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Il Jobs act degli autonomi: la piccola riscossa di una categoria dimenticata

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tavolo con tazza e cellulare

Ormai è in via di approvazione il Disegno di Leggeper la tutela del Lavoro Autonomo non imprenditoriale” (deve tornare a breve in Senato per il passaggio finale dopo la votazione del 9 marzo alla Camera) considerato di fatto il Jobs Act dei lavoratori autonomi, passato decisamente in secondo piano tra le misure del Governo Renzi, eppure molto importante soprattutto per i circa due milioni di lavoratori interessati.

Il provvedimento prevede innanzitutto una serie di maggiori tutele e agevolazioni per i lavoratori autonomi e diverse novità, fra le quali, in particolare, la possibilità di partecipare agli appalti con equiparazione dei lavoratori autonomi alle PMI per i piani operativi dei fondi europei, la maggior tutela nella transazioni commerciali e contro i ritardi dei pagamenti dei committenti con applicazione di interessi se superano i 60 giorni, l’innalzamento delle spese deducibili (fino a 10 mila euro per i corsi di aggiornamento, master e convegni e fino a 5 mila per orientamento e ricerca di nuove opportunità), le maggiori tutele previste in caso di malattie e maternità, innalzamento della “no tax area” da 4800 a 8000 euro, deducibilità di polizze assicurative per recuperare il mancato pagamento dei compensi, la disoccupazione per alcune attività.

Jobs act, maggior riconoscimento per i lavoratori autonomi

Un notevole passo avanti per gli autonomi, bisogna ammetterlo, una categoria che finalmente ha visto un dibattito serrato in Parlamento in questi due anni con audizioni di professionisti e associazioni dei freelance, con proposte ed idee che alla fine si sono concretizzate in una sorta di “statuto”; dopo anni e anni di totale disinteresse legislativo dunque gli autonomi hanno visto riconosciuta la loro importanza, e la politica sembra aver capito la loro importanza.

Non possiamo tra l’altro dimenticare che dal 2017 l’aliquota contributiva previdenziale, la famigerata Gestione Separata Inps, il “bancomat” utilizzato per finanziare altre gestioni, destinata dalla riforma Fornero ad arrivare alla quota del 33%, è stata ridotta finalmente al 25,72%, una aliquota più umana anche se ancora troppo alta (considerando che grava totalmente sul lavoratore), soprattutto molto al di sopra di quanto corrisposto dai professionisti iscritti agli ordini professionali.

Gli autonomi, i freelance, i cococo, le partite iva, sono state poco considerate negli anni, hanno subito uno strano ostracismo dalla sinistra e una noncuranza inaspettata della destra, spesso erano viste solo come una categoria marginale, fuori dalla realtà lavorativa, qualcosa di non appartenente al mondo del lavoro, qualcosa sul quale era naturale non impegnarsi, una specie di “ fratelli di un Dio minore” nei confronti dei lavoratori dipendenti, (basta ricordare lo strapotere mediatico dei lavoratori subordinati e del loro art.18 avvenuto negli anni passati) e spesso questo abbandono era dovuto anche dalla mancata conoscenza di questo mondo, per i politici e non solo per loro. Infatti molti dimenticavano, quando ne parlavano di tenere ad esempio ben distinti i professionisti ordinistici (avvocati, commercialisti, architetti ecc.) da quelli non ordinistici (traduttori, fisioterapisti, tributaristi, grafici ecc.), altri confondevano semplicemente i cococo dai freelance, altri mettevano nello stesso calderone i grafici con gli architetti o i fisioterapisti con i dentisti, senatori alla Razzi confondevano i freelance con la breakdance, insomma parlavano di autonomi senza conoscerli davvero. Non ci vuole molto a comprendere che soprattutto gli appartenenti alla categoria dei “non ordinistici” sono da sempre quelli meno tutelati in tutti i sensi (nessun ordine professionale e nessuna cassa previdenziale apposita)  ed erano per questo anche quelli maggiormente più deboli sul mercato, oltre a non avere una lobby ad hoc come gli avvocati ad esempio, erano in definitiva non solo fra gli autonomi “ i fratelli poveri” tenuti in disparte ma erano anche quelli maggiormente colpiti e sbeffeggiati dalle istituzioni (se pensiamo alla vicenda dell’Inps e dell’innalzamento dell’aliquota previdenziale partita dal 10% per arrivare al 33%, c’è da inorridire!). Anche i media si sono divertiti nel tempo con loro, li hanno presi in giro volentieri, spesso li hanno definiti come  gli “sfigati”, gli “ultimi”, gli “abbandonati”, sino a racchiuderli nella più generale e intangibile definizione di “popolo delle partite iva”, che sembrava soltanto un modo di ghettizzare e uniformare un mondo assolutamente variegato e dinamico, avanzato e innovatore, cui però il mondo politico aveva volutamente voltato le spalle! A volte poi la politica nella sua confusione e incapacità di discernere le situazioni spesso ha considerato i freelance per lo più come delle “false partite iva” o semplicemente lavoratori dipendenti mascherati,  umiliandoli e frenando la loro voglia di crescita professionale, tentando quasi di obbligarli ad una confessione spontanea di reato, ammettere cioè che la partita iva non era una scelta di vita e di libertà ma solo una imposizione. Perché scegliere di essere indipendenti per molti era una solenne bestemmia, quasi un insulto allo status quo mentale, alla strada maestra e spesso unica di lavorare come dipendente, veniva a volte considerato un esibizionismo inutile e non richiesto quello di essere solo alla guida del proprio destino, insomma il freelance era in realtà per il mondo comune un soggetto atipico e vista la difficoltà pazzesca di vivere e sopravvivere da freelance (non uno stipendio ma un compenso per un servizio o opera, costi da sostenere e ritmi lavorativi fuori dai cartellini e nessun Tfr e indennità varie ecc.) e la scarsa attenzione sociale e legislativa , non si riusciva a comprenderne le vere motivazioni, non si afferrava come e perché un lavoratore in piena libertà potesse scegliere semplicemente di “fare da sé”, di stare sul mercato del lavoro come un indipendente, con le proprie gambe e la propria intelligenza, di sfidare il mondo e di provare a vivere in modo diverso.

Pertanto se questa legge ha un merito c’è sicuramente quello di aver rimesso le cose al loro posto, di aver ridato dignità e fiducia ad un mondo abbandonato, finalmente i freelance sono tornati a giocare in serie A!

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