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I misteri nella “boutique” di Dino Buzzati

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Nell’appendice al suo Bestiario, lo scrittore franco-argentino Julio Cortazar scriveva che il racconto breve deve possedere la proprietà di entrare nell’animo del lettore. Una considerazione che Dino Buzzati ha senz’altro condiviso nel suo La boutique del mistero pubblicato da Mondadori nel lontano 1968. Nato con “la speranza di far conoscere il meglio di quanto ho scritto”, questo libro contiene le tematiche preferite del grande scrittore veneto: l’angoscia, il senso della sconfitta, il sogno, il ricordo, la morte, l’apparente normalità della realtà, la suggestione metafisica, il surreale e il mistero.

Le opere più famose di Buzzati

Dino Buzzati nasce nel 1906 a San Pellegrino nei pressi di Belluno. Mentre si laurea in legge, lavora al Corriere della Sera diventandone titolista e poi redattore. Muore a Milano nel 1972. Tra le sue opere principali sono da ricordare La famosa invasione degli orsi in Sicilia (1945), Paura alla Scala (1949) e Il deserto dei Tartari (1940), il suo romanzo più noto. Ne La boutique del mistero, Buzzati mette pienamente a frutto la sua idea del racconto come strumento di ricerca dell’animo umano e dell’ambiente circostante.

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Il colombre

Nel racconto Il colombre, Buzzati espone il tema della paura per l’ignoto e della bellezza del mistero. Il protagonista, il giovane Stefano Roi, avvista dalla nave paterna il colombre, un animale marino sul quale aleggia un’oscura fama.

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La copertina di “Il colombre” (Oscar Mondadori)

Suo padre, conoscendola, tiene lontano dal mare Stefano per tutelarlo ma, dopo la morte del genitore, deciderà di riprendere il mare preso da un sentimento di attrazione misto a paura per l’immensità delle acque, con il feroce squalo sempre a seguirlo in ogni momento della sua vita. Sentendo prossima la fine, Stefano, “vecchio, e amaramente infelice”, si risolverà ad affrontare il colombre il quale, al contrario di quello che egli riteneva, gli consegnerà la Perla del Mare, un talismano in grado di esaudire tutti i suoi desideri. E, scuotendo il capo, l’ormai vecchio capitano esclama: “Come è tutto sbagliato. Io sono riuscito a dannare la mia esistenza: e ho rovinato la tua.”

I sette messaggeri

In I sette messaggeri, invece, Buzzati approfondisce il tema della ricerca dell’identità per l’uomo, specie nel momento in cui questi abbandona ciò che conosce per esplorare ciò che è oscuro. Il protagonista, figlio di un Re, parte per un viaggio esplorativo verso gli estremi confini del regno paterno portando con sé sette messaggeri con l’incarico di tenerlo costantemente informato. Man mano che si allontana da casa, le informazioni che i messaggeri gli portano sono sempre più vecchie e inutili, simboli di un tempo ormai sepolto. E gli stessi messaggeri diradano le loro visite a causa della distanza sempre più accentuata finché il protagonista stesso, stanco e invecchiato, si rende conto che il messaggero Domenico rappresenta “il superstite legame con il mondo che un tempo fu anche mio”.

Sette piani

In Sette piani, il perno della storia di Buzzati è rappresentato dall’assurdità di una situazione apparentemente normale. Il personaggio principale, Giuseppe Corte, viene ricoverato in una clinica per curare una semplice febbre. Si accorge presto, però, che si tratta di una clinica particolare, divisa in sette piani (chiara metafora sull’età della vita umana) dove, in senso discendente, vengono alloggiati i malati progressivamente più gravi.

Sistemato inizialmente al settimo piano e non essendo previsto che un malato possa ritornare ai piani superiori, Giuseppe Corte scenderà di piano in piano fino alla fine dei suoi giorni in un una condizione irreale quanto illogica dove “un implacabile peso” l’opprimerà sempre di più nella discesa al primo piano della struttura. Qui un fitto buio cala nella sua stanza, un luogo dove tutto sembra piegarsi a “un misterioso comando” fino all’inesorabile calata del sipario.

Il mantello

È la storia di Giovanni, un giovane soldato che fa ritorno a casa dalla madre, accompagnato da uno strano amico che rimane fuori dal cancello d’ingresso e dal quale egli deve tornare al più presto. In realtà Giovanni è morto in guerra ed è tornato dalla sua famiglia per l’ultimo saluto. L’amico che l’aspetta fuori dal cancello, altri non è che la Morte, la quale ha concesso a Giovanni la possibilità di rivedere i suoi cari per l’ultima volta. Il mantello che copre il giovane soldato, infatti, nasconde la ferita mortale e solamente il fratello più piccolo di Giovanni, Pietro, se ne accorge scostandone i lembi. A quel punto la madre capisce la drammatica situazione e comprende finalmente chi è il misterioso amico di Giovanni, “lui Signore del mondo, in mezzo alla polvere, come pezzente affamato”, e quando arriva il momento di ripartire per Giovanni, “un vuoto immenso, che mai e poi mai secoli sarebbero bastati a colmare” si apre nel cuore della povera madre.

La fine del mondo

Nell’episodio La fine del mondo, di fronte alla catastrofe incombente rappresentata da un enorme pugno nel cielo simboleggiante Dio, è l’egoismo delle persone al centro del racconto di Buzzati. Chi si dispera, chi fa l’amore per l’ultima volta e chi cerca affannosamente un prete per ottenere la salvezza eterna. A un certo punto, la folla incrocia un giovane sacerdote e lo costringe a confessare tutti i presenti. Man mano che la fine del mondo s’avvicina, tuttavia, egli incomincia a pensare a sé stesso e non più al gregge delle imploranti pecorelle; lui stesso deve cercare la sua salvezza nella confessione dei propri peccati.

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La copertina di “La boutique del mistero” (Oscar Mondadori)

In un crescente senso di drammaticità, il prete si chiede “E io? e io?”, mentre tutti “quei maledetti” gli stavano rubando la possibilità di raccomandarsi l’anima a Dio. In quel preciso momento, il giovane sacerdote non sembra più serbare alcun amore per l’umanità, proprio mentre è accerchiato da quei “mille postulanti, voraci di Paradiso”.

I “misteri” di Buzzati

Ne La Boutique del mistero, Buzzati utilizza un linguaggio molto simile all’italiano parlato riuscendo così a rendere ancora più impercettibile l’atmosfera di sospensione che caratterizza gran parte dei racconti del libro.

Con una scrittura scorrevole, pulita e uno stile narrativo coinvolgente, Buzzati ci propone dei racconti allegorici concernenti la condizione umana nei sui vari aspetti: dalla solitudine alla sofferenza, dall’angoscia alla morte. E le parole di ogni racconto, anche le più semplici, si caricano di un alone di strana ambiguità e di profondo mistero. Da questo punto di vista, le storie di Dino Buzzati viaggiano parallelamente sul doppio binario di realtà e di immaginario dove, passo dopo passo, è possibile intravedere due storie differenti tra loro: una fatta di personaggi, di azioni e di descrizioni all’apparenza normali e l’altra celata dietro un invisibile sipario tutto da svelare. In conclusione, quello che colpisce di più leggendo questi racconti è l’assoluta normalità di ogni situazione narrata dove, man mano che un senso di irreale comincia a prevalere, è possibile rintracciare tutte le contraddizioni dell’animo umano, le sue angosce e i suoi drammi. E così, senza accorgercene, Buzzati ci porta a riflettere sugli aspetti più interiori dell’uomo.

Foto di copertina tratta dal sito davidebovati.wordpress.com

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