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Perché i giapponesi amano i gatti?

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gatti e giappone cat cafe

I Giapponesi hanno una risposta (commerciale) a qualsiasi desiderio e tra i desideri di un giapponese c’è quello di trascorrere del tempo in compagnia di qualche felino, in un cat café, sorseggiando un tè caldo, leggendo un libro, ritagliandosi momenti unici nel cuore della frenetica capitale del Sol Levante. Ma perché i giapponesi amano i gatti?

Quando alla fine dell’anno mille il gatto arrivò in Giappone dalla Cina, sia la società che la letteratura nipponica vivevano un momento di grande splendore. È il periodo Heian e il Giappone vede la nascita di una raffinatissima cultura aristocratica. Viene scritto il Genji monogatari, primo romanzo moderno e psicologico della storia, considerato tra i capolavori della letteratura di tutti i tempi. In quel momento il gatto viene elevato ad animale imperiale e trattato con tutte le attenzioni regali. Intorno al 1600, a causa di un’infestazione di topi, il gatto viene utilizzato per la caccia anche se l’istinto, sottoposto alla selezione naturale da secoli, è quasi scomparso. Animale elegante, discreto e capace di muoversi all’interno delle stanze imperiali senza disturbare, il gatto arreda e dona affetto diventando insieme all’imperatore il simbolo del Paese.

Il Maneki Neko

Altro simbolo felino nella cultura giapponese è il Maneki Neko, letteralmente “gatto che dà il benvenuto” o “gatto della fortuna”. Le origini di questo gatto seduto che saluta muovendo la zampa destra sono ancora incerte. Il primo scritto in cui si parla del Maneki Neko risale al XIX secolo durante il periodo Meiji. Alcuni riconducono il movimento della zampa al richiamo dello spettatore, altri associano il gesto a quello di un gatto che si lava il viso e secondo la tradizione cinese, questo rituale preannuncia l’arrivo della pioggia, situazione perfetta per attirare più clienti nei negozi.

Un’altra simpatica storia risale al periodo Meiji quando il governo giapponese, con l’intento di occidentalizzare il Paese, proibì i talismani sessuali spesso esposti nei bordelli dell’epoca. Il Maneki Neko con la zampa sembrava essere un ricordo delle donne che richiamavano i clienti. Simbolo conosciuto in tutto il mondo occidentale, il gatto del buon auspicio è un oggetto che si presta a moltissime interpretazioni, un porta fortuna che ha fatto il giro del mondo.

I gatti giapponesi in Italia

Icona indiscussa nata nel 1974 dalla fantasia di Yuko Shimizu, Hello Kitty è la prima gattina giapponese che appare in Italia (anche se sono in tanti a non associarla ad un gatto). Un altro gatto giapponese appare in Italia  il 10 settembre del 1985 quando Italia Uno manda in onda la prima puntata del manga “Kiss me Licia” dando popolarità ad un gatto sornione di nome Giuliano e ad Andrea, suo fedelissimo amico.

Soltanto qualche anno dopo incontriamo altri due gatti di successo, Torakiki di Hallo Spank e Doraemon un gatto blu e bianco “sempre allegro e soddisfatto con la testa rotondissima, davvero intelligente furbo e sorridente!” come Cristina d’Avena canta nella sigla della versione italiana.

C’è un aspetto non detto che andrebbe dichiarato: i gatti assomigliano ai giapponesi così come i giapponesi assomigliano ai gatti. Silenziosi ma vitali, discreti, educati e pulitissimi i giapponesi ricordano molto la sobrietà di un felino. Non è un caso che solo a Tokyo esistono ben diciotto cat cafè. Siamo stati nel cat café Calico e prima di entrare ci è stato chiesto di toglierci le scarpe, lavarci le mani e fare attenzione a non disturbare la quiete dei trentacinque gatti che vivono all’interno (un cartello diceva: “se hai bevuto troppo non entrare”). Abbiamo osservato qualche giapponese, ad alcuni abbiamo fatto qualche domanda, la verità è che spesso a Tokyo si vive in case troppo piccole per poter ospitare un gatto e allora, quando c’è tempo libero, i cat cafè rappresentano una buona soluzione per sentirsi a casa circondati dall’affetto rispettoso che solo un felino sa dare.

gatto al cat cafè calico a tokyo

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