Home Natura Quinto stupidario: Il Peyote, l’aloe e gli Inca

Quinto stupidario: Il Peyote, l’aloe e gli Inca

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Peyote

Mi sono proposto di raccontare ogni volta, oltre alle leggende metropolitane moderne, almeno una storia che illustri come il “fenomeno” delle balle, anche storiche, sia ben radicato nel tempo. Ancora non vorrei uscire dal mondo verde, facile sarebbe deridere le “credenze” dei secoli scorsi, dalla stregoneria alle discussioni sull’anima. Ricordo che a mio parere le “fedi” hanno una loro funzione, spesso non banale, ed è per questo che non intendo deriderne gli errori. Personalmente amo definirmi un “gentile” rispettoso dei riti ma non emotivamente partecipe, piuttosto che ateo o agnostico. Ho scoperto che alcuni scienziati che ho stimato e ancora stimo tantissimo hanno presieduto la Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (UAAR), parlo di Margherita Hack, Danilo Mainardi, Piergiorgio Odifreddi e Carlo Flamigni. Pur ammirando questi grandi e rispettando il loro pensiero non mi sento di “professare” la loro non fede. Non sono un credente, neppure nella scienza. Credo nell’uomo, nella sua capacità di dare risposte sensate ai suoi (nostri) bisogni, e come si dice: < Spero lo stesso di voi>.

La Native American Church (NAC) utilizza Il Peyote come eucarestia

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1. Il Peyote ( Lophophora williamsii) è una pianta che in Italia, se tenuta all’asciutto, è in grado di sopportare anche all’aperto gli inverni del Centro / Sud

La balla che voglio raccontarvi è in realtà la spiegazione scientifica di un “miracolo” che spesso avviene secondo la NAC (Native American Church), sembrerebbe una contraddizione rispetto a quello che ho appena scritto ma non è così: la NAC è una “chiesa” legalizzata in Oklahoma nel 1918, di professione interreligiosa, che utilizza il Peyote come eucarestia. Nella antica cultura dei Nativi Americani ci sono decine di piante chiamate Peyote e usate nelle cerimonie rituali. La NAC considera divina la Lophophora williamsii (foto 1), una cactacea che al posto delle spine ha una  peluria: Lophophora significa portatrice di peli. Il miracolo me lo ha raccontato un amico che negli anni Settanta era, a Roma, il capo degli Indiani Metropolitani, il suo nome di battaglia era Beccofino. Oggi è un distinto signore con una famiglia composta da una stupenda moglie e due belle figlie ed abita in un appartamento di proprietà a San Giovanni. Veniamo alla storia: Beccofino mi ha detto che in Messico ha incontrato gli adepti della NAC  che dopo avergli spiegato i rudimenti della loro fede, gli hanno dimostrato come sia il dio Peyote a scegliere i propri seguaci e non i seguaci a trovare il Peyote. Per farlo lo hanno portato a fare un giro in una zona desertica, pregandolo di cercare le piante di Peyote, ma anche di lasciare dei segni per riconoscere successivamente la zona. Il mio amico non  trovò nulla, la stessa sera lo invitarono a meditare con gli altri adepti e lo tennero sveglio l’intera notte a pregare. La mattina seguente, di buon’ora, lo sciamano  riportò Beccofino  nello stesso luogo del giorno prima e lì finalmente trovò decine di piante. Beccofino fu ammesso nella comunità e rimase segnato dall’esperienza. La mia spiegazione più che a un miracolo punta su un fatto fisico: le piante di Peyote hanno una radice a fittone (tipo carota), durante le ore più calde della giornata la radice “tira” sotto terra la testa della pianta che viene ricoperta dalla polvere del deserto; la mattina, dopo la brina notturna la pianta si gonfia d’acqua ed emerge mostrandosi allo stupito credente. Invito i lettori a definire loro stessi  quale attributo associare al miracolo!

