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Serenella Iovino: «Ecologia e letteratura un binomio inscindibile»

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Serenella Iovino insegna Filosofia Morale all’Università di Torino ed è Research Fellow della Alexander-von-Humboldt Stiftung. Dal 2008 al 2010 è stata presidente dell’EASLCE (European Association for the Study of Literature, Culture and Environment). Tra i suoi libri ricordiamo Ecologia letteraria. Una strategia di sopravvivenza (Ed. Ambiente, 2006) e Filosofie dell’ambiente. Etica, natura, società (Carocci, 2004, più volte ristampato). Collabora con le maggiori riviste e istituzioni internazionali nel campo dell’ecocritica. Il suo prossimo volume, Material ecocriticism, co-edito con Serpil Oppermann, sarà pubblicato da Indiana University Press. Attualmente è visiting professor presso l’Università di Augsburg nell’ambito dello Study-program “Ethics of Textual Cultures”.

Serenella Iovino, l’ecologia e la letteratura

Professoressa Iovino, lei è una delle maggiori esperte di studi che affrontano la relazione tra ecologia e letteratura. Può spiegare di cosa si tratta?
La relazione tra ecologia e letteratura, che da alcuni anni è oggetto di studi dell’ecocritica, si può interpretare sostanzialmente secondo due approcci: un approccio tematico e un approccio “sistemico”. L’approccio tematico è quello che analizza le immagini della natura nei testi. Questo criterio cerca di evidenziare in che modo la natura e i motivi ambientali siano rappresentati nei testi culturali, in che modo queste rappresentazioni siano cambiate nel tempo, e se a esse si associno discorsi educativi o sociali, visioni filosofiche o messaggi di valore. Quando dico “motivi ambientali” non mi riferisco solo a visioni problematiche della crisi ecologica, come rappresentazioni di catastrofi naturali o di disastri tecnologici. In realtà, qualsiasi testo che rappresenti l’incontro o il confronto tra umano e non umano (animali, paesaggi, forme di vita naturali, o intelligenze artificiali) è un testo ecologico. L’ecologia, infatti, è per definizione la scienza delle relazioni vitali, degli ambienti in cui ogni elemento è interconnesso. Accanto a opere come Guasto di Christa Wolf, che racconta le inquietudini quotidiane di una donna tedesca sullo sfondo del disastro di Chernobyl, o al viaggio di un padre e un figlio in un paesaggio apocalittico descritto da Cormac McCarty in The Road, ci sono classici come Walden, in cui Henry David Thoreau narra la sua esperienza di vita nei boschi come un incontro con un mondo essenziale, attraversato da infiniti legami, o Marcovaldo di Calvino, in cui il protagonista cerca la natura in una città dispettosa che la nasconde e la traveste. Accanto a questo, che è forse quello più comune, c’è però anche un altro approccio, che possiamo definire “sistemico”. Questo approccio non si sofferma tanto sulle idee rappresentate nei testi, ma sul modo in cui queste idee interagiscono con le mentalità e con i contesti socio-culturali in cui il testo si muove. Qui, più che l’ecologia nella letteratura, si guarda all’ecologia della letteratura: al ruolo della letteratura e dei testi culturali nell’ecosistema culturale (e quindi anche sociale, politico, ideologico) da cui si nascono o in cui agiscono. Pensiamo all’impatto di opere come Primavera silenziosa di Rachel Carson, pubblicata esattamente cinquant’anni fa: un libro così importante, e anche così letterariamente efficace, con le sue immagini dei davanzali deserti e di luoghi senza più  uccelli che cantano la primavera, da incidere materialmente sulla nascita dell’ambientalismo contemporaneo e sulla vita dell’occidente industrializzato, col bando del DDT dai pesticidi usati per l’agricoltura. L’immaginario convogliato dalla letteratura non solo permette di dare voce a realtà altrimenti silenziose o marginali, ma anche di stimolare strategie creative per dare alla società nuove idee, nuovi valori, nuove parole. E queste nuove parole possono diventare per gli individui e per le società strumenti evolutivi, mezzi di liberazione. In un suo scritto, Italo Calvino dice che la letteratura dà voce a quello che non ha voce, e che allo scrittore può capitare di esplorare territori sconosciuti, di scoprire linguaggi che poi diventeranno patrimonio comune di una società.Io credo che la forza dell’ecocritica sia proprio nell’intreccio di questi due approcci: nella capacità di far scaturire dall’analisi delle immagini culturali della natura nuove chiavi di consapevolezza critica, nuove parole e nuove idee da far vivere fuori dalle pagine di un libro. Se si riesce a fare vivere queste idee nella realtà e nell’ambiente in cui materialmente siamo, e che condividiamo con tutto ciò che vive, forse tra natura e cultura può instaurarsi davvero una continuità, e non necessariamente un conflitto.

