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Kathrine Switzer, la prima maratoneta di Boston

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Katrine Switzer

Siamo in America, negli anni del secondo dopoguerra. Kathrine Switzer, figlia di un maggiore dell’esercito statunitense, è una ragazzina vivace e piena di stravaganti idee nella testa.

Kathrine Switzer, una donna passionale e determinata

Per nulla frenata dal dover per natura indossare solo camicette e gonnelle e sostenuta, in questo, dall’incoraggiamento di entrambi i genitori, Kathrine Switzer, la biondina “tutto pepe” si lancia, infatti, con grinta e determinazione, alla conquista di tutto ciò che più l’appassiona finendo con lo sfidare, come vedremo, persino convenzioni sociali e territorialità prettamente maschili.

Dall’Hockey alla corsa, il suo grande amore

Si iscrive così a una squadra di hockey su prato e, non contenta, Kathrine Switzer comincia anche a dedicarsi alla corsa, il suo più grande amore, arrivando a percorrere ogni giorno da sola, su strada, più di tre miglia. La sua caparbietà e tenacia viene notata, però, dal coach della squadra maschile di corsa del college, a cui è iscritta, che la invita ad unirsi al suo gruppo di allenamento: accetta ma già sa che questo scatenerà reazioni e opposizioni.

Nel 1967 era impossibile pensare ad una donna maratoneta

E non sbaglia: per l’epoca è, infatti, davvero impensabile che una donna possa intraprendere una carriera sportiva in discipline d’indiscussa pertinenza maschile. Amareggiata, Kathrine Switzer decide di deviare allora su un’altra delle sue grandi passioni, il giornalismo: se non può vivere lo sport come atleta almeno può raccontarlo. Si iscrive così all’Università di Syracuse e comincia a narrare di imprese e successi altrui senza però mai trascurare i suoi allenamenti quotidiani: la corsa, continua a ribadirlo, è il “momento magico delle sue giornate”, la sua “arma segreta”.

La svolta arriva nel 1966 con Arnie Briggs

Nel 1966 arriva la svolta: Kathrine Switzer conosce Arnie Briggs il postino della sua Università, maratoneta “doc” con più di quindici partecipazioni alla Boston Marathon. Per Kathrine è la grande occasione: chiede prima a Briggs di diventare il suo allenatore e poi di prepararla alla stessa maratona. Briggs tentenna, sa che la corsa è preclusa alle donne perché ritenute fisicamente non idonee ma poi, vista la determinazione della ragazza, si arrende e accetta. Kathrine passa, in poco tempo, dalle 3 alle 30 miglia giornaliere e così, un anno dopo, nel 1967, a soli venti anni, si iscrive con furbizia alla gara registrandosi con le sole iniziali del nome (K. V. Switzer) passando, così, almeno inizialmente, del tutto inosservata. Con lei anche il suo boyfriend Tom Miller e il suo fedele coach. Scortata dai suoi due uomini inizia la corsa ma ben presto il suo anonimato viene svelato.

La sua impresa fece il giro del mondo

Scoperta prima dagli altri partecipanti, poi dai fotografi, che impazziti cominciano a scattare infiniti flash, infine da Jock Semple, il direttore di gara che cerca subito di fermarla strappandole il pettorale. Così facendo scatena, però, la reazione di Tom e Briggs che, dopo averlo afferrato per la giacca, lo scaraventano a terra. Il resto, come si dice, è storia. Kathrine finì la gara in quattro ore e venti minuti e la sua impresa fece il giro del mondo. Capì che quello era stato per lei solo un trampolino di lancio e che avrebbe dovuto continuare la sua lotta per abbattere tutte le barriere sociali puntando al pieno riconoscimento dei diritti sportivi delle donne. Partecipò per altre otto volte alla Maratona di Boston arrivando persino a vincerla nel 1974. Continuò anche la sua attività di giornalista ottenendo numerosi premi e riconoscimenti come l’introduzione, nel 2011, nella “National Women’s Hall of Fame”, l’istituzione nata in America nel 1969 per onorare proprio tutte quelle donne che più avevano contribuito allo sviluppo del proprio paese. E lei lo fece, perché se oggi le donne possono giocare a calcio, a basket, a rugby, o a qualsiasi altro tipo di sport, lo devono anche a lei.

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