Aloe e gli Inca

Secondo i libri che ho letto, per gli Inca l’Aloe è la pianta della vita, la pianta nata vicino alla mitica fonte dell’eterna giovinezza, usata dalle donne per curare le malattie del seno.  A prova di queste affermazioni ci sarebbero i disegni delle Aloe ritrovati negli antichi bassorilievi, i racconti degli sciamani, quelli dei nativi di alcune nazioni del Centro America  e il nome stesso della specie più miracolosa, secondo alcuni l’Aloe barbadensis; per finire anche la testimonianza di Padre Zago, che durante un suo soggiorno da missionario in America Latina ha potuto osservare dei veri miracoli fatti dagli sciamani locali che utilizzavano succo d’Aloe per la cura di molte malattie. La prima cosa che mi sento di contestare è che i disegni e le rappresentazioni degli antichi bassorilievi raffigurino delle Aloe, anch’io ho una copia  antica di uno dei disegni attribuiti agli Inca (una copia del 1700 di un disegno molto più antico riportato da Gemelli Carreri, foto 2).

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2. Disegni riportati come immagine in uno dei volumi del giro del mondo di Gemelli Carreri (fotografato dall’edizione del 1712)

Si tratta certamente di piante del genere Agave, e questo è confermato dagli archeobotanici, e da me: gli accrescimenti delle Aloe sono ben diversi da quelli delle Agavi. Ci sono anche gli studi di diverse università messicane e anche i racconti di uno scienziato al seguito di una delle spedizioni spagnole nel “Nuovo Mondo”. Questo scienziato documentò come le popolazioni indigene avessero in “grande conto”  una pianta che poi venne chiamata Agave e che utilizzavano in 150 modi diversi. Che ci sia un poco di malafede, condita da ignoranza e sensazionalismo da quattro soldi lo si capisce anche da questo pezzetto che mi permetto di riportare (sempre senza indicarne la fonte perché non intendo pubblicizzarla neppure indirettamente):

… <Quando la scoperta dell’America, il “Nuovo Mondo”, era ancora di là da venire, l’Aloe veniva intensamente sfruttata anche in Messico e nello Yucatan da maya e aztechi per ricavare dalle sue gemme la bevanda utilizzata per i riti collettivi, in grado di favorire l’ebbrezza estatica e la chiaroveggenza. Personificazione femminile dell’Aloe era la dea Mayahuel, dispensatrice del succo divino octli, in grado di donare agli uomini energie soprannaturali, fecondità e fertilità. Scadendo l’antico sapere religioso nelle pratiche di magia e di volgarizzazione del sacro e del misterico, l’octli, fermentato e fortemente alcolico, si sarebbe poi gradualmente trasformato nella bevanda del pulque, tuttora molto diffusa tra le popolazioni dell’America centrale e ricavato anche dall’Agave.>…

I racconti dei guaritori poi non fanno testo, spesso in queste storie si sommano e sovrappongono elementi di periodi lontani fra loro. Per i nativi di oggi è naturale usare l’Aloe, la pianta  è ora presente e fortemente diffusa. Ho avuto occasione di parlare con signore discendenti dai nativi del Messico e del Cile, oggi quelle signore usano il succo dell’Aloe per svezzare i figli, come regolatore intestinale, come linimento per scottature e abrasioni, non c’è però nessuna prova che queste pratiche abbiano origini precolombiane. Un mio amico che è andato a lavorare come cuoco negli Stati Uniti mi ha confermato che in America, in ogni cucina, c’è una pianta d’Aloe vera o di Aloe arborescens: sono una specie di pronto soccorso in caso di scottature (anche gravi); basta prendere una foglia di Aloe, aprirla e spalmare il gel sulla parte ustionata. Ho avuto notizia che in questo modo spesso si riesce ad evitare anche la formazione di fastidiose bolle. Questo uso, anche se molto diffuso, non è certo una prova dell’origine americana dell’Aloe, in particolare dell’Aloe arborescens (a pagina 18 del libro  che è all’origine della mia indignazione è data per scontata l’origine americana della specie “arborescens”); il problema è che anche le notizie di botanica vengono assunte da libri di altre discipline (erboristeria, fitoterapia, medicina alternativa, farmacia dei semplici) insomma da “precotti” usati più per difendere le proprie affermazioni da accuse di non scientificità che per diffondere cultura e conoscenza; in questi libri qualche imprecisione è tollerata, il problema nasce quando vengono assunti al ruolo di “fonti” riportandone solo le parti non attinenti agli argomenti trattati (storia, tassonomia botanica, ecc. ), in questo caso diventano involontari strumenti di ignoranza e superstizione. In una delle molte conferenze nell’ambito dell’”Estate romana” in cui ero stato chiamato a parlare di Aloe, mi capitò di conversare a lungo con un gruppo di ragazze dell’Honduras (a Roma per motivi di studio) che del loro paese rimpiangevano, tra le tante cose, anche le piante di Aloe delle siepi divisorie tra i giardini (quasi certamente ibridi di Aloe arborescens, Foto 3).

