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Incendio in Amazzonia: continua il bollettino di fuoco di agosto 2019

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Incendio in Amazzonia

Non avremmo voluto scrivere anche questo articolo, ma è necessario parlare del fuoco che sta divorando anche l’Amazzonia, sommandosi agli incendi che, in questo agosto di fiamme per tutto il mondo, continuano a infierire in Siberia e a quello, da poco sotto controllo, in Gran Canaria.

Immagini satellitari dell’Amazzonia in fiamme

Avremmo voluto scrivere un articolo costruttivo, positivo, su qualche conquista scientifico-ecologica, che ci mostri la reale possibilità di salvezza del pianeta, di armonia tra uomo, progresso e natura, ma non potevamo ignorare ciò che l’aria stessa grida: il cielo di San Paolo del Brasile, ieri, in pieno pomeriggio, era nero. Non di nuvole, ma di fumo. Il satellite europeo Copernico mostra le immagini dell’Amazzonia in fiamme e il fumo che, oltre a coprire la metà del Brasile, sta raggiungendo anche i confini di Perù, Bolivia e Paraguay. La stagione secca non aiuta, ma molto raramente un incendio parte da solo. Tant’è che la foresta pluviale dell’Amazzonia è stata a per larga parte della sua storia “a prova di fiamme”, grazie alla sua naturale umidità. Ma numerosi focolai nei periodi secchi posso dare vita a incendi feroci. C’è sempre la mano dell’uomo, mossa da dolo o da colpa, dietro a questi roghi, spiega il ricercatore dell’INPE Alberto Setzer a Reuters. In Brasile, gli allevatori appiccano incendi di proposito per liberare dalla foresta aree da adibire al pascolo. Di recente, abbiamo raccontato di gruppi armati di minatori che hanno aggredito popolazioni indigene per aggirare le normative a tutela delle aree e liberare dalla loro presenza zone dal sottosuolo interessante per lo sfruttamento.

Bolsonaro minimizza e ironizza su una tragedia planetaria

Bolsonaro, che ha sempre dichiarato con sprezzo e fierezza di ignorare ogni preoccupazione ecologica, sostiene che gli incendi siano appiccati dalle ONG ambientaliste, per condurre una guerra privata contro di lui e contro il suo governo, reo di aver tagliato loro i fondi. Mentre il Presidente alterna dichiarazioni bellicose e strafottenti, scherza sull’impossibilità di essere il responsabile fisico degli incendi – ma dimentica la responsabilità morale dei politici quando avallano e strizzano l’occhio a comportamenti illegali, minimizzandone le conseguenze e sottintendendo appoggio – licenzia il direttore dell’Inpe, reo di aver presentato dati che confermano un aumento della deforestazione. Si stima che entro il 2030 avremo detto addio a 1/4 di foresta amazzonica. L’Amazzonia è detta il polmone verde del pianeta perché, da sola, produce il 20% dell’ossigeno dell’atmosfera terrestre. Baluardo contro il riscaldamento globale e unica casa di innumerevoli specie animali e vegetali di sorprendente delicatezza, viene vista da taluni come un mero ostacolo all’arricchimento, scrigno di denari ostaggio degli alberi. Come se si potessero respirare soldi. Se la foresta pluviale si trasformerà in un immenso pascolo, visto l’andamento delle piogge e la latitudine, il suo destino sarà diventare una savana pressoché inabitabile, peggiorando ancora di più il riscaldamento globale.

Noi, piccoli e spaventati davanti al fuoco del mondo

Tra Siberia, Amazzonia e Gran Canaria, solo in agosto sono bruciati oltre 4.000.000 di ettari bosco. Quattro milioni. 40.000km². Quarantamila chilometri quadrati. Il questo parlando per difetto. Noi cittadini, oltre a comunicarci sgomento, dolore e senso di impotenza, ci interroghiamo su come sia possibile e su cosa si possa fare. Alla prima domanda, la risposta è semplice. Se si dà fiducia a chi pone gli interessi contingenti di pochi al di sopra del benessere planetario, difficilmente si avranno risultati diversi. Il voto è un diritto e, quindi, una grossa responsabilità.  Chi parla o scrive, inoltre, dovrebbe ricordarsi che spacciando l’ecologia per vezzo d’elite, prenderà like facili ma mente sapendo di mentire: i primi a pagare i cambiamenti climatici sono già i più poveri, dagli anziani che non possono permettersi il condizionatore ai poveri dell’India che vedono autocisterne private prosciugare  i loro pozzi per vendere l’acqua a chi può comprarla. La seconda, invece, ci riduce a speranzose formichine che fanno la loro parte, augurandosi che presto o tardi anche i potenti della Terra capiscano che stiamo suonando e ballando mentre la nostra nave affonda. Ma questa volta non sarà un iceberg a farci colare a picco, perché si stanno sciogliendo tutti.

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