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Leo Longanesi, l’anticonformista paesano

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Leo Longanesi
L'editore e scrittore romagnolo Leo Longanesi

“Descrivere la vita di Longanesi equivale a percorrere la storia delle vicende politiche, letterarie ed artistiche d’Italia dal 1926 ad oggi. Ci si accorge di come la storia di Longanesi sia legata alle fortune spirituali del nostro paese”. Difficile non essere d’accordo con le parole di Giuseppe Raimondi su una delle personalità più poliedriche della cultura italiana del XX secolo: Leo Longanesi.

Le origini e la formazione culturale di Leo Longanesi

Leo Longanesi ha origini familiari benestanti. Il padre Paolo è un agiato coltivatore mentre la madre, Angela, erede di facoltosi proprietari terrieri. Nel 1911 si trasferisce a Bologna con la famiglia e, dopo la maturità liceale, intraprende gli studi in Giurisprudenza mostrando sin da subito delle spiccate qualità intellettuali grazie alle prime esperienze su giornali locali. In questi anni, conosce intellettuali come Bruno Cicognani, Galvano Della Volpe, Giorgio Morandi, Giuseppe Raimondi e Vincenzo Cardarelli e stringe amicizie importanti con alcuni gerarchi fascisti come Leandro Arpinati, Dino Grandi e Italo Balbo. Nei primi anni Venti, Leo Longanesi si trasferisce a Roma e conosce Mino Maccari il quale gli proporrà di entrare a collaborare con Strapaese, movimento letterario che intendeva affermare le peculiarità della cultura italiana e del fascismo in particolare. Nel 1927 Leo Longanesi diventa editore con L’Italiano Editore, editando i libri di Riccardo Bacchelli, Curzio Malaparte e Vincenzo Cardarelli.

Sempre in questo periodo, pubblica il famosissimo Vademecum del perfetto fascista (1926) in cui esibisce quello che sarà definito il suo particolare stile “frondista”, ossia di adesione al fascismo, da una parte, ma anche di critica spesso feroce, dall’altro. Sono rimaste famose le sue battute in favore del Duce (“Mussolini ha sempre ragione”) e le sue osservazioni irriverenti verso il capo del fascismo (“di Mussolini non mi fanno paura le idee ma le ghette”). Nel 1929 collabora con Giovanni Ansaldo che gli propone la direzione del giornale L’Assalto. Gli “anni del consenso” del regime fascista coincidono con il periodo più intenso di attività editoriale e culturale di Leo Longanesi. Il 3 aprile 1937 nasce Omnibus, settimanale di attualità politica e letteraria, vero e proprio battistrada dei rotocalchi d’informazione in Italia. Leo Longanesi ha illustrato così la politica editoriale di Omnibus: “È l’ora dell’attualità. È l’ora delle immagini. Il nostro nuovo Plutarco è l’obiettivo Kodak, che uccide la realtà con un processo ottico e la fissa come lo spillo fissa la farfalla sul cartoncino. Oggetti e persone, fuori del tempo, dello spazio e delle leggi di casualità divengono una visione. La fotografia coglie il mondo in flagrante. Diamo tante immagini accanto a testi ben fatti: ecco un nuovo genere di giornalismo”. Sulle pagine di Omnibus compariranno firme eccellenti come Indro Montanelli, Alberto Moravia, Vitaliano Brancati, Ennio Flaiano, Mario Soldati e Mario Pannunzio.

Leo Longanesi negli anni della guerra

Durante la seconda guerra mondiale, Leo Longanesi collabora come consulente artistico del MinCulPop e comincia a utilizzare il proprio nome per la casa editrice: entrano così in catalogo autori italiani, francesi, russi e inglesi. Si occupa inoltre del rotocalco Storia, della scenografia di film e del settimanale Fronte. Giornale del Soldato. Per conto dell’editore Rizzoli, poi, dirige la prestigiosissima collana Il sofà delle Muse. Tuttavia, con l’entrata degli Stati Uniti nel conflitto il suo atteggiamento verso il fascismo comincia a diventare più critico, consapevole della potenza economica e militare degli americani. Nelle settimane che precedono il fatidico 8 settembre, Leo Longanesi sperimenta il ruolo di regista cinematografico lavorando su una pellicola dal nome Dieci minuti di vita con un cast di tutto rispetto: Vittorio De Sica, Gino Cervi e Clara Calamai. È un periodo particolarmente drammatico e Leo Longanesi decide, soprattutto dopo l’armistizio dell’8 settembre, di abbandonare Roma per rifugiarsi a Napoli in attesa della fine della guerra. Seppur in condizioni particolarmente disagiate, riesce a portare avanti i suoi progetti editoriali e a scrivere una commedia teatrale, Il suo cavallo.

Il dopoguerra e la nascita della Longanesi & C.

Nel 1946 Leo Longanesi trasferisce famiglia e attività a Milano, fondando la casa editrice Longanesi & C.. Non contento di quanto già portato avanti, si prodiga nella formazione di un periodico di informazione sulle uscite editoriali: Il Libraio, che avrà vita tra il 1946 e il 1949. In questi anni scrive Il mondo cambia. Storia di cinquant’anni (1949) e Una vita. Romanzo (1949). Gli anni della ricostruzione e dell’avvento della Repubblica lasciano piuttosto freddo il nostro romagnolo che scriverà: “L’Italia è una democrazia in cui un terzo dei cittadini rimpiange la passata dittatura, l’altro attende quella sovietica e l’ultimo è disposto ad adattarsi alla prossima dei democristiani”. Successivamente alle elezioni del 1948, fonda Il Borghese, rivista che si occupava in particolar modo degli umori intellettuali italiani. Le tematiche preferite della nuova rivista di Leo Longanesi sono tra le sue tipiche: acceso anticomunismo, rifiuto della retorica dell’antifascismo, critica decisa alla partitocrazia e disprezzo della democrazia delle masse. Su queste pagine collaborarono nomi di rilievo come Indro Montanelli, Giuseppe Prezzolini, Giovanni Spadolini, Ennio Flaiano e Goffredo Parise. Longanesi è instancabile e in questo scorcio di tempo pubblica Il destino ha cambiato cavallo (1951), Un morto fra noi (1952), Ci salveranno le vecchie zie? (1953).

Lettera di Leo Longanesi alla figlia poco prima di morire

Poco prima di morire scrive Lettera alla figlia del tipografo (1957), La sua Signora. Taccuino (1957) e Me ne vado. Ottantun incisioni in legno (1957). Il 27 settembre 1957 viene colto da un infarto e non riprenderà più conoscenza spirando poco dopo. Scrivendone a caldo un suo ricordo, Arrigo Benedetti lo ricorderà così: “Non ho mai conosciuto altro uomo il cui occhio cogliesse con tanta rapidità i particolari sconcertanti della realtà contenuti in una fotografia. Come quando guardava i manoscritti senza leggerli e senza seguire lo svolgimento d’una narrazione o di un discorso critico, cancellando qua un pronome, là un avverbio, così egli lavorava sulle fotografie che ogni giorno portavano sul nostro tavolo la realtà internazionale di quegli anni. Dell’Italia ufficiale di allora egli, con l’ingrandimento di un particolare, dava immediatamente una figurazione storica. Gli accadeva quasi inavvertitamente, come se non se ne rendesse conto”.

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