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Longanesi, l’aristocratico “fuggiasco”

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Leo Longanesi
L'editore e scrittore romagnolo Leo Longanesi

A quasi sessant’anni dalla precoce scomparsa di Leo Longanesi, possiamo affermare che la sua eredità culturale sia ancora viva nel contesto nazionale contemporaneo? E come mai il grande editore e giornalista romagnolo continua a esercitare ancora così tanto fascino? A questi interrogativi ha cercato di rispondere Francesco Giubilei nel suo Leo Longanesi. Il borghese conservatore (Odoya, 2015), agile volume dove l’autore ricostruisce le fasi salienti della vita e della carriera di Longanesi. Nato a Bagnacavallo il 30 agosto 1905, non fu solamente giornalista, scrittore ed editore. Fu anche un eccellente grafico e illustratore, un originale copywriter (suo il famoso slogan del Cynar “Contro il logorio della vita moderna”), opinion maker, pittore e persino regista cinematografico; diede vita e diresse decine di riviste, scrisse una dozzina di libri e curò originali collane, fondando, tra le altre cose, la sua casa editrice con la quale lanciò parecchi talenti giornalistici e letterari. Eppure nel panorama contemporaneo italiano, Longanesi viene spesso messo ai margini rispetto ad altre figure intellettuali. Non risulta strano che una così grande personalità resti confinata in una sorta di cono d’ombra? È forse in quest’ottica che si può comprendere meglio il tentativo di Francesco Giubilei, direttore delle case editrici Historica e Giubilei-Regnani, di scrivere un libro su Longanesi, forse anche per rompere un certo silenzio attorno alla sua figura. D’altro canto, questo geniale romagnolo era un personaggio difficilmente inquadrabile: “Fu un borghese e allo stesso tempo critico e fustigatore dei vizi della borghesia italiana, un personaggio scomodo ma dotato di un intuito giornalistico, uno humour, una raffinatezza d’intelletto che difficilmente nella storia culturale italiana si sono riscontrati in altre personalità”.

La personalità di Leo Longanesi

Già dalle prime pagine, il giovane editore romagnolo si pone una domanda cruciale: “Chi era quindi in realtà Leo Longanesi? Un intellettuale che approfittava della sua posizione privilegiata durante il fascismo e caduto in disgrazia dopo la fine del regime, oppure un editore, giornalista, scrittore, pittore anticonformista e difficilmente etichettabile in qualsiasi epoca?” E si risponde rilevando “la grandezza di Leo [che] consisteva nel suo essere poliedrico, difficilmente incasellabile, sempre con la battuta pronta. Sapeva trasmettere le proprie idee e pensieri attraverso un linguaggio che lo caratterizzava in modo inconfondibile”.

L’Italiano, Omnibus, Il Borghese: le “creature” di Longanesi

Uscito il 14 gennaio 1926, già dal primo numero L’italiano mostrava uno spiccato rifiuto della modernità “nordica” di stampo protestante intendendo preservare i tradizionali valori italiani (“il sole, il classicismo, Dante, l’antidemocrazia e Mussolini”). In quest’ottica è da rilevare la costante polemica contro la tendenza all’americanizzazione e una critica di sapore conservatore alla borghesia italiana cercando, al contrario, di difendere e valorizzare le virtù e le qualità paesane della Penisola. E qui Giubilei sottolinea l’inclinazione di Longanesi a ergersi a opinion-maker, atteggiamento che si rivelerà anche nel secondo dopoguerra con Il Borghese: “L’esperienza de L’Italiano rappresentava l’avvio del giornalismo come l’intendeva Longanesi: con una forte influenza della cultura letteraria e un legame stretto tra politica e informazione […] Gli obiettivi vennero definiti dal direttore e dai collaboratori più stretti: evitare l’imborghesimento del fascismo sostenendone il lato rivoluzionario e colpendo gli avversari di Mussolini”. Sempre più preso da altri progetti, L’italiano perse progressivamente interesse nei piani di Longanesi parallelamente al consolidarsi del fascismo inteso come regime a scapito del suo originario movimentismo anticonformista.

Ecco allora uscire, il 3 aprile 1937, Omnibus, settimanale di attualità politica e letteraria tramite il quale veniva alla luce il rotocalco moderno. Particolarmente ricco di novità e di originalità, combinate a un gusto particolare per la grafica e l’inventiva, “il successo di Omnibus – scrive Giubilei – nasceva dagli spunti offerti dalle riviste straniere, uniti all’estro e all’inventiva di Longanesi: non poteva che realizzarsi un prodotto editoriale unico nel suo genere. I testi erano integrati dalle fotografie, che assumevano una funzione di primo piano nella composizione della rivista, con l’obiettivo di stimolare la lettura critica del messaggio visivo”. Tuttavia, fu un successo di breve durata. Omnibus cessò le pubblicazioni con il numero del 29 gennaio 1939 a causa di un pesante intervento del Ministero della Cultura Popolare per un articolo di Alberto Savinio ritenuto troppo irriguardoso. Giubilei sottolinea puntualmente che Longanesi capì cosa stava succedendo nel Paese all’approssimarsi del secondo conflitto mondiale e divenne “critico del fascismo durante la dittatura, soprattutto nel momento in cui Mussolini aveva raggiunto il culmine della popolarità”. Fu in questi mesi che cominciò a sorgere nello scrittore romagnolo un certo “antifascismo”, che si accentuerà ancor di più con la decisione italiana di entrare in guerra. Alla base del suo ripensamento nei confronti del regime di Mussolini vi era, senza dubbio, il disgusto per il baratro cui il fascismo aveva condotto l’Italia. Conclusa la seconda guerra mondiale, Longanesi andò incontro a crescenti difficoltà sia economiche che personali.

Una proposta su Leo Longanesi

Tra le eredità culturali di maggior fascino di Longanesi, ci sono indubbiamente i suoi aforismi: “Tengo famiglia”, “Mussolini ha sempre ragione” e “Non è la libertà che manca, mancano gli uomini liberi”, solo per citare i suoi più famosi.Dopo la caduta del regime fascista e con l’instaurarsi della Repubblica, Longanesi ritenne che l’Italia si stesse allontanando dalle sue storiche tradizioni e dalle proprie virtù civiche. Non sorprende, quindi, che lavorasse alacremente per tentare di restituire al Paese “un’anima italiana” cercando di coinvolgere le migliori intelligenze nei suoi progetti. Come scrisse Longanesi stesso su L’Italiano, occorreva “ridare a questo paese la sua antica anima, la sua morale, la sua forza, nel far sì che tutto il popolo possa sentirsi padrone della sua terra, non il servo di un’Italia bastarda che ripudia le sue origini”. La sua prematura morte, avvenuta il 27 settembre 1957 a Milano, privò l’Italia di una delle sue migliori menti, una perdita di cui si sente la mancanza tutt’oggi. E allora, per riprendere il quesito iniziale, possiamo affermare che Longanesi sia ancora “un morto tra noi”, magari approfondendo tale interrogativo con un seminario di studio Longanesiana 2017?

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