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Povertà, siccità e isterectomia: l’India delle raccoglitrici di canna da zucchero

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donne a lavoro India

Il riscaldamento globale lo pagheranno – e lo stanno già pagando – prima di tutto i più poveri. La narrativa social che vuole mostrare la preoccupazione ecologica come un vezzo riservato ai benestanti è dannosa quanto e forse più degli incendi in Siberia: frantuma il comune interesse ad avere un futuro. L’India, piegata da una siccità persistente, sovrappopolata, povera e in rapido sviluppo, si trova ad affrontare un fenomeno nuovo: lavoratrici dei campi che si fanno asportare l’utero, perché con i dolori mestruali e la carenza d’acqua sono meno efficienti.

Povertà e scarsità d’acqua spingono all’isterectomia le lavoratrici dei campi

La coltivazione, durante una severa siccità, è difficile. Dell’igiene non ne parliamo. Se i campi sono aridi, bisogna essere ancora più rapidi e instancabili, ma con dolori addominali e magari banalissime infezioni o perdite, essere efficienti al livello richiesto dal mercato non è sempre facile. Ed è così che, nella regione del Maharashtra, a Beed, un numero inquietante di donne non ha più l’utero. C’è chi dice si siano sottoposte a isterectomia su suggerimento medico, per evitare dolori e infezioni ricorrenti, chi sostiene sia una decisione familiare, chi ribadisce si tratti di scelta personale. Non manca chi sussurra come i datori di lavoro siano più inclini ad assumere donne che non hanno problemi mestruali e, anzi, anticipino parte della paga perché le lavoratrici possano sottoporsi all’intervento. D’altronde, la terra di Beed è arida, il lasso di tempo per raccogliere canna da zucchero è scarso: fermarsi un giorno è un danno, ma ancor di più lo è per le famiglie delle raccoglitrici, che non possono permettersi di perdere nemmeno una rupia. L’isterectomia totale è un intervento delicato e, se qualcuno si focalizza solo sui risvolti etico-riproduttivi, è invece giusto guardare prima di tutto ai risvolti sanitari per la donna che la affronta, alle complicazioni post operatorie e i bruschi cambiamenti della salute.

L’anomala siccità in India e il prezzo pagato dai più poveri

Nella classifica di paesi a rischio idrico, l’India è al tredicesimo posto ma, tra tutti quanti, è la nazione più popolosa. La necessità di acqua per irrigare i campi e alimentare le industrie è in costante aumento, così come la richiesta produttiva. Il 2019 è segnato da una feroce siccità che sta colpendo duramente il territorio, al punto di obbligare l’evacuazione di alcuni villaggi. Si sono raggiunti i 50° e le piogge pre-monsoniche di marzo sono state più scarse del 25% rispetto alla media. I pozzi dei villaggi vengono frequentemente svuotati da autocisterne private, che portano acqua ai ricchi in grado di acquistarla, fatto che ha causato anche numerose rivolte. Non sono bastate le buone pratiche di gestione idrica della C40 – rete di città che si impegnano ad adattarsi al cambiamento climatico in maniera virtuosa – per impedire addirittura la chiusura di alcune attività e il rallentamento delle attività ospedaliere. D’altronde, se la falda è secca si può ben poco.

Il peso del riscaldamento globale e dello sviluppo economico ricade sulle donne povere

E i più poveri ne pagano il prezzo. Sono loro che non hanno modo di curarsi, lavarsi, bere a sufficienza. Sono loro – o meglio, le loro schiene e le loro braccia – il motore economico di un mondo affamato: non possono fermarsi. E, ancora più in basso, ci sono le donne. Così le raccoglitrici di canna da zucchero optano per l’isterectomia totale: meno problemi igienici, meno dolore, meno debolezza e si lavora di più. Per cavare dalla terra secca e avara una quantità maggiore canna da zucchero.

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