Home Sport e Spettacolo Bruce Chatwin, l’irrequieto viaggiatore

Bruce Chatwin, l’irrequieto viaggiatore

1938
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Chatwin Bruce

Evocare il nome di Bruce Chatwin significa parlare automaticamente del “viaggio”, del “nomadismo” e di un profondo senso di “irrequietezza”. Scomparso nel 1989 a soli quarantotto anni a causa del virus dell’Aids, il grande autore inglese scrisse proprio sul viaggiare tutta una serie di libri, come In Patagonia (1977), Sulla collina nera (1982), Le vie dei canti (1987), Utz (1988), Che ci faccio qui (1989) e il postumo Anatomia dell’irrequietezza (1996), che sono rimasti nella storia della letteratura contemporanea per il loro tratto inconfondibile di stile e grazia artistica.

Chatwin, una vita di scoperte

A distanza di alcuni anni dalla sua morte, Susannah Clapp, editor di uno dei suoi libri più famosi e cioè In Patagonia, gli ha dedicato un libro in cui vengono svelati particolari inediti della vita di Chatwin e che contribuiscono a regalarci un profilo particolarmente originale dello scrittore inglese, proprio “come se la Clapp accendesse una candid camera, e Chatwin accettasse di farsi riprendere”.

Dalle pagine di questo libro pubblicato da Adelphi nel 1998, emerge un Bruce Chatwin poliedrico: scrittore, giornalista, critico d’arte (fu a lungo impiegato presso la prestigiosa casa d’aste Sotheby’s dove imparò a conoscere e amare la pittura e la scultura nelle sue più minute sfumature) e anche archeologo. Ma non c’è dubbio che il suo nome resta indissolubilmente legato alla letteratura e alla scrittura. E soprattutto ai temi del “nomadismo”, del senso di “irrequietezza” e del “viaggio”, che rappresentano i momenti culminanti della sua opera. Per Chatwin, infatti, il nomadismo “rappresenta qualcosa di più di un argomento entusiasmante su cui scrivere: era un’ossessione personale, e anche un credo, un modo per dare senso – e un senso più forte – alle sue ricerche archeologiche e alle sue esplorazioni geografiche”. Il nomadismo lo assorbì talmente tanto che neppure gli avvenimenti del ’68 lo sfiorarono. Proprio in quel periodo, infatti, stava preparando una mostra riguardo l’arte nomade delle steppe asiatiche nel periodo compreso tra il V e il VI secolo a.C. per conto dell’Asia House Gallery di New York. Il suo obiettivo era quello di restituire ai nomadi, specie coloro che non avevano lasciato tracce visibili del loro passaggio, la giusta dimensione storica. E a tale riguardo viaggiò tantissimo per il mondo, annotando tutto quello che lo colpiva e che attirava la sua attenzione.

In Patagonia

Da tutte queste esperienze maturò una corposa documentazione raccolta nei suoi famosi Moleskine e che sfociò nella prima versione di In Patagonia. Come è stato sottolineato da più parti, In Patagonia non è il classico libro di impressioni di viaggio dell’autore ma una vera e propria opera simbolica sul percorrere a piedi grandi distanze per arrivare in luoghi straordinari per bellezza e intensità. Proprio a tale proposito Susannah Clapp scrive che Chatwin “aveva uno stile molto aspro e un gran gusto per il paradosso; sapeva tenere il racconto in equilibrio tra realtà e finzione, e il lettore sulla corda, ed era riuscito a riempire il testo di spunti autobiografici senza mai parlare apertamente di sé.

Lo “zaino culturale” di Chatwin

Ma proprio durante la fase di lavorazione di In Patagonia, la Clapp aprì una finestra su un particolare poco noto di Bruce Chatwin e cioè il suo profondo piacere di occuparsi dell’editing: Bruce era una delle persone più aperte e disponibili con cui abbia mai lavorato, anche perché, cosa rarissima, il lavoro di revisione gli piaceva, anzi, lo trovava quasi emozionante. Adorava chiacchierare di ciò che aveva scritto, e molte idee gli venivano parlando. Senza essere, come a volte capita, troppo arrendevole, decideva in fretta, e poteva eliminare un intero capitolo senza pensarci un attimo, oppure scriverne uno nuovo nel giro di una notte. Il suo zaino era sempre pieno di pagine nuove di zecca”. Ma lo zaino culturale di Chatwin era pieno soprattutto di un particolare senso di “irrequietezza”, quel sentimento che costituiva la fonte prima del suo mettersi in viaggio. Ed ecco, quindi, l’altro grande tema della letteratura di Chatwin, il viaggio. Declinato nel desiderio di conoscere altre culture, di confrontarsi con la diversità, di saperne di più sulle usanze dei luoghi che visitava. Si può proprio dire che il viaggio per Bruce Chatwin  era piuttosto lo strumento per ritrovare la radice del proprio essere, la risposta al disagio esistenziale provocato dalla moderna civilizzazione di massa”. Per dirla con le parole di Susannah Clapp, “Bruce era un viaggiatore originale e con un certo gusto per l’avventura, ma non quel che si dice un pioniere. Leggere le sue descrizioni, però, è sempre come vedere un posto per la prima volta, e con occhi vergini”.

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