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Conservatore ieri e oggi, interviene Francesco Giubilei

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Il politologo americano Russell Kirk. Alla sua opera sul conservatorismo si è ispirato l'editore Francesco Giubilei per la stesura del suo ultimo libro.

Con la fine dei partiti storici del nostro Paese e con il declino delle vecchie culture politiche che hanno dominato il ‘900 italiano, si è aperta da almeno un decennio a questa parte una profonda crisi di natura culturale che, lungi dall’essere approdata a una nuova e matura fase, latita ancora tra le secche democratiche e i venti del populismo. Ed è proprio in queste difficoltà a scorgere nuovi orizzonti intellettuali che l’editore e scrittore Francesco Giubilei ha lungamente riflettuto dando recentemente alle stampe Storia del pensiero conservatore. Dalla Rivoluzione francese ai giorni nostri (Giubilei Regnani editore, 2016), un’approfondita disamina sulle radici di uno dei filoni culturali più importanti della storia europea e mondiale.

Francesco, per entrare immediatamente nel tema del tuo libro, volevo chiederti se questo volume nasce dal bisogno di colmare una lacuna nel panorama culturale italiano e dalla necessità di presentare un lavoro organico e aggiornato sull’argomento.

Da tempo studio il pensiero conservatore e, proprio dalla lettura di decine di libri sull’argomento, mi sono accorto che in Italia mancava una pubblicazione in grado di darne una visione organica, un testo che si avvicinasse a quanto realizzato negli Stati Uniti da Russell Kirk con The Conservative Mind ma dedicato al conservatorismo europeo con un focus particolare sul contesto italiano.

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La copertina di “Storia del pensiero conservatore”

Da questa osservazione nasce il mio libro che analizza i principali pensatori conservatori europei dopo aver definito che cos’è il conservatorismo e quali sono i valori e le idee che appartengono al pensiero conservatore.

Tra gli intenti del libro, non c’è solo quello di superare una certa connotazione conferita al termine conservatore inteso come immobile e stantio ma anche quello di distinguere nettamente il conservatorismo da altri filoni politico-culturali come il reazionarismo o il liberismo.

Esattamente, una delle principali problematiche del conservatorismo – oltre al fatto che nel nostro paese il termine conservatore viene spesso utilizzato con un’accezione negativa – è che molto spesso viene confuso con il reazionarismo. In realtà il conservatore e il reazionario sono due figure tra loro distinte: se il reazionario auspica un ritorno al passato e perciò rifiuta lo sviluppo, al contrario il conservatore lo accetta se però non intacca alcuni valori fondamentali (famiglia, comunità, religione, identità dei cittadini). Allo stesso modo conservatori e liberali sono equiparati anche se le differenze tra le due correnti di pensiero, soprattutto nell’ambito economico, sono ingenti. Se nel contesto americano è diffuso il liberal-conservatorismo o il conservatorismo liberale, differente è il caso dell’Europa, soprattutto nei paesi latini dove le differenze di idee tra conservatori e liberali emergono in economia, nei diritti civili e perciò nel modo di intendere la società.

La prima parte delle tue pagine sono dedicate ai valori e ai principi del pensiero conservatore mentre la seconda parte riguarda una dettagliata analisi delle varie forme di conservatorismo continentale. Come mai questa scelta d’impostazione?

L’intento del libro è anzitutto quello di fornire, nella prima parte, un inquadramento storico al conservatorismo definendone i valori e principi a partire dall’analisi dei pensatori che se ne sono occupati (Kirk, Scruton, Prezzolini ed altri) e, nella seconda parte, contestualizzarlo nei vari contesti europei. Un capitolo è dedicato anche al conservatorismo americano, più che per un’analisi approfondita (quest’ultimo differisce notevolmente da quello europeo) per il contributo che alcuni pensatori americani, soprattutto nel periodo dal ’48 al ’53 in cui sono usciti alcuni libri imprescindibili, hanno portato allo studio del conservatorismo.

Soffermiamoci sull’Italia. Il tuo punto di partenza culturale è Giovanni Prezzolini e il suo Manifesto dei conservatori del 1972. Ma nelle pagine dedicate al nostro Paese, evidenzi determinate caratteristiche che rendono questo filone culturale, a partire dalla Destra storica, non propriamente ascrivibile a un pensiero conservatore classico e che, anzi, presenta differenze notevoli con il resto dell’Europa.

La storia italiana è caratterizzata da alcune unicità che fanno sì la nostra nazione fosse differente dagli altri stati europei. La frammentazione di idee e opinioni tipica di ogni corrente di pensiero nel caso italiano è estremizzata con un’individualizzazione spesso deleteria.

