Api come bioaccumulatori. Quale importanza per l’ambiente?

Luciano Zambianchi
Pubblicato il 06 maggio, 2018, 8:39 pm

Grazie alle domande dei miei lettori continuo questa serie di risposte che ora riguardano aspetti tecnici, ma anche fenomeni curiosi e stupefacenti, della vita di relazione delle api, e soprattutto della relazione delle api con l’ambiente. Le api rappresentano, alle nostre latitudini, la maggiore popolazione di insetti impollinatori, è grazie al loro incessante lavoro che possiamo avere i frutti di cui ci cibiamo. In realtà c’è un rapporto simbiotico di duplice vantaggio: le piante, quelle che ancora oggi vengono considerate “vegetali” prive di una intelligenza autonoma, forniscono agli insetti un incentivo al loro lavoro, in cambio dell’impollinazione, ma non ne forniscono tanto, e per giunta lo consegnano poco per volta, garantendo con un pagamento dilazionato che il lavoro sia finito.

Un esempio per tutti: l’ape bottinatrice raccoglie ad ogni volo 30/40 milligrammi di nettare, un fiore di ciliegio mette a disposizione dell’insetto solo 20 milligrammi al giorno, un fiore di melo solo due milligrammi al giorno, in questo modo l’ape sarà costretta a raccogliere il nettare di molti fiori, anche di più piante e farà bene il suo lavoro. Le piante poi segnalano con colori, spesso molto appariscenti, dove gli insetti devono andare. I fiori che hanno impollinatori notturni sono sempre bianchi o biancastri, anche se spesso sono più profumati degli altri. Torniamo alle domande:

Cosa succede quando la regina non riesce più a fecondare le sue uova?

Può accadere che per qualche ragione (ad esempio meteorologica) durante il volo nuziale la regina non sia riuscita ad immagazzinare tutto il seme di cui ha bisogno per fecondare le uova che dovrebbe deporre nella sua vita (circa un milione). Una regina che esaurisce lo sperma, o una regina vergine, è detta “regina fucaiola”, di solito questo produce, se l’apicoltore non interviene rapidamente, la perdita dello sciame. La regina fucaiola potrebbe anche essere un’ape operaia (orfana?) che, sfuggita all’azione inibitoria dei ferormoni della regina, ha sviluppato l’apparato riproduttivo. Non avendo fatto il volo nuziale questa femmina (vergine) produrrà solo fuchi, che non andranno a bottinare e dovranno anzi essere alimentati dalle femmine presenti nella famiglia. Nell’alveare non nasceranno più femmine e lo sciame sarà destinato all’estinzione. Quando ci si accorge che c’è una regina fucaiola si può cercare di salvare quel che resta dello sciame, usando delle tecniche messe a punto in anni di esperienza. Queste tecniche dimostrano anche quanto sia forte nello sciame il legame famigliare. Si deve allontanare l’arnia di almeno una sessantina di metri dalla sua abituale posizione, poi tutti i telai estratti dall’arnia dovranno essere scrollati e liberati dalle api. Risistemati i telai nell’arnia e rimessa l’arnia stessa nella sua posizione abituale, le api vi faranno ritorno, meno la fucaiola che non riuscirà a ritrovare la strada di casa. A questo punto dovremo introdurre nell’arnia una nuova regina in una fiala chiusa da uno strato di candito (uno zucchero che viene anche usato per alimentare le api). Il tappo della fiala verrà rosicchiato, ma il tempo che occorrerà alla nuova regina ad uscire serve per fare abituare le operaie al suo odore, a farla riconoscere come una di “famiglia”, così verrà accettata. Nel caso la regina non dovesse essere accettata le operaie la uccideranno soffocandola.

Quante api compongono una famiglia?

