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Luis Sepúlveda, “Le rose di Atacama”: racconti di passioni e di nobili ideali

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le rose di atacama

Le rose di Atacama sono dei fiori che crescono nel deserto cileno. Fioriscono un solo giorno all’anno, ma quel giorno è sufficiente per trasformare la superficie arida del deserto in una distesa di colore e di vita. Le rose di Atacama è anche un libro di Luis Sepúlveda pubblicato nel 2000 da Guanda il cui titolo in lingua originale è Historias marginales.

La trama: visibilità agli invisibili

“Io sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia” recita l’incisione che l’autore trova nel campo di concentramento di Bergen Belsen. È un grido di aiuto che un maestro del calibro di Sepúlveda non può non raccogliere. Inizia così una riflessione, un percorso a ritroso nella vita dello scrittore che lo porta a ricordare le persone meravigliose e marginali che ha incontrato. Sono persone che hanno compiuto atti di grande coraggio, gente che resiste – o almeno ci prova – alle diverse forme di tirannie che si incontrano nella vita, esseri umani che però non verrà mai citata nei libri di storia. Individui spesso anonimi spinti da passioni, ideali e una grande forza di volontà. Non sempre, anzi quasi mai, hanno vinto, ma la sconfitta non rende meno importante le loro azioni. L’unica forma di rispetto per queste persone e per le loro gesta è non dimenticare tentando di restituire loro l’importanza che la narrazione globale gli ha tolto. Troviamo così il racconto dei cavatori di marmo toscani che lavorano tra mille pericoli immediati e futuri in nome dell’arte; incontriamo Durte il trapezista che grazie ai figli può rivivere la bellezza dell’incontro fraterno; scopriamo la storia del Pirata dell’Elba, al quale alcuni ragazzi di Amburgo tentano invano di dedicare una strada; ricordiamo l’orrore nazista grazie a Federico Nessuno, dimenticata cavia del Terzo Reich. E ancora, vi sono le storie di tanti altri invisibili, molti incontrati dallo stesso Sepúlveda durante i lunghi anni dell’esilio.

“Le rose di Atacama”, la potenza del ricordo

Il libro è composto da trentaquattro racconti molto brevi. Tranne che in sporadici casi, Sepúlveda si limita a narrare ciò che è accaduto, senza lasciarsi andare in considerazioni personali su ciò che racconta. Forse perché alcuni racconti non hanno bisogno di essere spiegati, o forse per dare la possibilità al lettore di riflettere autonomamente. E di valutazioni se ne possono fare tante. Possiamo per esempio riflettere sul fatto che in molte parti del mondo, ancora oggi, si conosce solo la realtà che i potenti vogliono far conoscere. Oppure pensare al fatto che, nonostante le difficoltà, gli uomini possono attuare delle strategie di resistenza. Ma soprattutto, che l’unico modo per non rendere vane queste azioni è il ricordo. Come affermerà lo stesso Sepúlveda in un altro libro “se li nominiamo e raccontiamo le loro storie, i nostri morti non muoiono”. Possiamo allora ritrovare il coraggio che anima queste storie di persone ai margini, possiamo anche ribellarci – magari con piccoli gesti – alle ingiustizie che ci colpiscono quotidianamente. Perché gli uomini incontrati nella lettura del libro ci aiutano ad aprire la nostra mente restituendoci un po’ della perduta speranza. Come le rose di Atacama, anche se per poco, magari solo per il tempo della lettura, fioriscono e rendono meno arido il mondo che ci circonda.

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