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Strapaesani nel XXI secolo, dialogo con Sebastiano Caputo

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Sebastiano
Nell'immagine di copertina l'inviato di guerra e giornalista de "Il Giornale" Sebastiano Caputo.

Sebastiano Caputo, giornalista e saggista, romano, classe 1992. Ad appena diciotto anni entri nella redazione di Quotidiano Nazionale Rinascita occupandoti di politica estera, hai collaborato con il noto intellettuale Massimo Fini ne La voce del ribelle e ora scrivi per ll Giornale.

Già da questi brevi cenni biografici possiamo notare una tua certa precocità intellettuale. Ecco Sebastiano, ti va di raccontarci un po’ più dettagliatamente la tua formazione culturale, le tue letture di riferimento e gli autori che hanno influenzato il tuo pensiero?

Una premessa essenziale riguarda proprio la mia formazione. Ho frequentato il Liceo francese di Roma, sono bilingue e il mio universo culturale di riferimento è il mondo d’Oltralpe. Finiti gli studi liceali, ho iniziato l’Università ma l’ho lasciata immediatamente perché non vedevo, in quest’ambiente, la concreta possibilità di accrescere il mio sapere e sviluppare i miei strumenti di conoscenza. All’età di diciotto anni, ho spedito un curriculum a Quotidiano Nazionale Rinascita e il direttore del quotidiano mi propose un periodo di stage di due mesi al termine del quale fui assunto. Ebbi la fortuna di avere come caporedattrice Alessia Lai che mi ha seguito e cresciuto giornalisticamente. Conseguito il patentino da giornalista pubblicista, continuai con La voce del ribelle. In questa nuova testata, orchestrata da Massimo Fini, che considero uno dei miei giornalisti di riferimento per la sua autonomia di pensiero e per la sua capacità di unire la riflessione alla prassi, ho collaborato fino alla sua chiusura nel gennaio del 2014. Finita quest’esperienza, ho ripreso e sviluppato il blog de L’Intellettuale dissidente che curavo con alcuni amici e abbiamo deciso insieme di trasformarlo in un vero e proprio progetto editoriale facendolo divenire un quotidiano indipendente.

Quindi, Sebastiano, una formazione decisamente giornalistica la tua…

….direi di si, la mia è una formazione prettamente giornalistica. Per quanto riguardo le mie personalità di riferimento, oltre al già citato Massimo Fini, direi senza dubbio Pier Paolo Pasolini sia per la sua scrittura che per l’affrontare gli avvenimenti nella sua ricerca continua di verticalizzare il conflitto. A livello internazionale, direi René Guenon, pensatore della tradizione, nato cristiano e morto musulmano, fondamentale per comprendere la contrapposizione al nichilismo dell’Occidente e Pierre Joseph Proudhon, socialista anarchico della metà dell’800, il quale anticipa culturalmente la realtà in cui viviamo ossia la finanziarizzazione dell’economia, facendosi animatore della creazione di una Banca del Popolo nel 1849. Scrisse poi, nel 1875, un libro importante ossia La Pornocrazia, criticando quella che il giornalista francese Eric Zemmour chiama la femminilizzazione della società occidentale.

https://www.youtube.com/watch?v=zOcjP1cHrbM

Sebastiano, sei autore di ben tre volumi: Franciavanguardia (Historica, 2014), Pensiero in rivolta. Dissidenza e spirito di scissione (Barney, 2014) scritto con Diego Fusaro e Lorenzo Vitelli e Il potere. Il mondo moderno e le sue contraddizioni sempre con Lorenzo Vitelli (Historica, 2014). C’è un fil-rouge che lega queste tre pubblicazioni o sono, piuttosto, singole manifestazioni degli interessi culturali di Sebastiano Caputo?

