Il turismo sostenibile in difesa delle culture

Luciano Zambianchi
Pubblicato il 29 gennaio, 2018, 12:01 am

Turismo sostenibile” è il termine che individua il tipo di turismo possibile per non danneggiare il paesaggio e l’ambiente, ma neppure le realtà sociali. In molte nazioni, non particolarmente ricche di materie prime, il turismo è una importante voce dell’economia nazionale, per questo motivo esiste una specie di “tolleranza” per ogni tipo di turismo, da quello di massa super organizzato, al turismo individuale, spesso in grado di creare danni socio ambientali simili o superiori a quello di massa. Anche se viviamo in un mondo globale, sono importanti alcune considerazioni, per evitare di far sparire proprio la parte del mondo che ci è piaciuto visitare e scoprire nelle sue particolarità.

Acquistare un oggetto può influire sul suo uso

In realtà avevo iniziato a scrivere un articolo su alcuni pezzi della collezione di mia moglie Ornella che raccoglie oggetti a forma di tartaruga (chi vuole può leggere “Anche le tartarughe hanno i loro francobolli”,  “Anche Buddha è stato una tartaruga” e “Le tartarughe nelle monete …” ) e mi sono imbattuto in uno di questi oggetti, che mi ha fatto ricordare alcuni viaggi su cui oggi, con l’esperienza attuale, avrei qualche cosa da dire. Nei miei giri, sicuramente non ispirati al turismo sostenibile, ho comprato e ho fatto comprare veri oggetti di artigianato che, nella cultura che li ha prodotti, avevano una reale ragione d’essere e in mancanza di turismo forse l’avrebbero ancora!

serratura lucchetto dogon

Serratura in legno Dogon

Alcuni esempi di cui sono responsabile

Per esempio potrei iniziare con il parlare di come la mancanza di un regolamento sul turismo sostenibile abbia influito negativamente su alcune popolazioni, in particolare sui Dogon, una etnia animista insediata alla frontiera del Mali. Negli anni ’70 i depositi di miglio di questa etnia erano chiusi da particolari serrature in legno, delle vere opere d’arte, oggetti che rappresentavano la spiritualità delle persone che li avevano prodotti, ma che avevano anche una funzione pratica: in quei climi il legno sopporta meglio del ferro le offese meteorologiche. Se guardate l’immagine della serratura che vi mostro capirete perché, al costo di un normale lucchetto, nessuno resisterebbe dall’acquistarla, naturalmente facendone aumentare il prezzo. Ricordo di aver conosciuto dei vecchi artigiani, in parte artisti e in parte sciamani, ora so che i loro allievi producono o restaurano le serrature e le porte di legno  per i turisti o per gli antiquari di tutto il mondo, e non forniscono più ad un prezzo ragionevole le serrature, rovinando irrimediabilmente il mercato locale. Nei granai a farla da padrone sono rimaste le serrature occidentali!  Come turista responsabile avrei dovuto limitare i miei acquisti agli oggetti ormai in disuso, come i lucchetti vecchi o tarlati.  Ma non sempre è così, come è evidente nel prossimo esempio.

Anche l’acquisto di oggetti ormai inutili possono influire sulle economie locali 

Nel Triangolo d’oro, negli anni ’70, ho acquistato alcuni pesi artistici in ferro (usati anche come “pesa oppio”) consumati dall’uso e l’ho fatto per pochissimi dollari, quegli strani oggetti mi affascinavano e ricordo di averli distribuiti agli amici. Oggi, a quasi mezzo secolo di distanza, sono diventati oggetti introvabili venduti a 50,00 euro al pezzo; purtroppo credo che siano stati in molti a farne incetta, come feci io all’epoca. A quel tempo viaggiavo organizzandomi da solo il percorso, mi preparavo studiando dalla letteratura alla storia dei paesi che visitavo, cercavo di rispettare le culture locali e in qualche modo ero un antesignano del turismo sostenibile. C’erano ancora le tracce di una lunga guerra, gli americani avevano da pochi anni abbandonato la Thailandia (che usavano come zona di riposo per le truppe che combattevano in Vietnam) e alcune parti della nazione erano pericolose. Il consolato italiano ci aveva assegnato, oltre all’interprete, anche una guardia armata. Con una caratteristica barca da fiume avevamo deciso di risalire per chilometri la corrente dei grandi affluenti del Mekong, nel nord del paese, alla ricerca degli insediamenti delle molte etnie dei “Popoli delle montagne”, gli Akha, gli Yao, i Karen e gli altri che avremmo trovato.  Eravamo in sei, c’era il proprietario della barca e il mozzo (sicuramente suo figlio), poi l’interprete e la guardia armata, e infine io e la mia compagna dell’epoca.

