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Quarto stupidario: Aloe “vera”, ma non sempre lo è quel che scrivono su di lei

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aloe pianta grassa
Aloe vera
2. Aloe vera (Miller non Linneo): è la giusta definizione tassonomica di questa specie

Come Segretario Nazionale dell’associazione delle piante grasse (AIAS) ho avuto la necessità di conoscere e collaborare con coltivatori internazionali di Aloe, ora non mi interesso più delle sorti dell’associazione ma alcuni di quei rapporti li ho mantenuti, ed è proprio un vivaista messicano che mi ha raccontato che anche gli Inca credevano in un dio responsabile della creazione degli animali e delle piante; dalla stessa fonte ho appreso che esiste anche un racconto sacro, inciso sulle pietre di non so quale tempio, in cui si narra che in principio questo dio creò una pianta che doveva servire a lui e agli uomini per ogni cosa: l’Aloe. Per molti anni ho coltivato e studiato centinaia di specie di Aloe (foto 1) e quindi, anche in considerazione delle generalizzazioni riportate, non ho replicato ai molti errori del mio interlocutore ed alle invenzioni riportate come  verità rivelate addirittura dai sacerdoti di un dio Inca.  Ora però non sopporto più queste cose, a farmi cambiare idea è stato quello che ho letto su un libro pubblicato da poco anche in italiano sulle proprietà delle Aloe, in particolare dell’Aloe vera (che molti chiamano Aloe barbadensis Mill., foto 2). Non riporto il titolo del libro per evitarne qualsiasi possibile pubblicità, purtroppo però non si tratta di un libro isolato ma è una delle decine di pubblicazioni parascientifiche che sono state scritte da quando l’Aloe è diventata di moda. Non sono certo contrario a che si scrivano libri sull’onda delle mode, però mi irrita che vengano utilizzati dei libri per diffondere l’ignoranza, per questo già basta il cibermondo, dove una affermazione anche se falsa può diventare vera, se ripetuta un certo numero di volte. Permettetemi quindi di proporvi una fiera delle castronerie sull’Aloe, anche se non tutte quelle che ho letto, altrimenti  per farlo ci vorrebbe molto più di una serie di  articoli. Incominciamo dagli americani e l’Aloe.

Aloe e America

Nel 1768 Miller (nelle sue ricerche per la revisione del genere Aloe) scoprì che su un’isola nell’arcipelago delle Piccole Antille (Barbados) esisteva un vasto endemismo di un’Aloe: lo descrisse e battezzò la specie  Aloe barbadensis. La scoperta regolarmente registrata  venne riportata da Reynolds nel primo volume del suo importante lavoro sulle Aloe (1950). Questo per anni bastò a dichiarare valido il nome. Già nel secondo volume sul genere Aloe lo stesso Reynolds dichiarò che probabilmente si era sbagliato, non tanto sulla validità del nome, ma sul fatto che proprio quella specie fosse originaria delle piccole Antille, infatti l’isola di Barbados era sulla rotta delle navi dei “conquistadores” che vi facevano sosta per caricare acqua e provviste. Queste navi avevano a bordo piante di Aloe vera che da secoli erano usate a scopo medicinale (come purgante,  come cicatrizzante, contro lo scorbuto, ecc.), è quindi credibile che questi marinai possano aver lasciato sull’isola qualche pianta di Aloe vera che in alcuni secoli è diventata endemica. Hermann Jacobsen nella sua opera monumentale “Handbook of Succulent Plants” nel 1954, relega tra i sinonimi il nome A. barbadensis.  Secondo la denominazione di Linneo (1753) la pianta dell’Aloe, originaria del vicino Oriente e Nord Africa (Yemen, Arabia, Somalia), era ben conosciuta già dai greci e dagli egiziani. Su “Donna Moderna” del 5 gennaio 2011 ho letto che sull’isola di Aruba, di fronte alle coste del Venezuela,

– … conviene fare un salto nel museo più profumato del mondo, quello dell’Aloe … la pianta alla base dell’economia locale. Tra attrezzi strani, che meritano una foto, e immagini d’epoca c’è anche lo store dove acquistare balsami aromatici a chilometro zero.  …-

aloe haworthioides
Aloe haworthioides è, tra le centinaia di specie di Aloe che ho coltivato, l’unica specie di Aloe profumata; è una piccola pianta (la spiga floreale arriva a 18 cm) originaria dal Madagascar

Come ho già detto ho raccolto per anni centinaia di specie di Aloe ma solo una fra le molte  da me coltivate aveva fiori profumati, l’Aloe haworthioides, una specie originaria del Madagascar ancor oggi inserita nell’appendice “A”  C.I.T.E.S.  nonostante che alle nostre latitudini la si possa trovare in vendita in molte composizioni. Ho quindi forti dubbi sul “museo più profumato del mondo”. Negli scaffali del centro commerciale dove vado a far la spesa ho trovato un bagnoschiuma profumato all’Aloe, ho potuto fiutarne l’aroma che definirei fiorito (un misto tra vaniglia e rosa); sulla confezione ho potuto leggere che l’Aloe a cui si riferiva era nientemeno che l’Aloe Barbadensis. Non ho sbagliato a scrivere A. barbadensis con il nome della specie maiuscolo, sulla confezione era proprio scritto in questo modo (alla faccia della tassonomia). I problemi di tassonomia hanno origine dal fatto che Linneo aveva descritto l’Aloe perfoliata (1753) e anche l’A. perfoliata var. succotrina. Mentre la descrizione dell’Aloe vera da parte di Linneo è sicuramente successiva alla descrizione di Miller, pur trattandosi sicuramente della stessa specie. A questo punto per essere precisi occorrerebbe usare il nome

