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Cesare alle idi di marzo: topografia urbana di un delitto imperfetto

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Dettaglio della statua di Cesare su Via dei Fori Imperiali.

Alle idi del mese di marzo dell’anno 44 a.C. si consumò uno dei delitti più famosi della storia, probabilmente il più famoso se si considera solo quella di Roma: nella curia di Pompeo, con ventitré coltellate, fu ucciso il dittatore perpetuo Caio Giulio Cesare. È un evento che si ricorda non solo per l’importanza della vittima e per le conseguenze, ma anche per lo svolgimento stesso dei fatti: un congiura zoppa che però ha successo per una una serie di colpi di mano del destino. Shakespeare non dovette lavorare molto di fantasia davanti all’impressionante ricostruzione dei fatti lasciataci dagli storici antichi, che qui affronteremo dal punto di vista topografico e monumentale, seguendo letteralmente i passi di Cesare verso il fato.

L’antefatto nella Domus Publica

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Omaggi sull’ara dove fu arso il corpo del dittatore

Cesare non esce presto di casa, quella mattina. Ha fatto le ore piccole, coricandosi tra le tre e le quattro di notte a detta degli astronomi antichi, e il risveglio non è stato dei migliori. All’epoca Cesare, che ricopriva anche il ruolo di Pontefice Massimo, alloggiava nella Domus Publica. A due passi da lì sorgeva la Regia, il luogo dove il Pontefice Massimo svolgeva le sue funzioni. Siamo nel cuore del Foro, la Via Sacra costeggia questi edifici dalle origini antichissime, più volte restaurati già a quell’epoca. È una zona di estremo prestigio, di un tale valore civile e sacrale che difficilmente riusciamo a percepirlo nella sua interezza ai nostri giorni, ma è anche un luogo infossato, umido, ombroso. Il poco che resta della Domus Publica risale proprio all’epoca di Cesare: un ambiente termale con il soffitto a forma di abside e il pavimento a mosaico, un altro pavimento decorato a losanghe e qualche resto lievemente più tardo, di epoca augustea. Sono gli ultimi, visto che poi la Domus Publica fu spostata sul Palatino.

Cesare affronta la città

Cesare decide di rimanere in casa: un sogno inquietante, forse una denuncia più chiara ad opera della moglie l’ha convinto a evitare il pericolo. Ma tra le dieci e le undici uno dei congiurati, saputa la decisione di Cesare, lo raggiunge in casa per convincerlo ad andare in senato. I suoi argomenti sono un capolavoro di realismo psicologico. Quasi vediamo l’affannato Decimo Bruto Albino appellarsi a tutto ciò che può far cambiare idea a Cesare. Sono punzecchiature, non ancora coltellate, che vanno a pizzicare prima la dignitas di Cesare per poi affondare nell’opportunità politica e, perché no, solleticando anche un umanissimo orgoglio maschile. Concretamente, Cesare si trova con le spalle al muro: se non va in Senato, viene accusato di essere un tiranno capriccioso e inaffidabile. Ottimo atteggiamento per ispirare congiure. Quindi, decide di andarvi.

Attraversare il cuore di Roma

Cesare esce di casa e il suo cammino è rallentato, quasi ostacolato dalla folla che si accalca lungo le strade del Foro. Dobbiamo immaginare che l’area oggi tagliata da via dei Fori Imperiali e piazza Venezia era un solo blocco, possiamo definirlo con un termine improprio come un quartiere. Le strade dell’antica Roma sono affollate come oggi, tant’è che Cesare stesso aveva disposto che i carri trasportanti merci non le percorressero nelle ore diurne. Per un uomo così potente, poi, ci sono i clientes, i supplici, gli ammiratori che si avvicinano per chiedere attenzione e rallentano il percorso. Probabilmente Cesare passa vicino ai Rostri e di fronte alla Curia che sta facendo ricostruire drasticamente, ma che non vedrà ultimata. Il tragitto è breve, ma il percorso è lento. Infine, Cesare scorge la meta: il portico del Teatro di Pompeo, alle spalle della scena.

Il locus sceleratus ieri e oggi

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In piedi sul luogo delle idi di marzo

Per via dei lavori in corso nella Curia, il Senato si ritrovava lì in quel periodo. Ed è nel bellissimo quadriportico, che racchiude un giardino ornato da fontane e statue, che si compie il destino di Cesare. Il luogo preciso si è sempre conosciuto, ma solo di recente ci sono state conferme archeologiche. Sotto il marciapiede antistante a Teatro Argentina, in linea con il tempio circolare dell’area sacra, c’è il locus sceleratus, che fu fatto murare da Ottaviano Augusto e poi trasformato in latrina. Il Teatro di Pompeo, invece, ha avuto una vita più lunga ma una decadenza drammatica. Se ancora in epoca tarda era utilizzato e manutenuto, oggi resta solo la sua impronta nella disposizione delle case. Le sue mura si trovano al di sotto dei palazzi e i resti si possono vedere all’interno dei ristoranti Pancrazio e Alle Grotte di Pompeo o nelle cantine di privati compiacenti.

Il percorso di Cesare ai nostri giorni: quel che resta

Il corpo di Cesare, che nessuno ha avuto il coraggio di soccorrere prima e nemmeno raccogliere poi, viene infine caricato su una lettiga da tre schiavi fedeli, che ripercorrono in senso contrario l’ultimo tragitto del loro padrone. Tra un uomo e il suo destino le distanze possono essere davvero corte, in questo caso furono poco meno di due chilometri. Grazie alle fonti e agli studi degli archeologi, anche noi possiamo percorrerli, semaforo più semaforo meno. Ma vista la quantità di monumenti della zona, accumulatisi nei secoli fino a far convivere fianco a fianco testimonianze di epoche diverse, sicuramente impiegheremo molto più tempo di quello che fu necessario a Cesare, la mattina del 15 marzo del 44 a.C.

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