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Ernesto de Martino, ritratto di un antropologo del Sud

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ernesto de martino

Ernesto de Martino nasce a Napoli nel 1908 da Ernesto, ingegnere delle Ferrovie dello Stato e Gina Jaquinangelo. All’Università di Napoli segue la scuola di Adolfo Omodeo con cui si laurea nel 1932 con una tesi sulle religioni che lo introduce nella cerchia di Benedetto Croce del quale assorbe l’indirizzo storicista che difenderà con tenacia ampliandone l’applicazione a settori praticamente esclusi da Croce, come la storia delle religioni e l’etnologia.

Naturalismo e storicismo nell’etnologia (Bari, 1941), suo primo libro, segna l’inizio di una laboriosa riflessione critica nel campo delle teorie etnologiche dominanti in ambito internazionale: le varie correnti di pensiero dal prelogismo di L. Lèvy-Bruhl al sociologismo di Durkheim, alla scuola di Vienna di Schmidt con la sua teoria storico-culturale, al funzionalismo di Malinowski fino all’appendice dell’antropologia applicata statunitense, vengono passate al vaglio di un pensiero critico che intende dimostrarne un comune presupposto antistoricista dichiarato o implicito. Lo storicismo crociano viene così utilizzato come bussola con la quale orientare la ricerca etnologica.

Il contatto con Raffaele Pettazzoni spinge sempre più gli interessi di Ernesto de Martino verso l’etnologia religiosa e la storia delle religioni di cui consegue la libera docenza rispettivamente nel 1952 e nel 1956. Fin dalla sua prima fase di attività di studioso affronta i problemi interpretativi connessi con i fenomeni magici. In questo senso, Ernesto de Martino si dimostra pionieristicamente orientato ad affrontare temi che avrebbero, solo più tardi in Italia, sollecitato negli ambienti psichiatrici, crescenti rapporti con l’etnologia così da sviluppare una nuova branca autonoma nell’ambito delle discipline psichiatriche che avrebbe preso corpo nella psichiatria transculturale e nell’etnopsichiatria.

Ne Il mondo magico (Torino, 1948) de Martino lega i problemi d’interpretazione dei mondi culturali “primitivi” di livello etnologico con quelli riguardanti la realtà dei poteri magici in generale. Per la prima volta Ernesto de Martino prende le distanze dal crocianesimo ortodosso sostenendo la tesi della storicizzabilità delle categorie crociane. Contro la filosofia implicitamente etnocentrica di Benedetto Croce che ignorava i mondi culturali delle società “primitive” extra occidentali, de Martino rivaluta il mondo culturale del magismo delle società tradizionali. Parla di “storicismo pigro” e “sermoneggiante” riferendosi ai seguaci di Croce e sostiene l’incapacità di guardare al di là della civiltà occidentale nei cui confini il pensiero di Croce resta imprigionato. Visibile in quest’opera è l’influenza di Martin Heiddeger di cui de Martino mutua i concetti base e anche il linguaggio. Il “mondo magico” risulta per de Martino una realtà sempre esposta ai rischi della labilità e dell’annullamento e alla possibilità, riprendendo sempre Heiddeger, del “non esserci più”. Nella volontà di esserci contrapposta al rischio di non esserci risiede quello che de Martino definisce “dramma storico” che caratterizza il mondo magico e che riguarderebbe una forma di angoscia che accompagna sempre l’uomo di quel mondo.

Negli scritti successivi Ernesto de Martino si avvale sempre più della letteratura psichiatrica. Ne La fine del mondo (Torino, 1977), opera pubblicata solo dopo la sua morte, mostra una continuità di pensiero e di interessi che procede dai primissimi contributi fino agli ultimi e più impegnativi, attraverso una fase intermedia e relativamente autonoma che abbraccia il periodo delle opere “meridionalistiche”.

Ernesto de Martino e le spedizioni etnografiche degli anni ’50

materiale fotografico ricerche di ernesto de martino
Vittoria La Penna di Castelgrande, borgo montano della Lucania, epigona del culto del Glorioso Alberto. Foto di Annabella Rossi, antropologa, fotografa e documentarista italiana.

Una svolta decisiva nell’esistenza di Ernesto de Martino è determinata dalla sua esperienza di militante nei partiti della Sinistra. Il contatto con i contadini del Sud e con i problemi del Meridione imprime un segno originale sulla sua personalità e lo spinge sempre più verso un’etnologia fatta di ricerche sul campo tanto che l’analisi del folklore religioso nella cultura contadina del Sud diviene un tema centrale.

Se il Meridione d’Italia costituiva già da tempo un argomento d’indagine per storici, economisti e sociologi, nessuno aveva mai fino ad allora affrontato nella sua autonomia il problema della cultura contadina del Sud intesa come una specifica e complessa concezione del mondo. Ernesto de Martino sente così il bisogno di colmare questo vuoto: le origini, il significato, il persistere di credenze e pratiche magico-religiose arcaiche tra i ceti rurali del Sud vengono da lui studiati nel contesto di una storia sociale che ne costituisce la base determinante. Con una serie  di spedizioni etnografiche sin dai primi anni ’50 raccoglie una vasta quantità di documenti relativi a manifestazioni magico-religiose studiandone le origini storiche, i rapporti con le condizioni sociali attraverso i secoli, i motivi impliciti che ne giustificavano il persistere.

Tutti i temi posti al centro della sua indagine risultano avere origini arcaiche, precristiane e spesso si tratta di fenomeni che per lungo tempo erano stati oggetto di polemiche, repressioni, interventi da parte della Chiesa ufficiale. Oggetto dei suoi studi:

  • Il complesso mitico-rituale della fascinazione in Lucania (Sud e magia, 1959);
  • Le persistenze del pianto funebre in Lucania (Morte e pianto rituale nel mondo antico, 1958);
  • Il tarantismo del Salento (La terra del rimorso, 1961).

Ernesto de Martino ripercorre la storia delle varie polemiche del Clero contro tali le manifestazioni a prova della sua interpretazione che spiega anche gli adattamenti della politica culturale ecclesiastica nell’assorbire e riplasmare culti e credenze di origine arcaica. Spiega inoltre il perdurare di questi arcaismi affermando che la “miseria culturale” è lo specchio di una miseria psicologica determinata da condizioni storico sociali imposte all’intero Mezzogiorno da un regime di subalternità plurisecolare che, anche in epoca contemporanea, fa pesare le sue conseguenze. Il folklore religioso appare così come riflesso della continua repressione subita dal Sud.

Le tre opere meridionalistiche costituiscono nel loro insieme il nucleo centrale che inaugurò in Italia un importante filone di ricerche di antropologia culturale e di etnologia della società meridionale metropolitana destinato ad avere sviluppi crescenti che, dopo la morte di Ernesto de Martino, in queste opere hanno potuto trovare splendidi stimoli e sollecitazioni.

Particolare importanza come tecnica innovativa da lui inaugurata è quella dell’indagine interdisciplinare che lui adottò soprattutto nello studio del tarantismo pugliese attraverso l’unione, in un’unica èquipe, di uno psichiatra, una psicologa, uno storico delle religioni, un’antropologa culturale, un etnomusicologo e un documentarista cinematografico. Il criterio dell’interdisciplinarietà sarebbe rimasto come un’acquisizione e un’esigenza definitiva negli studi etno-antropologici.

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