Manchester 1977-1996, capitale della musica

Nell'immagine di copertina, Tony Wilson e Shaun Ryder, due tra i principali protagonisti della scena musicale mancuniana tra il 1977 e il 1996

Posted on Marzo 04, 2017, 10:32 pm
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Per ogni Durutti Column, c’è un Slaughter and the Dogs. Per ogni Morrissey, c’è un Noel Gallagher. Per ogni Tony Wilson, c’è un Martin Hannett. Parliamo di gruppi, band e personaggi che hanno animato la scena musicale a Manchester per oltre un ventennio e che il giornalista John Robb ha ricostruito nel suo Manchester 1977-1996 (Odoya, 2013) traduzione italiana di The North will rise again. Manchester music city (1977-1996) (Aurum Press, 2009).

La Manchester descritta da John Robb

A partire dal secondo dopoguerra, Manchester ha musicalmente vissuto all’ombra di Liverpool. Negli anni ’60, nessun mancuniano, sia cantante che gruppo, sarebbe stato in grado di contrastare la forza dei Beatles. Ma, lentamente, le cose son cominciate a cambiare e quando i Sex Pistols hanno aperto l’era del punk, Manchester ha immediatamente accolto questa ventata di “nuovo” dando il via a un’era di grande creatività musicale e artistica.

Manchester, i Sex Pistols e l’avvio della scena punk e post-punk

Sono i due concerti dei Sex Pistols alla Lesser Free Trade Hall nel 1976 a far letteralmente esplodere la situazione. Band come i Buzzcocks, i Joy Division e i Fall salgono sulla scena musicale non solo di Manchester ma di tutto il mondo scatenando un vero e proprio fenomeno “dal basso” mai visto in precedenza.

Manchester

Il cantante dei Joy Division Ian Curtis

Fioriscono gruppi come i Durutti Column e i A Certain Ratio e, sulla loro scia, s’incamminano anche i Smiths di Morrisey e i Simply Red di Mick Hucknall continuando così a mantenere Manchester al centro del mondo discografico. E neppure la tragica morte del carismatico cantante Ian Curtis fermerà i superstiti membri dei Joy Division che, quasi immediatamente, daranno vita ai New Order. È un rapido susseguirsi di stili quello che accade sulle rive del fiume Irwell: si passa dal punk al post-punk, dalla dance alla musica rave. Ma la liberazione fai-da-te innescata dal punk non si limita alla sola formazione di gruppi musicali ma si estende su tutto il panorama culturale di Manchester: nasce un nuovo modo di vestire, stili di vita differenti rispetto al passato e si formano tutta una serie di fanzine che recensiscono e seguono le attività musicali in città. E su tutto ciò, la più grande operazione di produzione indipendente di musica: la nascita della Factory records e dell’Hacienda da parte di Tony Wilson, Pete Saville e Alan Erasmus. E forse il senso più profondo di tutto quello che accade in quegli anni, l’ha ben sintetizzato lo stesso John Robb quando, rievocando l’intuizione di Rob Gretton nel dare al locale il nome Hacienda, lo descrive come “un’ideale comunità cooperativa. Il club cominciò così il suo curioso rapporto con una città per sua natura scettica, come se cercasse di trovare un ruolo per sé stesso”.

Il fenomeno Manchester e la nascita del Brit-Pop

Happy Mondays, Stone Roses, Inspiral Carpets e Oasis. Basterebbero i nomi di questi quattro gruppi per sintetizzare quello che accadde dalla seconda parte degli anni ’80 fino alla metà del decennio successivo. Ed è quello che Robb correttamente definisce “l’Hymn from a village” in quanto il nuovo risveglio della scena musicale di Manchester avviene per merito di disadattati, squatters e giovani vagabondi che occupano spazi disabitati, specie nella zona di Hulme, e danno vita a un originale quanto curioso movimento creativo che darà nuova linfa alla città inglese. Si diffonde l’acid-house in salsa britannica anche grazie all’uso di nuove droghe come l’ectasy e ancora Robb coglie nel segno quando scrive che “l’acid-house era la colonna sonora perfetta per la fine dell’era post-industriale: quegli scalcinati, vestusti capannoni divennero improvvisamente a colori, e i sound system risuonarono in tutta Hulme e nei club del centro città”.

The Hacienda

Una serata all’Hacienda verso la fine degli anni ’80

L’Hacienda di Tony Wilson e Alan Erasmus diventò sempre più centrale per ospitare concerti e nuovi gruppi, popolata com’era da studenti, ragazzi della working class, neri, gay, designer, gente di tutti i tipi, dando così vita al periodo della “Madchester”. Era il tempo della “folle squadra danzante” degli Happy Mondays, ragazzi di una generazione priva di aspirazioni ed influenzati dalla musica nera, degli Stone Roses e del loro successo grazie ai “warehouse party” e, successivamente al declino creativo della “Madchester”, degli Oasis e dell’affermazione del brit-pop durante la seconda metà degli anni ’90. Fu tutto possibile in quanto Manchester, come ha sottolineato Greg Wilson, era una città dalla “natura cosmopolita” dove la musica black si fuse con lo spirito indie dei ragazzi dando vita a una miscela originale, un vero e proprio melting pot culturale di stili e suoni.

Conclusioni sul libro di John Robb

Il libro di Robb rientra nella categoria della storia orale, molto in voga nei paesi di cultura anglosassone in cui l’autore trascrive le interviste ai vari protagonisti inquadrandole a seconda del periodo d’interesse e con un intervento minimo da parte sua volto, più che altro, a spiegare i vari passaggi storico-culturali. Così facendo, Robb evidenzia bene le varie contraddizioni e le differenti interpretazioni, lasciando comunque libero il lettore di raggiungere una sua personale conclusione. Non c’è dubbio che le pagine migliori di John Robb sono dedicate alle vicende riguardanti la Factory Records e l’Hacienda e il loro impatto culturale su Manchester come veri e propri fenomeni di costume musicale nonché dei loro due maggiori animatori: il giornalista Tony Wilson e il manager dei Joy Division/New Order Rob Gretton. Specialmente Wilson è una personalità che continua a ispirare il mito di Manchester e non è forse un caso che la famosa pellicola 24 Hour Party People veda proprio Wilson (interpretato dall’attore Steve Coogan) come personaggio narrante di tutte le vicende musicali di Manchester dal 1976 al 1996.

È un libro decisamente consigliato sia per gli addetti ai lavori che per coloro che hanno voglia di avvicinarsi al fenomeno Manchester. Ma, soprattutto, è un volume che non può mancare nello scaffale di ogni sincero appassionato di musica.

Foto tratte dal sito www.theguardian.com

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