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L’Italia che processò Aldo Braibanti

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processo Aldo Braibanti

In occasione dell’imminente Cinquantenario del Sessantotto, torna in scena “Il caso Braibanti“. Protagonista uno dei più clamorosi casi giudiziari della storia italiana del Novecento: il processo ad Aldo Braibanti, filosofo e intellettuale, che fu accusato di plagio ai danni del giovane compagno.

attori in scena Aldo Braibanti
Fabio Bussotti e Mauro Conte

Nel giugno 1968, mentre il mondo chiedeva più libertà e più diritti, in Italia si apriva questo processo montato ad arte dalla destra più reazionaria del Paese, in combutta con esponenti del clero e della “psichiatria di regime”, “per aver assoggettato fisicamente e psichicamente” il ventunenne Giovanni Sanfratello. In realtà il ragazzo, in fuga da una famiglia autoritaria e bigotta, si era deciso a seguire le proprie inclinazioni ed era andato a vivere a Roma con Aldo Braibanti. Non accettando l’omosessualità del figlio, il padre affidò Giovanni agli psichiatri con la speranza di guarirlo e denunciò l’artista-filosofo con l’accusa di plagio, un reato in seguito giudicato incostituzionale. Molti intellettuali denunciarono lo scandalo per un processo-bandiera dei conservatori. Intervennero nomi quali: Pier Paolo Pasolini, Elsa Morante, Alberto Moravia, Umberto Eco, Marco Pannella, Cesare Musatti, Dacia Maraini. Tutti i loro appelli caddero nel vuoto.

La storia di Braibanti in scena a Roma

Con un testo tutto costruito su documenti d’archivio, lettere e arringhe, durante lo spettacolo si ripercorrono tutte le fasi del processo, “un oratorio civile” scandito da incursioni di un sax live. Nei panni dei due protagonisti, Fabio Bussotti e Mauro Conte che, sempre in scena con il musicista Mauro Verrone, recitano anche la parte degli avvocati, dei preti, dei genitori, caratterizzandoli nelle rispettive inflessioni dialettali. Ne fuoriesce uno spaccato di un’Italia provinciale, clericale e omofoba che (ri)conosciamo molto bene.

Certo, oggi non fanno più l’elettrochoc ai gay per guarirli, l’omosessualità non è più considerata una malattia, le coppie gay possono unirsi, ma ascoltare, dalla voci dei due bravi interpreti, le argomentazioni che gli avvocati del processo addussero contro Aldo Braibanti non ci fa sentire parole così anacronistiche e lontane. Anzi, persino simili ad alcune che ascoltiamo nei salotti televisivi. Con l’aggravante che sono passati 50 anni, di cui altrettanti di movimento lgbt. Quel processo non fu solo un fatto personale ma un’accusa contro tutti coloro che osavano andare contro quella morale civile così radicata nel nostro paese da essere ancora oggi l’ostacolo principale alla libertà di molti.

Il processo Braibanti una vicenda medioevale

La regia dello spettacolo è di Giuseppe Marini. Il testo di Massimiliano Palmese, autore teatrale e scrittore (suo il romanzo “L’amante proibita” finalista al 60° Premio Strega) e anche autore del libro “Il caso Braibanti“. Ed è proprio lui a definire “Il processo Braibanti una vicenda medioevale. Nel ’68, mentre il mondo si trasformava in un luogo meno repressivo, in Italia bastò una “cricca” di avvocati, di psichiatri e di preti, per trasformare una storia d’amore in una tragedia scespiriana, in cui i padri per punire i figli non esitano a denunciarli o a sottoporli alle torture dei coma insulinici e degli elettrochoc. E, se oggi il nostro Paese è sempre in coda nell’aggiornarsi in tema di diritti civili, e a distanza di oltre quattro decenni ancora si oppone all’adozione per le coppie omosessuali o a una legge contro l’omofobia, vuol dire che il caso Braibanti non è pagina del passato ma ferita fresca. Lasciata lì, ancora aperta”.

L’Italia troppo spesso non ricorda. “Il caso Braibanti” è ancora qui a obbligarci a ricordare da dove veniamo ma anche dove viviamo. E in un attimo ci ritroviamo tutti in una sala di teatro a vivere insieme ai protagonisti una pagina della nostra cultura che ancora sporca con il suo inchiostro le nostre vite.

In scena fino al 19 novembre allo Spazio 18b a Garbatella.

caso braibanti a roma teatro
Fabio Bussotti, Mauro Conte e Mauro Verrone

 

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