Di solito, la domanda è sollecitata dalla visione di uno sciame appeso ad un albero o sotto un tetto. Ma lo sciame (anche quello della sciamatura principale) non ha il più grande numero di individui. Poi non esiste un numero fisso, nel giro di un anno il numero delle api di un alveare cambia moltissimo, nella stagione invernale è come se ci fosse una specie di letargo, un rallentamento metabolico rispetto alla stagione estiva, quindi il numero delle api in una famiglia dipende dalla stagione. Nel periodo estivo le operaie bottinatrici lavorano per raccogliere ed accumulare tutto il polline ed il nettare a pieno regime, e costringono le operaie giovani, almeno quelle immagazzinatrici, a un super lavoro. Le api operaie ancora non uscite dall’alveare, cosa che nel periodo estivo accade dopo il ventunesimo giorno, svolgono i loro compiti di addette alla manutenzione e alla sicurezza dell’alveare. Ricordo che in questo periodo la vita media delle operaie è di poco più di un mese. Siamo nel pieno delle attività, la regina depone un grande numero di uova che richiedono celle e lavoro per alimentare le larve. Lo sciame è al massimo con cinquantamila e più individui. Pian piano con i cicli delle stagioni l’attività diminuisce e anche il numero di uova deposte, le bottinatrici faranno sempre meno giri, fino a ridurre a zero le uscite, con il calare della temperatura rimangono in attività solo le operaie addette ai “servizi” di pulizia, mantenimento e termoregolazione dell’alveare, circa diecimila individui che però, a differenza delle loro sorelle, hanno una vita che può arrivare fino a quasi sei mesi. In questo periodo, durante le notti più fredde, le api si raggruppano tra di loro e si scaldano a vicenda. Il gran numero di individui di un alveare assieme alla proverbiale operosità delle api, spiega l’importanza del lavoro delle api a favore delle piante, ma anche come biosensori, o meglio come bio accumulatori, in grado di verificare la situazione ambientale. Durante la sciamatura che di solito avviene in primavera (ma non tutti gli anni) e che coinvolge diecimila individui, gli apicoltori hanno studiato la disposizione delle api nello sciame, osservando che questa disposizione dipende dall’età di ogni individuo e cambia secondo regole precise.

Come è possibile usare le api come bioaccumulatori?

Già naturalmente le api risultano, con le loro abituali attività, dei biomonitori. Grazie alle preziose informazioni del dottor Nicola Palmieri (il naturalista melissopalinologo che ci è stato presentato dalla FAI e che partecipa attivamente al progetto con il CUFA) posso darvi dei numeri che vi faranno capire di cosa stiamo parlando. Una famiglia di api può raccogliere in un anno seicento chili di nettare e venti, trenta chili di polline, e ogni arnia può, sempre in un anno, produrre fino a cinquanta chili di miele. Questo vuol dire che, considerando che ogni ape bottinatrice può portare all’alveare (per ogni volo) trenta, quaranta milligrammi di nettare o quindici milligrammi di polline, per produrre trecento chili di miele occorreranno venti milioni di escursioni con quaranta milioni di chilometri percorsi. In pratica, in una stagione, la distanza tra la Terra e Venere. Sono numeri impressionanti a cui si vanno ad aggiungere quelli altrettanto spaventosi dei chilometri quadrati coperti ogni anno dalle api di ogni singolo alveare, e naturalmente l’impressionante numero di microprelievi per anno. Già solo sulla peluria, in così tanti chilometri percorsi, si accumuleranno una quantità di prodotti intercettati involontariamente. Sempre secondo il dottor Palmieri, un campione rappresentativo della flotta delle bottinatrici ci permetterà di ottenere una informazione semplificata sull’area di bottinamento in un determinato periodo. Come ho già avuto occasione di ricordare, la vita media di un’ape operaia in estate è di circa trentacinque giorni, quindi per ogni arnia basterà prelevare (come campione) una cinquantina delle migliaia di api che mensilmente andranno a morire.

Ci sono ancora tantissime cose da dire sulle api per rispondere alle vostre domande, è indispensabile anche che un cittadino capisca il danno che può produrre usando fitofarmaci non corretti sulle sue piante, proprio per questo permettetemi di continuare a raccontare storie e a scrivere le risposte alle vostre curiosità.

Luciano Zambianchi
Dopo aver chiuso alcune delle mie vite precedenti, quella sindacale (da Presidente FIARC Confesercenti a Roma), quella politica (membro effettivo Commissione Centrale Ruoli presso il Ministero del Lavoro), quella da redattore e autore nel mondo della carta stampata (Acquari & Natura, L’acquario ideale, Le mie prime venti Aloe, Piante Grasse), quella da tecnologo nell’elettronica industriale, quella da segretario nazionale dell’Associazione Italiana Amatori delle piante Succulente (AIAS), quella da libraio (Einaudi) a San Lorenzo a Roma, quella di formatore e consulente (master PNL), finalmente da alcuni anni posso dedicarmi alle mie passioni: lo studio e il restauro di orologi antichi (con lavori citati anche in Wikipedia), l’allevamento e lo studio di tartarughe terrestri, la coltivazione di qualche centinaio di piante, la partecipazione alle attività di associazioni naturaliste scientifiche (ERPISA, bibliotecario SRSN), l’alfabetizzazione del WEB con la lotta alle bufale e alle “credenze” prive di ogni fondamento che imperversano in rete, oltre allo studio e alla diffusione della cultura ambientale. luciano@einaudiroma.it

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