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Tre manifesti a Ebbing, Missouri. Un film di Martin McDonagh

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Film Tre Manifesti a Ebbing, Missouri

Ci sono film che sono dei sistemi perfetti. Contengono tante cose da sembrare delle scatole cinesi, come se si potesse scoprirli all’infinito. Tre manifesti a Ebbing, Missouri è uno di questi. Scritto e diretto da Martin McDonagh, che aveva già firmato il bellissimo In Bruges (2008), il film si destreggia tra i generi, rifiutando ogni forma di retorica e ampollosità. Quando sembra di avergli dato un nome, si divincola, alternando magistralmente i toni della dark comedy, del poliziesco e del dramma. Sicuramente, appartiene a quel cinema che ama parlare di rabbia, di vendetta, ma anche di accettazione della morte. Dell’incubo della convivenza con gli altri esseri umani e con se stessi.

Una catena di eventi per un racconto perfetto

La storia di Tre Manifesti a Ebbing, Missouri è la storia di un gesto che diventa una valanga. Mildred Hayes (interpretata da una favolosa Frances McDormand), ha perso la figlia, Angela, violentata e uccisa mesi prima. Le indagini si sono arenate troppo presto, lasciando la donna senza speranza. Mildred decide quindi di noleggiare tre enormi cartelloni pubblicitari su una strada che porta in città (Ebbing, appunto), sui quali piazza dei messaggi polemici su uno sfondo rosso, rivolti al capo della polizia William Willoughby (Woody Harrelson), colpevole di non aver fatto abbastanza per trovare l’assassino. Tre cartelloni per dipingere a chiare lettere un dolore ingestibile.

Quando entra in scena il vice Dixon (Sam Rockwell), poliziotto razzista e “picchiatore di negri”, il gesto di guerra di Mildred contro il pigro commissariato di polizia della piccola cittadina, dà il via a una serie di eventi catastrofici. Mille rivoli di una vicenda che si riversano perfettamente nel flusso centrale del racconto; un contenitore riempito da ambientazioni, personaggi e dialoghi che lo colmano senza lasciare nessuno spazio vuoto al suo interno. Tre manifesti a Ebbing , Missouri si muove dentro un’America provinciale che ricorda tanto quella dei film di Clint Eastwood, ma anche e soprattutto quella dei Coen. A partire dai poliziotti (sarà il volto di Frances McDormand, indimenticabile in Fargo?), come sempre ben poco eroici, o forse solo a tratti. Un’America fatta di piccole comunità sommerse di cui nessuno ha mai sentito parlare finché non diventano teatro di episodi di cronaca nera.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri, una storia americana

Che bello vedere un cinema che ha così tante cose da dire e che sa essere profondamente politico, anche senza parlare affatto di politica. Il Missouri qui è l’ombelico di un Paese, del quale conosciamo bene le contraddizioni, in cui le radici dell’odio e del razzismo sembrano inestirpabili. Ma non solo. Il sottotesto è anche pregno di una forte critica alla gestione istituzionale del dolore femminile, nel momento in cui diventa pubblico. McDonagh ha scritto la parte di Mildred otto anni fa, ma la storia di questa donna che si ribella a un sopruso (non solo lo stupro della figlia, ma anche l’ottusità di un sistema di potere tutto maschile) suona molto attuale dopo le vicende dell’anno passato a Hollywood. 

Una rabbia feroce e una struggente umanità

Sempre parlando di Coen, non siamo lontani dall’ultra-violenza di Non è un paese per vecchi, che si esprime qui in scoppi di rabbia estremi e incontrollati, sempre accompagnati da una vena comica e grottesca. Anche il linguaggio è violento. Insulti razzisti, omofobi, sessisti, ce n’è per tutti.  È una scrittura dai toni secchi, asciutti e taglienti. E violenta sembra essere anche la macchina da presa di McDonagh, che non ha paura di avvicinarsi ai volti degli attori per mostrarli imperfetti, bruciacchiati, struccati, feriti, lentigginosi. Ci svelano il carattere di personaggi che all’inizio del film sembrano semplici caricature, e finiscono invece per riempirsi di incredibili sfumature con lo scorrere del racconto.

Ogni personaggio del film è esso stesso un contenitore che custodisce un universo enorme, fatto simultaneamente di struggente umanità e ferocissima miseria.

Per ora, Tre manifesti a Ebbing, Missouri ha vinto quattro Golden Globe, ma siamo certi che farà ancora molto parlare di sé.

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