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Lo scrittore perugino Giuseppe Prezzolini

Prendo a prestito le parole di Prezzolini espresse nel suo libro con Claudio Quarantoto Intervista sulla destra: “Lo scrittore di destra generalmente non piace nemmeno alla destra, perché è troppo indipendente. Vuol sempre ragionare con la propria testa e non con quella del segretario del partito. Ed è sempre pronto a criticare gli altri come a criticare se stesso. Questa indipendenza, che è una manifestazione di libertà, è un bene, naturalmente, e costituisce una forza, almeno fino a quando non si trasforma in un individualismo esasperato, in solipsismo. Allora diventa una debolezza, che favorisce il successo dell’organizzazione culturale della Sinistra, che rappresenta l’esatto contrario. Ma, si sa, in guerra contano più le truppe disciplinate che gli eroi isolati”.

L’ultimo capitolo del libro si sofferma sulla mancanza di un partito conservatore in Italia. E questa significativa carenza nel panorama politico, sembra di capire dalle tue pagine, è dovuta alla progressiva perdita dell’identità italiana nella società dopo la seconda guerra mondiale, un periodo storico influenzato profondamente dall’individualismo di matrice anglosassone e da una sempre più marcata cultura del mercato. È così?

La mancanza di un partito conservatore in Italia nel ‘900 è dovuta in primis all’esperienza fascista. Il fascismo originario era più vicino a posizioni rivoluzionarie piuttosto che conservatrici ma, una volta ottenuto il potere, soprattutto negli anni ’30, le posizioni fasciste si sono avvicinate ai valori conservatori. Il momento che ha sancito tale cambiamento può essere individuato nella stipula dei Patti Lateranensi. Il secondo aspetto principale che ha impedito la nascita di un partito conservatore è stata la forte presenza nel nostro paese della Chiesa cattolica che ha da sempre influenzato la politica. La nascita di un partito di governo come la Democrazia Cristiana ha impedito che si formasse nel dopoguerra un partito conservatore poiché, anche se all’interno della DC così come del M.S.I. c’erano delle correnti conservatrici, la linea politica di questi partiti non poteva definirsi tale.

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L’editore e scrittore Francesco Giubilei

Infine, per arrivare ad anni più recenti, con l’avvento al potere di Berlusconi è definitivamente venuta meno la possibilità di dar vita a un partito conservatore. Questo per quel che riguarda la politica interna. Facendo un ragionamento più ampio indubbiamente un forte individualismo e politiche economiche sempre più slegate dai valori della comunità e della sovranità e improntate al liberalismo hanno contribuito a creare il quadro politico che viviamo oggi.

Nell’attuale momento storico dove versano in profonda crisi alcune tra le tradizionali culture politiche italiane e dove gli stessi termini destra e sinistra risultano ormai incapaci di comprendere la complessa realtà del nostro Paese, ritieni possibile l’affermazione di una egemonia culturale conservatrice in grado di affermarsi politicamente rispetto ai democratici, ormai ridotti a partito a caratterizzazione leaderistica con forti tratti carismatici, al vecchio centro-destra, diviso tra moderati e populisti e al Movimento 5 Stelle capace di intercettare il disagio di vasti strati della società italiana ma ancora inaffidabile sotto un profilo governativo?

L’egemonia culturale non è mai un aspetto positivo, al contrario serve un confronto tra differenti visioni della stato e della società. In Italia però ciò non avviene, anzi la cultura conservatrice è marginalizzata quando non ostracizzata o negata e ciò accade a causa di una cultura progressista che, invece di favorire i valori democratici di alternanza e confronto, ha fatto sì che si sviluppasse un vero e proprio dominio nei principali centri di potere culturale: dalla scuola ai giornali, dalle case editrici alle manifestazioni letterarie. Un’egemonia avvenuta anche per colpa dei partiti che avrebbero dovuto rappresentare l’elettorato conservatore che si sono da sempre disinteressati della cultura considerandola come un aspetto marginale. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Nel corso dei prossimi mesi sarai impegnato in un lungo Tour promozionale del tuo libro e toccherai numerose città italiane. Anche da queste circostanze, possiamo intuire una ripresa d’interesse verso il pensiero conservatore?

Stiamo organizzando eventi e presentazioni in varie città italiane, per il momento sono stato a Bari, Trieste, Avellino e, nelle prossime settimana sarò a Roma, Fiuggi, Reggio Emilia, Ascoli, Belluno e Catania. Un tour che nasce non solo per presentare il libro e il nuovo quotidiano online di informazione politico-culturale Il conservatore (www.ilconservatore.com) ma per cercare di creare una rete e collaborazioni tra varie realtà sparse in tutto il territorio nazionale. Il principale errore dei conservatori, come scriveva Prezzolini in Intervista sulla destra, è stato quello di non riuscire a collaborare sia da un punto di vista culturale che politico favorendo individualismo e una frammentazione che è risultata quanto mai deleteria.

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