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Anfiteatro di Albano: il piccolo Colosseo

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Anfiteatro di Albano

La zona dei castelli romani è sempre stata strettamente legata alla città di Roma, in un certo senso ne è stata la placenta nei tempi più antichi, per poi diventare luogo di vacanza e benessere dove i patrizi sciamavano per raggiungere le loro tenute. Il papa, in questo, non fa né più né meno di ciò che faceva un imperatore come Domiziano, abituato anche lui – e ben prima dell’inquilino del Vaticano – a trascorrere periodi di riposo nella zona di Castel Gandolfo. Tempo dopo, Settimio Severo stanziò la sua legione ad Albano e costruì di conseguenza tutte le comodità e gli edifici funzionali che erano necessari a quella presenza.

Ad Albano Laziale ci sono persino i resti di un anfiteatro che già in epoca antica era detto “piccolo Colosseo” e ha una storia davvero sfiziosa da raccontare. L’edificio, come dicevamo, fu voluto dall’imperatore Settimio Severo, salito al potere dopo una guerra civile durata solo un anno, ma estremamente intensa, perché in quei dodici mesi si succedettero ben quattro Settimio Severoimperatori. C’erano pesanti responsabilità dei pretoriani in una situazione così instabile, motivo per cui Severo, che era un militare, sciolse il corpo pretoriano e per la sua sicurezza chiamò a Roma la Legio II Parthica, ossia la legione che aveva istituito lui stesso per la campagna bellica contro i Parti, terminata nel 198 con la presa e il saccheggio della capitale nemica, Ctesifonte. Settimio Severo accampò la legione proprio dove oggi sorge Albano Laziale, in quelli che chiamò Castra Albana. Se la pendenza del terreno creò qualche sfida ingegneristica, essa permetteva ai bellicosi angeli custodi dell’imperatore di guardare Roma da un punto di osservazione privilegiato e, diciamocelo, anche panoramico. Ancora oggi, i resti dell’anfiteatro dominano sulla piana a nord, per quanto il panorama sia mutato profondamente a causa dell’urbanizzazione.

L’anfiteatro fu realizzato proprio dalle maestranze della legione partica, che dovette combattere un nemico non da poco: la pendenza del colle. Per vincere questa sfida con la natura del territorio venne costruita una terrazza di sostruzione alta quasi 7 metri per una lunghezza di circa 60 metri, contenuta da un muro di mattoni e peperino. Questa costruzione dava stabilità all’anfiteatro e creava anche una sorta di area di sosta per persone e carri. Con la sua lunghezza massima di 113 metri, l’anfiteatro poteva contenere ben 15.000-16.000 persone.

C’erano due ingressi trionfali – i vomitoria – parzialmente coperti da una volta a botte e lievemente spostati rispetto all’asse centrale dell’arena, per venire incontro alla conformazione del territorio. Si conservò a lungo un canale profondo tre metri, che scorreva sotto l’anfiteatro e serviva a far passare acqua ma anche materiale scenico. Della cavea e delle gradinate resta ben poco, mentre qualcosa del pulvinar, la tribuna destinata all’imperatore, è riconoscibile. D’altronde la storia dell’anfiteatro di Albano è lunga e si svolge in luoghi che sono stati sempre popolati: era addirittura stata costruita una strada basolata che costeggiava l’anfiteatro e poi scendeva, collegandolo direttamente all’Appia. E, si sa, il facile accesso e l’abbondante popolazione cambiano in fretta le cose. Alcuni fornici dell’anfiteatro divennero, nei secoli, oratori e sepolture.

Non distante dall’anfiteatro di Albano sorge un piccolo complesso termale, edificato da Caracalla e conosciuto con il nome di terme di Cellomaio: la Legio II Parthica era stata fedelissima a Settimio Severo e lo sarebbe rimasta verso entrambi gli eredi di lui, se Caracalla non avesse brutalmente fatto uccidere il fratello e co-reggente, Geta. I legionari, infatti, avevano giurato di servire entrambi gli imperatori e non solo uno, peraltro fratricida. E visto che dei legionari arrabbiati non sono certo da prendere sotto gamba, per pacificare gli uomini stanziati ad Albano, Caracalla promise loro un aumento del 50% della paga e la costruzione delle terme proprio lì, nei Castra Albana. Verrebbe quasi da dire che chi di spada ferisce, terme costruisce. Per Caracalla poi sembra quasi un destino.

Foto di copertina di Alberto Mayer da Mapio.

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