Per quale motivo in Italia non ci sono molti studi in questo settore? In quale Paese, invece, l’attenzione è maggiore? E, secondo lei, da cosa dipende?
L’ecocritica nasce come espressione della sensibilità naturalistica anglo-americana, e la sua culla sono gli Stati Uniti: un paese dove, più che altrove, l’incontro tra la natura selvaggia e lo sviluppo industriale costituisce un fattore determinante nella formazione dell’identità nazionale. L’intrecciarsi di natura e industria è un tema già romantico e tardo-illuministico: non stupisce dunque, che tutti i paesi in cui questi fenomeni storici e culturali sono stati più incisivi, come l’Inghilterra e la Germania, abbiano sviluppato interesse per questo filone di studi. In Italia questo interesse è, per ora, meno impellente. I motivi sono tanti: dalla scarsa educazione ai problemi ambientali, a un certo scetticismo per il “nuovo”, dovuto forse all’attaccamento verso visioni consolidate delle discipline, specialmente quelle umanistiche. Questo è comprensibile: l’ecocritica infatti sfida non solo le categorie consolidate della critica letteraria, ma anche le partizioni disciplinari, e il nostro sistema accademico non è così aperto agli approcci trasversali. A parte tutto, però, ci sono molte ragioni per essere ottimisti. Da quando ho cominciato a studiare questi argomenti, il numero degli interessati è cresciuto in maniera notevole. E’ cresciuta la curiosità dei colleghi, e anche le occasioni di collaborazione, il numero delle tesi scritte su questi temi, le occasioni di dibattiti pubblici, le pubblicazioni. Negli ultimi due anni mi è capitato di essere chiamata a partecipare a due giurie di premi letterari ambientali, e in due realtà completamente diverse: il primo, a Ispica, in provincia di Ragusa, organizzato da un’associazione culturale locale e da un giovanissimo studente, Ignazio Spadaro, che è perfino riuscito a ottenere l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica; il secondo, a Venezia, organizzato dalla giornalista Bianca Nardon, direttore del Webmagazine Comete, in collaborazione con l’Università Ca’ Foscari, e patrocinato tra gli altri dal WWF e da Legambiente, si concluderà a marzo 2012 con la cerimonia di premiazione e la pubblicazione di un volume.
Con la European Association for the Study of Literature, Culture, and Environment (www.easlce.eu), di cui sono stata presidente, facciamo continuamente ricognizioni sullo stato dell’ecocritica in Europa, e la partecipazione di colleghi e studenti italiani alle nostre iniziative cresce di anno in anno. Insomma, mi rendo conto che forse siamo poco visibili, ma ci siamo. E stiamo crescendo.