L’idea di pubblicare Il potere. Il mondo moderno e le sue contraddizioni nasce sulla scia del quotidiano L’Intellettuale dissidente perché io e Lorenzo sentivamo l’esigenza di redigere una sorta di manifesto della rivista e di collocarla storicamente e culturalmente. Pensiero in rivolta. Dissidenza e spirito di scissione scaturisce da un’idea di Diego Fusaro che ci propose di realizzarlo insieme. Si divide in tre parti, una di Diego, una di Lorenzo e una mia. Loro due hanno affrontato temi molto importanti come, ad esempio, l’idea della democrazia da un punto di vista filosofico mentre nel mio saggio, Illusioni democratiche, critico la democrazia partendo da pensatori come Mosca, Pareto e Michels e tentando di spiegare come, dall’antico Egitto fino alle moderne democrazie, sono sempre delle élite attive a dominare maggioranze disorganizzate. Franciavanguardia nasce dalla mia volontà di raccontare la Francia come laboratorio d’avanguardia, come paese che anticipa sempre tematiche e problematiche che maturano successivamente nel resto del mondo e dell’Europa. Il mio intento era anche quello di raccontare la Francia profonda, la Francia reale tramite interviste in forma di dialogo a personaggi della cultura, della società e della politica. Per rispondere alla tua domanda, direi che non c’è un filo rosso che collega tutti e tre questi libri ma piuttosto di studi su argomenti di interesse personale.

Passiamo a parlare dell’associazione Controcultura, Sebastiano. Fondata nel 2012 insieme a Lorenzo Vitelli e ad altri studenti universitari, è la proprietaria del quotidiano telematico L’Intellettuale dissidente e delle edizioni del Circolo Proudhon. Con quali scopi è nata Controcultura, quali obiettivi si pone e quale la sua prospettiva secondo Sebastiano Caputo?

L’aver scelto il termine Controcultura riecheggia concetti gramsciani e, già in origine, ci poniamo in opposizione alla cultura ufficiale. Non concordiamo, poi, sull’utilizzo che fanno molti siti web di parole come “controinformazione” e “reinformazione” in quanto riteniamo molto più interessante parlare di “controcultura” perché sottintende a un substrato filosofico più profondo. L’Associazione è nata come persona giuridica, con forti interessi politici e culturali ma apartitica, indipendente e autoprodotta. È proprietaria di due progetti. Da un lato, L’Intellettuale dissidente, un quotidiano di riflessione, analisi e opinione nato due anni e mezzo fa e, dall’altro, le edizioni del Circolo Proudhon. Come puoi capire, l’Associazione è un considerata un po’ la madre di tutte le nostre iniziative culturali.

Ecco, entriamo nel vivo delle vostre attività, Sebastiano. Da una parte, L’Intellettuale dissidente prende le mosse dalla crisi delle storiche testate giornalistiche, dal declino del ruolo della televisione e dalla prepotente ascesa della Rete come strumento d’informazione. L’obiettivo, come si legge dal vostro sito, è di “fare informazione e auto-formazione attraverso l’organizzazione di attività culturali” facendolo in maniera “libera, interrogativa, approfondita” nel tentativo di “diventare il primo mezzo d’informazione indipendente d’Italia”. Dall’altro, Sebastiano, le edizioni de Il Circolo Proudhon. Nate nel settembre del 2014 con un taglio prettamente saggistico, si propongono di scoprire nuovi autori, di valorizzare scrittori affermati o di riproporre pensatori degli scorsi decenni accomunati dalla critica nei confronti della modernità borghese e del capitalismo. Sebastiano, senza dubbio delle iniziative molto ambiziose.