ibrido aloe arborescens
3. Ibrido di Aloe arborescens, di solito usato come parete divisoria

Da queste piante ogni mattina staccavano una foglia che mangiavano a digiuno, come prima cosa della giornata, in questo modo non avevano problemi di stipsi. A quanto raccontavano quella foglia aveva quasi un potere magico, personalmente penso che l’uso prolungato di un purgante, anche se di origine vegetale, non sia una soluzione consigliabile, in alcuni casi la cura potrebbe risultare più dannosa della malattia.  Chi riporta la storia degli usi attraverso l’uso dei nomi o meglio i nomi “volgari”, dati a queste piante nelle varie nazioni del mondo, scrive una storia moderna, che sarebbe interessante sviluppare dal punto di vista antropologico, ma che non può essere interpretata senza la necessaria collocazione storico-antropologica. In Italia ad esempio per secoli si applicava la “signatura”, che attribuiva la capacità di curare un organo del corpo umano a vegetali che avevano una forma simile all’organo da curare, oggi sappiamo che si tratta di una credenza priva di fondamenti scientifici. Non mi stupisco che la cattiva stampa possa cercare di trovare un suo spazio, più stupefacente è che anche in ambito universitario si permetta l’uso del “sensazionalismo” da strapazzo per ammaliare l’inclito pubblico: nell’Orto Botanico di Roma in Largo Cristina di Svezia (gestito dal dipartimento di biologia vegetale dell’Università di Roma “La Sapienza”), nella serra Corsini, per anni vicino a due esemplari di Echinocactus grusonii (il cuscino della suocera) era stato posto un cartello che spiegava che quelle due piante erano plurisecolari (avevano più di 200 anni) mentre in realtà una delle due doveva ancora fiorire e quindi aveva circa 40 anni e l’altra avrà avuto 20 o 30 anni di più. Come vedete a creare una leggenda basta poco, più difficile è ripristinare la “normale” verità

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Dopo aver chiuso alcune delle mie vite precedenti, quella sindacale (da Presidente FIARC Confesercenti a Roma), quella politica (membro effettivo Commissione Centrale Ruoli presso il Ministero del Lavoro), quella da redattore e autore nel mondo della carta stampata (Acquari & Natura, L’acquario ideale, Le mie prime venti Aloe, Piante Grasse), quella da tecnologo nell’elettronica industriale, quella da segretario nazionale dell’Associazione Italiana Amatori delle piante Succulente (AIAS), quella da libraio (Einaudi) a San Lorenzo a Roma, quella di formatore e consulente (master PNL), finalmente da alcuni anni posso dedicarmi alle mie passioni: lo studio e il restauro di orologi antichi (con lavori citati anche in Wikipedia), l’allevamento e lo studio di tartarughe terrestri, la coltivazione di qualche centinaio di piante, la partecipazione alle attività di associazioni naturaliste scientifiche (ERPISA, bibliotecario SRSN), l’alfabetizzazione del WEB con la lotta alle bufale e alle “credenze” prive di ogni fondamento che imperversano in rete, oltre allo studio e alla diffusione della cultura ambientale. luciano@einaudiroma.it

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