Mirko Andreoli: il carabiniere eroe della resistenza parmense

Catturato nel '45 dai nazisti, sotto tortura Mirko Andreoli non tradì i suoi compagni. Venne trucidato insieme ad altre venti persone a Villa Cadè

Luciano Zambianchi
Pubblicato il 18 aprile, 2018, 3:46 pm

Il 25 aprile è una festa nazionale che celebra l’anniversario della liberazione dell’Italia dall’occupazione nazista e dal regime fascista. Ormai sono pochi a ricordare che il 25 aprile del 1945 è il giorno in cui il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia ( CLNAI ), a nome del popolo italiano, proclamò l’insurrezione contro l’occupazione e ordinò l’attacco ai presidi tedeschi e fascisti. In realtà la festa nazionale doveva rappresentare la pacificazione e una nuova unità d’Italia. Per molti questo non è ancora avvenuto, ma permettetemi di spiegarne il perché con una delle mie storie di famiglia.

Armistizio e guerra partigiana

I più distratti ricorderanno che l’8 settembre 1943 il maresciallo Pietro Badoglio, capo del governo, aveva comunicato agli italiani che era stato firmato un armistizio con l’esercito alleato, dando ufficialmente inizio alla guerra partigiana di liberazione. Per i contrari alle decisioni della monarchia, che comunque si dichiaravano più monarchici del re, ritenuto un traditore, la data è quella della “morte della Patria”.

Ecco perché il 25 aprile del 1945, giorno in cui il Comitato di Liberazione ha assunto il potere in nome del popolo italiano quale delegato del Governo, avrebbe dovuto rappresentare la fine della “confusione” generata l’8 settembre. Di fatto l’8 settembre del 1943 fu un esempio di pessima organizzazione e segnò la nascita delle laceranti contrapposizioni di interessi che ancora oggi viviamo. L’esercito, fedele alla monarchia, venne annientato (eccidio di Cefalonia e di Coo) dagli ex alleati, molti soldati si dettero alla macchia e soprattutto al nord andarono a costituire le prime brigate partigiane che combattevano per evitare di essere deportate in Germania dalle truppe tedesche, aiutate dai mussoliniani che erano rimasti fedeli all’ex alleato nazista (Mussolini era stato destituito dal re il 25 luglio 1943).

Mirko Andreoli, ex carabiniere eroe della resistenza

Mirko Andreoli

Mirko Andreoli in borghese

Tra i giovani da poco congedati (che rischiavano la deportazione) c’era Mirko Andreoli, uno dei fratelli di mia madre. Lei era nata a Sorbolo, provincia di Parma, il 30 luglio 1920 mentre lui il 14 ottobre 1921; Mirko aveva svolto il servizio militare nell’Arma dei Carabinieri, aveva conseguito il diploma di licenza media ed era un atleta: aveva vinto alcune gare e giocava in una squadra di calcio. Dopo l’8 settembre aderì alle brigate partigiane che operavano nella zona di Parma, la sua era la Quarantasettesima brigata Garibaldi.

Un libro e tanti documenti

Sulla 47a brigata Garibaldi ci sono centinaia di documenti e un romanzo storico, pubblicato da Einaudi, scritto da Ubaldo Bertoli. Ultimamente ho trovato un DVD (di Bertoli ed altri), una raccolta di testimonianze che doveva servire per realizzare un film sulle azioni partigiane nel parmense. Secondo Bertoli, e secondo quanto affermano i suoi testimoni, il libro contiene più storie vere che fatti romanzati.

Mio zio diventa spumino 

Tornando a mio zio, lui era un atleta, era colto (per il periodo) e preparato militarmente, tutto questo, assieme ad una dose di coraggio (o in coscienza giovanile)  lo portò in breve tempo a diventare prima vicecomandante e poi comandante del distaccamento “Buraldi”della 47a. Un paio delle sue azioni sono state descritte nel volume di Ubaldo Bertoli. Intanto il suo nome di battaglia, “Spumen”, che per i non parmensi vuol dire spumino (meringa), ha diverse valenze: i suoi amici e mia madre dicevano che era dolce e molto amato, ma aveva anche un carattere difficile, facilmente “impazziva” come le meringhe, che quando la temperatura di cottura non è giusta diventano frittate. Una delle sue azioni fu quella di rubare, sotto il naso dei tedeschi e senza sparare un colpo, un camion carico di grano: erano le sementi che i nazisti avevano confiscato ai contadini e senza le sementi non ci sarebbe stata alcuna semina e quindi alcun raccolto. Era il periodo e la zona della “grande fame” quindi il suo fu un intervento veramente importante per la popolazione. Un’altra “azione” partigiana fu il sequestro di un’autoblinda tedesca, assaltata armato solo di una pistola; di questo parla alla televisione di Parma il presidente dell’ANPI in occasione dell’assemblea al comune di Sorbolo, in ricordo della morte di Mirko Andreoli, chi vuole può trovare il resoconto filmato.