aloe marloti
Alcuni esemplari di Aloe che coltiviamo in terrazza

A. vera Miller, non Linneo (questa identificazione non è mia ma di insigni botanici, ed è in uso anche in ambienti scientifici). In realtà l’Aloe più descritta nell’antica farmacopea era l’A. succotrina, che però non è originaria dell’Isola di Socotra, ma è un’Aloe sudafricana (originaria dalla zona del Capo).  Parlare  dell’origine dell’uso dell’Aloe mi porterebbe a dover scrivere un libro, e così invece di smascherare la superficialità di alcuni autori mi troverei ad allungare la lista di chi esibisce una presunta erudizione. Prometto di continuare a parlarvi delle “fandonie” scritte intorno all’Aloe vera, magari in un prossimo stupidario.

Parlando con Emanuela Visco, una delle anime della rivista Greenious, ho espresso il mio disagio nell’evidenziare la cattiva informazione e l’ignoranza imperante in questi anni. Anche se quello che segnalo è vero, il ruolo di vecchio brontolone non mi si addice. Emanuela mi ha consigliato di realizzare un doppio binario, quello della scoperta delle balle verdi attuali, quelle che girano anche nel web, e in parallelo le balle verdi (o peggio) della storia. L’idea mi è subito piaciuta, tutti sappiamo quante e quali siano state le bufale nei secoli passati, meno note sono le conseguenze che quelle “credenze” hanno prodotto nella nostra civiltà, nello sviluppo della nostra cultura.

Conoscere questi effetti potrebbe aiutare a vaccinarci contro i “danni” da bufala che è quello che mi piacerebbe fare assieme ai miei lettori.

Balle verdi della storia, come venne al mondo il mal di denti

Voglio iniziare con una leggenda vecchia quanto la nostra civiltà che ho letto sul libro di T.H. Gaster, Le più antiche storie del mondo  e parla di come venne al mondo il mal di denti, ne esistono diverse versioni, riporto quella che mi piace di più. Dopo che il dio El aveva completato la creazione fece un giro per verificare che tutto fosse a posto; durante il suo giro furono molte le lamentele che dovette ascoltare, ma a tutti oppose il  suo rifiuto spiegando le ragioni del suo operato. Quando venne il turno del verme El era già stanco e si era seduto all’ombra di un albero. Il verme si lamentò che non aveva i denti e che non riusciva a masticare la frutta che gli era stata destinata e chiedeva di potersi nutrire nella bocca degli uomini, del loro sangue. El non ci pensava proprio a dargli retta, ma una mosca si posò sul suo naso e per scacciarla il dio fece un movimento con il capo (una specie di assenso); poiché anche El era soggetto al fato, per il suo assenso, anche se involontario, fu costretto ad esaudire la richiesta del verme. Gaster continuava la storia spiegando che così fu e così è. Da allora Il verme fa strage dei denti degli uomini e ne rode le gengive; ma la storia continua e il dentista, servitore di El, attacca il verme e lo uccide. Ma non è tutto. Sempre nella storia si raccomanda che ogni qualvolta avrete mal di denti e preparerete un farmaco per alleviare il dolore, recitate tre volte questo racconto e otterrete una sicura guarigione. Se questo vi sembra una pazzia cosa pensereste se vi dicessi che fino a metà del 1800 il mal di denti, in alcune nazioni europee, veniva curato con un cataplasma di vermi? L’idea era: simile scaccia simile! Questa è una leggenda Ittita che risale al secondo millennio a. C. e che  senza l’aiuto del WEB è riuscita a condizionare per oltre 3000 anni la medicina e il modo di curare la carie. Pensate alle storie che sono disposti a mettere in rete i vari venditori di “rimedi infallibili” per vendere i loro prodotti, e allora per fortuna che c’è la rete che ha una memoria più corta, almeno si spera, di quella scatenata dalla fiaba ittita. Come spesso accade queste segnalazioni fanno sorgere più domande che risposte, mi auguro di contribuire a stimolare i lettori a prendere una loro posizione.

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Luciano Zambianchi
Dopo aver chiuso alcune delle mie vite precedenti, quella sindacale (da Presidente FIARC Confesercenti a Roma), quella politica (membro effettivo Commissione Centrale Ruoli presso il Ministero del Lavoro), quella da redattore e autore nel mondo della carta stampata (Acquari & Natura, L’acquario ideale, Le mie prime venti Aloe, Piante Grasse), quella da tecnologo nell’elettronica industriale, quella da segretario nazionale dell’Associazione Italiana Amatori delle piante Succulente (AIAS), quella da libraio (Einaudi) a San Lorenzo a Roma, quella di formatore e consulente (master PNL), finalmente da alcuni anni posso dedicarmi alle mie passioni: lo studio e il restauro di orologi antichi (con lavori citati anche in Wikipedia), l’allevamento e lo studio di tartarughe terrestri, la coltivazione di qualche centinaio di piante, la partecipazione alle attività di associazioni naturaliste scientifiche (ERPISA, bibliotecario SRSN), l’alfabetizzazione del WEB con la lotta alle bufale e alle “credenze” prive di ogni fondamento che imperversano in rete, oltre allo studio e alla diffusione della cultura ambientale. luciano@einaudiroma.it

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