che aveva desiderato sempre essere. Con gli occhi ancora pieni di sonno si prepara la macchinetta del caffè.  Beve solo caffè, raramente mangia perché la mattina ha lo stomaco chiuso. Ritorna in camera, si veste, esce da casa e inizia la sua giornata nel mondo… una qualsiasi giornata di un eroe sconosciuto.

Sono fiero di averlo come amico e di aver passato accanto a lui gli anni più belli della mia vita perché non avrei potuto condividerli con nessuno che fosse migliore di lui.

 

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