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Donne e tecnologia, oltre le dicotomie di genere

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La carenza di donne nei percorsi di studio e nelle professioni della scienza tecnologia (comunemente denominate STEM – Science, Technology, Engineering, Mathematics) è un tema che da qualche anno ha raggiunto una significativa attenzione istituzionale e una certa visibilità mediatica. Il merito della crescita di consapevolezza rispetto al gap di genere nei percorsi tecnico-scientifici si deve alla moltiplicazione di iniziative, organizzazioni e gruppi di attiviste che da una parte denunciano il sessismo negli ambienti tecnici, dall’altra si battono per promuovere ambienti e culture di lavoro aperti alla diversità. Sul fronte delle posizioni di leadership, invece, la voce più autorevole ad essersi levata a supporto dell’empowerment femminile è quella del direttore operativo di Facebook, Sheryl Sandberg, che dal 2013 esorta le donne a “farsi avanti” verso le posizioni di potere nella politica e negli affari. La metafora di “sedere al tavolo” (delle voci che contano) è ormai diventata il mantra di qualsiasi campagna volta a promuovere le donne nei ruoli di vertice.

Gender gap nei mondi tecnici. Quale rappresentazione delle donne?

Giunte dunque all’8 Marzo 2017,  in un periodo storico in cui le rivendicazioni delle donne vanno piuttosto nella direzione di ribaltare il vecchio tavolo fatto di gerarchie di potere basate sulle asimmetrie di genere e sulla divisione sessuata del lavoro, è arrivato il momento di cambiare la chiave di lettura per leggere la questione della scarsa presenza femminile negli ambienti tecnici e di provare a riformulare le domande dalle quali partiamo per affrontare il problema. Dunque, invece di chiederci “come mai ci sono pochi ingegneri donna (da notare l’assenza del sostantivo femminile della parola ‘ingegnere’)? Perché le sviluppatrici di video-game rappresentano una scarsissima minoranza? Come possiamo rafforzare la sicurezza e l’auto-stima nelle ragazze?”, potremmo (e dovremmo) chiederci: perché la lavatrice e il forno a microonde non sono percepiti come oggetti tecnici “sexy” e “virili” quanto una moto da strada o la cassetta degli attrezzi dell’idraulico? Che tipo di utente ideale è inscritto nelle applicazioni di dating online per eterosessuali o omosessuali? Come sono rappresentate le donne nei videogiochi di guerra?

La differenza tra le prime domande e le seconde risiede nella differenza di approccio alla relazione tra ruoli di genere e tecnologia. Se le prime, e più comuni, partono dall’assunto per il quale il gender gap nei mondi tecnici sarebbe un problema delle donne (mancanza di auto-stima, coraggio, sicurezza, sfrontatezza), le seconde problematizzano la presunta costruzione e il presunto carattere neutrale degli stessi oggetti tecnici. Un esempio interessante a tal proposito è Grindr, l’applicazione di dating online pensata e programmata per un pubblico maschile gay, bisessuale, e queer. L’applicazione si basa su un sistema di geolocalizzazione in grado di mettere in contatto l’utente con altre persone che si trovano nelle vicinanze. Ricerche recenti nel campo degli studi sociali sulla scienza e la tecnologia hanno brillantemente mostrato come un’app come  Grindr – ma lo stesso discorso vale per Tinder, l’app gemella destinata per lo più a un pubblico eterosessuale – promuova l’emancipazione e la libertà di un utente gay con caratteristiche precise: una persona che abita in ambienti urbani, tendenzialmente stabile dal punto di vista economico, e con un capitale culturale medio-alto. Al contrario, la stessa app per persone LGBTQ che abitano zone rurali si rivela essere un dispositivo di controllo e causa di stress perché i potenziali utenti spesso non hanno affrontato il coming out, e dunque non sono nelle condizioni di vivere apertamente il proprio orientamento sessuale.

L’esempio delle applicazioni di appuntamenti online è solo uno dei tanti casi di oggetti tecnici che inscrivono al loro interno ruoli di genere e orientamenti sessuali di carattere normativo, persino nello spettro alternativo all’eteronomartività. Si tratta di uno tra i tanti casi che permettono una comprensione più ricca e articolata del problema legato alla mancanza di donne nelle professioni tecniche. In altre parole, il problema non è solo quello di arrivare a “sedersi al tavolo”, ma di mettere in discussione il grado di diversità delle persone e dei valori che quel tavolo promuove.

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