Per introdurre correttamente il discorso su L’Intellettuale dissidente è importante focalizzare due parole: formazione e informazione perché questi sono gli scopi essenziali del nostro quotidiano; un giornale non generalista, d’analisi e approfondimento e con alcune decine di giovani collaboratori. L’elemento età è fondamentale non per discriminare altri potenziali redattori ma perché ci interessa compiere un percorso formativo comune. Con L’Intellettuale dissidente abbiamo deciso di adottare un linguaggio raffinato ma non chiuso in un elitarismo sterile, cercando di trovare una sintesi virtuosa tra concetti e realtà quotidiana e tentando di parlare un linguaggio vicino a quello popolare. Ecco, questo è un punto essenziale per L’Intellettuale dissidente: parlare alle persone della propria identità, delle esigenze e delle incertezze dell’individuo tentando di metterci anche una certa autoironia. Se il quotidiano si occupa della parte informativa, la casa editrice, invece, si occupa della parte più propriamente formativa. Abbiamo voluto chiamare il marchio Circolo Proudhon perché si richiama all’esperienza francese dell’inizio del ‘900, un progetto metapolitico figlio di Georges Sorel e di Charles Maurras che riuscirono a unire mondi differenti tra loro in chiave anti-liberale, anti-moderna e anti-illuminista. Cercare una sintesi tra progetti diversi è quello che ci interessa, specie nel tentativo di oltrepassare le tradizionali categorie politiche ottocentesche. Siamo convinti che esista un trait d’union tra una sinistra anticapitalista e una destra conservatrice e che questi mondi possano dialogare tra loro e condividere delle battaglie comuni sia a livello territoriale che a livello internazionale. Abbiamo poi creato i circoli dei lettori legati alla casa editrice. Attraverso il sito, si può scaricare un modulo per sostenere il progetto creando realtà territoriali e organizzando incontri e dibattiti. L’ideazione dei circoli è fondamentale perché consideriamo Internet come un’innovazione sociale e non come una rivoluzione tecnologica, un mezzo e non il fine. È un utile aggregatore di teste pensanti ma non dev’essere uno strumento di sottomissione della persona. Per questo riteniamo negativo il processo di parcellizzazione che sta avvenendo nella società a causa dell’eccessivo utilizzo di tecnologia e strumenti digitali. Da questo punto di vista, un corretto uso della Rete può costituire, al contrario, uno strumento importante per affermare un’egemonia culturale dal basso solamente se accompagnata a momenti di aggregazione fisica e di dibattito pubblico di idee e progetti. Vorrei poi lanciare un suggestione, sempre sulla scia di un concetto gramsciano, e cioè quella di legare cultura e produzione facendo sì che i circoli di lettura non siano solo delle realtà informali ma che possano diventare dei convertitori di progetti specie laddove c’è comunità fosse anche una fabbrica, un’azienda agricola, una libreria, o un caseificio. In poche parole, laddove c’è un luogo di aggregazione e dibattito.

https://www.youtube.com/watch?v=JLkLnSTBGac

Un’ultima menzione la dedichiamo alla tua ultima “fatica” intellettuale, Sebastiano: Il Bestiario degli Italiani, la “prima rivista strapaesana del nuovo millennio” come la definisci sul relativo sito. Ricordando nomi eccellenti di Strapaese come Mino Maccari, Curzio Malaparte e Leo Longanesi che si ponevano l’obiettivo di recuperare gli elementi importanti della cultura del territorio quasi alla ricerca dell’Italia profonda, volevo chiederti, Sebastiano, come si può essere “strapaesani” al giorno d’oggi e se non si rischia una mera operazione di nostalgia.

Il Bestiario parte dal presupposto che l’Italia è un paese vario e contraddittorio, il paese per eccellenza delle maschere. Proprio per questo, Il Bestiario intende andare alla ricerca di ciò che è caratteristico dell’identità italiana in un momento storico e culturale dove l’ideologia dominante è il cosmopolitismo e dove lo sport nazionale sembra esser diventato la denigrazione del Bel Paese. Ecco perché, in un mondo così globalizzato, dove si va perdendo la conoscenza del territorio e si assiste allo sfumare della propria identità e della propria provenienza, abbiamo voluto rievocare riviste come L’Italiano di Longanesi e Il Selvaggio di Maccari.

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