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Gianni Boncompagni e la densa profondità della leggerezza

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Gianni boncompagni e pippo baudo

Guardo pochissima TV. Già farla mi sembra abbastanza grave!

Bisogna avere un’intelligenza superiore alla media e tutto l’universo dentro, per riuscire ad essere leggeri. Questa è stata la caratteristica costante di Gianni Boncompagni, nella vita e nel lavoro.

Dopo un esordio nella radio Svedese, mosse i suoi primi passi in Rai nel 1964 insieme a Renzo Arbore con il quale, all’interno di trasmissioni storiche come “Alto Gradimento” o “Bandiera Gialla”, ruppe gli schemi del linguaggio radio-televisivo cambiandolo per sempre, pronunciando ad esempio parole che in radio erano al limite della censura o improvvisando con brillante genialità come mai nessuno aveva fatto prima.

Boncompagni comprese il nuovo senso dell’intrattenimento.

Anche in televisione la sua impronta fu di quelle destinate a lasciare il segno.

Su tutte è sufficiente citare due trasmissioni che hanno fatto la storia: “Pronto, Raffaella?” del 1983 e “Non è la Rai” del 1991.

“Pronto, Raffaella?”, condotto da Raffaella Carrà, venne collocato nella fascia oraria di mezzogiorno, che fino ad allora, in Rai, era rimasta vuota, con il monoscopio.

Il programma fu una vera rivoluzione. La conduttrice, seduta sul divano in un salotto che sembrava quello di una casa, intratteneva ospiti e riceveva telefonate per rispondere ai quiz: celeberrimo e indimenticabile quello del barattolo di fagioli dei quali bisognava indovinare il numero esatto. “Pronto, Raffaella?” fu il primo programma che avvicinò realmente il pubblico alla scatola televisiva, che stabilì un rapporto più intimo e confidenziale con lo spettatore.

Il successo fu clamoroso e il format venne poi esportato in moltissimi Paesi.

“Non è la Rai” anche, lo ricordiamo tutti. Il grande studio pieno di ragazze adolescenti intente ad esibirsi nel canto, nel ballo e nelle imitazioni. Prima condotto da Enrica Bonaccorti, poi Paolo Bonolis, ma il vero caso fu la conduzione dell’allora quindicenne Ambra Angiolini collegata con l’auricolare a Boncompagni dalla regia, che la dirigeva parola per parola. Un programma che non fu solo uno show televisivo, bensì un vero e proprio fenomeno di costume dei nostri anni ’90.

“Quale è stato il momento della sua vita in cui si è sentito più infelice?”

“Non me lo ricordo, forse qualche multa.”

La sua simpatia, la sua ironia ed autoironia -caratteristica esclusiva delle menti superiori- ci mancheranno davvero. La sua forza è stata quella di non essersi mai preso troppo sul serio, caratteristica che chi fa la tv non dovrebbe mai dimenticare.

“La televisione è piccola” come recita il titolo di un libro di Maurizio Costanzo– altro caposaldo di quella fase splendida della tv italiana – e Gianni Boncompagni lo sapeva bene, per questo intratteneva come pochi sanno fare, per questo ne sentiremo la mancanza.

In una recente intervista una giornalista gli chiese: “Come vorrebbe morire?” e lui rispose: “In piedi” e direi che il suo desiderio è stato ascoltato:  la morte l’ha colto vivo, in piedi e aggiungerei immortale per molti di noi.

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