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BirthStrike: il controverso (ma non nuovo) sciopero delle nascite

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piedi di neonato

In fondo, non è un nuovo fenomeno: quando il futuro si fa fosco e la speranza che “tutto si risolva” perde fondamento concreto, le nascite calano. Semplicemente, quel che prima si è sussurrato timidamente e poi confidato nei forum chiusi, oggi ha dato un nome inglese, viene esposto e preceduto dall’hastag che aggrega: #birthstrike, sciopero delle nascite.

La nascita del movimento #birthstrike

Blythe Pepino è una donna inglese cresciuta come tante, con la speranza di incontrare l’uomo giusto e metter su famiglia. Finché, quando lei e l’uomo giusto, Joshua, si sono trovati a pensarci seriamente, hanno visto lo smarrimento superare gli slanci.«Sebbene a quel punto volessi una famiglia, non riuscivo a trovare il coraggio» racconta la Pepino «Dicevo: non so se riuscirò a farlo, considerando ciò che sappiamo – se non c’è la volontà politica di sistemare le cose, non abbiamo molte possibilità di farcela» Blythe Pepino si riferisce alla crisi climatica e al serio rischio di collasso della nostra civiltà così come la conosciamo. Da qui a esternare il proprio sentire, ai nostri giorni, è un attimo, e in breve centinaia di donne hanno pubblicamente dichiarato di provare gli stessi sentimenti e aver maturato le stesse decisioni della Pepino, riunendosi nel movimento #birthstrike. Altre hanno detto di condividere la decisione di Blythe ma silenziosamente, per paura dello stigma sociale che ancora colpisce le donne che decidono, per i più svariati motivi, di non diventare madri. Certo è che quella del Birthstrike è una scelta drastica – dicono “È OK scegliere di non avere figli, non è OK che la scintilla della scelta sia questa!” – frutto di una radicale presa di coscienza. Quando si decide di allargare la famiglia, il sentimento alimenta la speranza e non sempre i numeri e le evidenze bastano a soffocarla. In questo caso, a fronte dei segni di un rapido cambiamento planetario e dei suoi esiti difficilmente immaginabili nella realtà, l’adagio “anche mio figlio troverà la sua strada e la sua felicità”, cade.

Il birthstrike e i motivi, personali e non, per cui si decide di non avere figli

C’è un senso di rabbiosa impotenza in chi dichiara di aderire al BirthStrike: «Ci sentiamo davvero abbandonati dalle autorità. Manca una gestione della crisi climatica […] a causa dei differenti aspetti – aumento del livello del mare, dei gas serra, desertificazione, collasso dell’ecosistema. Si è creato in circolo vizioso e non possiamo davvero immaginare cosa succederà.» Ma non è, chiaramente, solo questo a spingere le donne a non riprodursi. Come dicevamo, il fenomeno non è nuovo. Ha tuttavia un – drammatico – motore in più. Discriminazioni sul lavoro, carico familiare mal distribuito, incertezza economica spingono la prima generazione che vive peggio di quella che la precede a pensarci bene prima di mettere su famiglia, sentendosi dare degli egoisti da chi, di solito, certi problemi li vede da distante. E non si parla solo dei disagi materiali, ma anche delle ripercussioni psicologiche e sociali che l’incertezza sta creando. D’altronde, quando i governi invitano a mettere al mondo più bambini, non lo fanno elencando ciò che offriranno loro. Elencano, invece, a cosa serviranno i nascituri: per la previdenza sociale, per aumentare i consumi e la forza lavoro. Insomma, parlano di potenziali esseri umani come di tesoretti da mettere a bilancio. Ben poco poetico, direi. E il futuro non è fatto di numeri ma di prospettive.

Birthstrike: una scelta libera e privata, frutto di una situazione pubblica e comune

Non sarà certo un calo delle nascite a salvare il pianeta: le aderenti al #birthstrike lo dicono forte e chiaro e gli studi lo provano: la crisi ecologica è causata da un sistema di produzione insostenibile per il pianeta. Così come le aderenti al movimento dichiarano di «non giudicare assolutamente chi decide di mettere su famiglia in questo periodo». Ma rivendicano per sé una scelta privata che, però, è figlia di una situazione sociale e planetaria pubblica e di rilevanza comune. E allora, dargli un nome, un’etichetta e l’immancabile hashtag, cosa aggiunge al fenomeno? Che se ne parla. Che fa rumore. Perché il corpo della donna e la sua libertà di gestire il potere riproduttivo continua ad essere un argomento tabù, che divide le coscienze, fomenta i dibattiti e… accende la politica, decisamente più delle foreste in fiamme.

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