Nel suo lavoro “Ecologia letteraria”, lei presenta il metodo interpretativo noto come “ecocriticism”. In che modo la letteratura può influenzare un’idea di sviluppo sostenibile?
In Ecologia letteraria insistevo sul fatto che la cultura è una strategia di sopravvivenza. La cultura ci aiuta a non disperdere la nostra memoria, a progettare la permanenza delle nostre idee, e anche a prendere le distanze, se necessario, da tradizioni che cospirano contro la nostra sopravvivenza anziché favorirla. La cultura di cui è portatrice l’ecocritica vuole essere una cultura della sostenibilità, proprio perché vuole mettere in luce come certe visioni del mondo, veicolate dall’immaginario creativo della letteratura, abbiano una valenza educativa fondamentale, e possano perciò contribuire a orientare costruttivamente la nostra cultura, facendone una forma di “evoluzione consapevole”, una “strategia di sopravvivenza”.  L’ecocritica mette in pratica questa strategia con la sua visione strumentale e ampia dei soggetti e delle discipline. I nostri studi, infatti, prendono potenzialmente in esame testi, autori e problematiche di ogni genere: romanzi come paesaggi, Shakespeare come Prigogine, le ecomafie come i sistemi economici del mondo globalizzato. Inoltre l’analisi ecocritica non richiede solo una sensibilità letteraria, ma anche informazioni sulla vita e il funzionamento dei sistemi biologici, un’attenzione alle dinamiche economiche e sociali che si intrecciano sullo sfondo della salute degli ecosistemi, e anche gli strumenti concettuali etico-filosofici per inquadrare queste questioni in una prospettiva coerente. La prima cosa che un ecocritico deve fare quando si appresta ad analizzare un testo è uscire dal testo. E’ guardare l’ambiente di quel testo, la sua ecologia, biologica, sociale, culturale, politica. Ecologia è una parola singolare con significati multipli: non c’è un’ecologia solo nei parchi o nelle riserve naturali. Ecologia è nel modo in cui la mela che mangio si lega alle tecniche di coltivazione e al loro impatto sui territori, alla produzione dei materiali da imballaggio, alle strategie economiche di distribuzione, al mercato del lavoro, ai conflitti per le risorse, alle condizioni di vita delle persone, ai rifiuti che tutto questo processo produce. Se questa mela è una Granny Smith e viene dall’Australia, o è una mela Annurca campana, in un morso io sono partecipe di realtà geografiche, di percorsi storici, di contesti culturali ed economici distinti, ma profondamente interconnessi. E queste realtà possono essere analizzate e studiate, proprio per progettare visioni culturali improntate alla sostenibilità. Come con gli oggetti della nostra vita quotidiana, così anche con i testi letterari: tutto ha un mondo. Questo sguardo “allargato” presuppone una visione etica: l’ecocritica, infatti, nasce proprio con l’intento di fare entrare le questioni ambientali nell’ottica della critica letteraria, esattamente come era accaduto per i diritti civili, per le battaglie femministe, per le questioni post-coloniali. Forse è un tipo di atteggiamento che scoraggia perché è complesso e richiede molto studio. E forse non è rassicurante, perché mette in gioco molte delle nostre certezze sul ruolo e la funzione del testo e della letteratura. Però è molto affascinante: una volta che si inizia a guardare i prodotti culturali seguendo le intersezioni di queste multiple ecologie e il loro orizzonte di valore, si acquista una nuova visione della realtà. Questo sguardo trasversale è la forza dell’ecocritica, e questa è la ragione del suo richiamo, specialmente sugli studenti, sugli studiosi più giovani e su quelli meno attaccati a visioni disciplinari monolitiche. C’è, in questa critica letteraria ecologica, una voglia di futuro. Questa visione e questa progettualità sono nutrite dall’idea che ogni interpretazione e ogni prospettiva che astragga testi e discorsi dai contesti socio-ambientali è in fin dei conti insufficiente. Accanto a quest’idea, c’è quella della necessità di una cultura che sia un momento di evoluzione congiunta di essere umano e ambiente, nella consapevolezza che “sopravvivenza” è un concetto relazionale costruttivo, non un terreno di competizione individualistica. Solo se conscia di questa relazionalità, una cultura può essere realmente sostenibile.

Tra gli autori di cui si è occupata quale ritiene sia il più rappresentativo per questo filone di ricerca? E perché?
Di autori e di temi significativi per l’ecocritica ce ne sono talmente tanti che è difficile rispondere a questa domanda con un nome solo! Rappresentazioni della natura e del rapporto tra umano e non umano si trovano in Moby Dick e nella Divina Commedia, in Kafka e in Mary Shelley. Nei miei studi ho toccato diverse prospettive: analizzando i mutamenti del paesaggio in parallelo con quelli dei paradigmi culturali, ho trovato molto interessanti l’opera di Pier Paolo Pasolini, gli scritti e i documentari di Gianni Celati, e il cinema di Ermanno Olmi; Anna Maria Ortese, invece, offre straordinarie aperture poetiche sull’incontro tra umano e non umano, mentre le narrative di ecomafia, da Saviano a Simona Vinci e Carlo Lucarelli (entrambi autori della collana Verdenero di Edizioni Ambiente), ci danno un’immagine realistica della “nostra” crisi ecologica: una crisi in cui gli scempi paesaggistici e socio-ambientali si intrecciano strettamente con la storia politica italiana, e si prestano molto bene a essere letti insieme a film come Le Mani sulla città di Francesco Rosi e a romanzi come La speculazione edilizia di Italo Calvino. Ecco, Calvino. È lui che sceglierei, dovendo limitarmi a un autore solo. In Calvino lo studioso di ecocritica trova praticamente tutto: dal rapporto tra natura e città industriale in Marcovaldo, all’interesse “proto-ecologico” della Speculazione edilizia e della Nuvola di smog, dall’elegia illuministica del Barone rampante per un’Europa un tempo popolata di alberi, alle genealogie darwiniane dell’universo nelle Cosmicomiche e Ti con zero. Molto spesso parlare di ecocritica ci porta col pensiero a letterature straniere, prima fra tutti quella anglo-americana. Ma la letteratura italiana è territorio affascinante e ricchissimo, ancora tutto da esplorare.

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