Perché ho deciso di non partecipare al turismo di massa

pesaoppio birmano con elefante

Pesaoppio birmano

pesaoppio birmano

Pesaoppio birmano

Ricordo che fu proprio in quel viaggio che decisi di non  partecipare mai a tour organizzati. Noi, partendo all’alba, andavamo a trovare piccoli gruppi composti da due o tre famiglie che, assorbite dalle loro occupazioni quotidiane, ci osservavano incuriosite; appena lasciavamo l’insediamento arrivavano tre o quattro barconi di Nouvelles Frontieres da cui sbarcavano una trentina di turisti, che dovevano dividersi in gruppi per fotografare le tre famiglie e i loro animali. La nostra guida ci spiegò che in alcuni villaggi le invasioni del turismo organizzato avevano condizionato le attività, al punto  che i turisti venivano segnalati agli abitanti con degli allarmi e vissuti come degli invasori da cui nascondersi, così che l’ente nazionale thailandese del turismo aveva organizzato dei finti insediamenti dedicati espressamente al turismo di massa, e questo già negli anni ’70. L’invasioni di orde “mordi e fuggi” non può certo essere considerato turismo sostenibile.  I pesa oppio li trovammo da un fabbro in un villaggio di una etnia che coltivava papaveri da oppio, ma non erano usati soltanto per pesare l’oppio. Ogni forma aveva un nome specifico, ed equivaleva ad un preciso numero di grammi.  Oggi mi dicono che questi nomi sono ancora in uso per indicare particolari grammature, ma i giovani locali non ne conoscono le vere ragioni. Il Triangolo d’oro è riconvertito in zona di produzione del tè e le “antiche capitali” sono state restaurate ad uso turistico, ma si sta perdendo anche la memoria delle culture locali. Ricordo di aver consigliato, qualche mese fa, alle dirigenti di Greenious che erano da quelle parti per realizzare alcuni servizi (vedi su YouTube Chiangmay Elephant Sanctuary), di cercare le meravigliose gonne Karen, so per certo che non sono riuscite a trovarle, nonostante  i Karen siano ancora il gruppo etnico più numeroso tra le popolazioni del nord della Thailandia. Grazie, o per colpa, della globalizzazione le gonne Karen, i loro panneggi, ma anche i pesi birmani, oggi sono rimasti solo nei musei.

Il turismo sostenibile in difesa delle culturelucchetto indiano a tartaruga lucchetto indiano a tartaruga

Tornando alla magia legata ad alcuni oggetti, frequentando il continente indiano ho scoperto che in alcune  provincie i fabbri  sono ancora considerati (dagli indù) come degli artisti al servizio degli dei. Sono loro che realizzano degli oggetti quasi magici, che hanno il compito di proteggere chi li usa, ed i lucchetti sono fra questi oggetti, ed ecco il pezzo  della collezione di mia moglie Ornella di cui volevo parlare. In realtà il lucchetto indiano che vi mostro non lo abbiamo comprato noi ma ce lo ha regalato un amico maresciallo dei Carabinieri Forestali che, conoscendo il nostro interesse per le tartarughe, lo ha preso per noi in un villaggio indiano. Come potete vedere il lucchetto è particolare, anche la chiave lo è: da un lato l’aspetto è quello di una tartaruga (un animale ben augurante), dall’altro c’è una rappresentazione magica che invoca la benedizione di Ganesha (il signore delle moltitudini). Ganesha è anche la divinità, con la testa di elefante con una zanna spezzata, che protegge la proprietà dai furti, quindi il lucchetto è doppiamente potente. Dal punto di vista meccanico ci sono poi degli accorgimenti tecnici che lo rendono veramente unico. Intanto ci sono due mandate e poi c’è uno scrocco, come il meccanismo classico delle porte di casa che si chiudono semplicemente spingendole e si aprono con la maniglia. In questo caso la maniglia è la testa della tartaruga: la chiave non basta, per aprire il lucchetto occorre anche spostare la testa della tartaruga. L’amico, che lavora anche come capogruppo di “Avventure nel mondo”, non aveva idea dei significati religiosi e si è basato solo sull’aspetto estetico del lucchetto, che non è un oggetto per turisti! Ma attenzione, io non credo che il turismo sia solo invasione di massa, c’è ancora un turismo ambientale, che raccoglie dati sull’ecologia, ed è rispettoso delle tradizioni e delle culture locali. Domandarsi se i centri culturali, o le attrazioni turistiche particolarmente importanti, debbano essere musealizzati e quindi rimanere solo come rappresentazione storica è importante, non solo per le popolazioni in via di sviluppo. Anche per chi abita a Venezia o a Roma, o addirittura nei piccoli centri italiani come a Castelli (con le sue ceramiche) è importante che ci siano regole per un turismo sostenibile, è l’unica possibilità per una convivenza tra cittadini e turisti. Io non ho una risposta, ma è importante per chi viaggia ed ama l’ecologia (anche sociale), essere cosciente dei possibili danni che è in grado di produrre, ma anche di quanto con la sua presenza può “rispettosamente” fare per chi lo ospita. Forse è proprio “il rispetto” la giusta risposta?

Luciano Zambianchi
Dopo aver chiuso alcune delle mie vite precedenti, quella sindacale (da Presidente FIARC Confesercenti a Roma), quella politica (membro effettivo Commissione Centrale Ruoli presso il Ministero del Lavoro), quella da redattore e autore nel mondo della carta stampata (Acquari & Natura, L’acquario ideale, Le mie prime venti Aloe, Piante Grasse), quella da tecnologo nell’elettronica industriale, quella da segretario nazionale dell’Associazione Italiana Amatori delle piante Succulente (AIAS), quella da libraio (Einaudi) a San Lorenzo a Roma, quella di formatore e consulente (master PNL), finalmente da alcuni anni posso dedicarmi alle mie passioni: lo studio e il restauro di orologi antichi (con lavori citati anche in Wikipedia), l’allevamento e lo studio di tartarughe terrestri, la coltivazione di qualche centinaio di piante, la partecipazione alle attività di associazioni naturaliste scientifiche (ERPISA, bibliotecario SRSN), l’alfabetizzazione del WEB con la lotta alle bufale e alle “credenze” prive di ogni fondamento che imperversano in rete, oltre allo studio e alla diffusione della cultura ambientale. luciano@einaudiroma.it

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