Voglio segnalarvi un fatto che ha messo in imbarazzo per anni l’Arma dei Carabinieri: le “Brigate Garibaldi” erano organizzate dal Partito Comunista Italiano e quindi l’adesione, nel 1943, di un carabiniere alla brigata Garibaldi era sicuramente un fatto disdicevole, ma Mirko Andreoli era altruista e simile agli altri “eroi” dell’Arma. Per conoscerlo meglio, e per capire la realtà di quel periodo, permettetemi di documentare i fatti legati ai suoi ultimi giorni di vita fino al 9 febbraio 1945.

Nella prima settimana di gennaio del 1945 Mirko Andreoli venne inviato, dai capi della Quarantasettesima, assieme ad altri due comandanti (Saetta e Marco) a Bazzano Parmense, per prendere contatti e coordinarsi con altri gruppi partigiani. La zona era coperta di neve e i problemi logistici erano enormi. Riporto parte di una testimonianza di un combattente di un’altra formazione, su una spiata che coinvolse mio zio e lo fece arrestare. Il documento è stato raccolto dal Centro Studi delle Valli del Termina

Inizialmente alla nostra famiglia era stato detto che era stata una donna a tradirlo, una “esaltata” che andava in giro in divisa da SS e che lo avrebbe riconosciuto dopo il suo arresto casuale durante una retata.

Lapide caduti della resistenza villa Cadè

Lapide per i caduti di Villa Cadè

La testimonianza 

“…scorgemmo i corpi di due nostri compagni morti che neanche si potevano vedere perché ormai totalmente coperti dalla neve. Erano Saetta (Guido Gherardi di San Polo) e Sten (Walter Costoncelli di Castione). La loro morte risaliva a un paio d’ore prima. Dopo aver portato i loro corpi nella cappella del cimitero incontrammo (era venuto a cercarci) un ragazzo di 12 anni. In paese lo chiamavano Ruganga, era un garzone, che aveva il volto segnato da varie tumefazioni. Quel ragazzo era il testimone di come quei due nostri compagni erano stati uccisi. Qualche giorno prima, Marco (Sergio Beretti di Reggio), che comandava la SAP (Squadre Armate Patriottiche) di Bazzano, aveva requisito un maiale a un signore sfollato a Scolchero che era proprietario di due poderi, uno a Bazzano e uno a Castelnuovo, tutti e due condotti a mezzadria. Quel signore di maiali ne aveva macellati due, uno per podere, e non accettava che i partigiani, avendo la sua stessa necessità di mangiare (in zona quel signore era conosciuto come persona tirchia e egoista), gliene avessero sequestrato uno. E lui, quel mattino, per vendicarsi, si era accodato ai tedeschi appena saliti da Ciano e li aveva guidati fino alla casa di Boni perché sapeva che in quella casa dormiva Marco, quello che gli aveva sequestrato il maiale. Marco fu così catturato e assieme a lui furono catturati Saetta e il figlio di Boni così come in altre case furono catturati Marino Casoni di Bazzano e il ragazzo Ruganga. E quando i tedeschi stavano per tornare a Ciano, i prigionieri legati uno all’altro, erano ormai passate le nove, ecco che si presenta il proprietario del maiale che dice a Marco “adesso il mio maiale me lo posso andare a riprendere”. E Marco gli risponde “riprenditelo pure il tuo maiale”. I prigionieri vengono quindi fatti camminare per circa duecento metri, poi Saetta viene slegato e fatto proseguire da solo. Percorsi venti metri, il comandante dei tedeschi, si chiamava Backman, gli spara un colpo di pistola alle spalle e lo colpisce alla testa e la stessa sorte, neanche un minuto dopo, tocca a Sten che era stato catturato a Castione due giorni prima e che i tedeschi se l’erano portato dietro con lo scopo di farsi da lui indicare quali erano le case dove di solito dormivano i partigiani. …”

Proprio in una di queste case dormiva mio zio, che venne catturato e riconosciuto, portato a Ciano D’Enza nel presidio nazifascista, venne torturato e poi portato in carcere a Parma. Il 7 febbraio 1945 partigiani reggiani uccisero un ufficiale nazista e così, nemmeno due giorni dopo, sulla via Emilia, all’alba del 9 febbraio, arrivò la rappresaglia delle truppe di occupazione: ventuno giovani tra i quindici e i ventitré anni vennero prelevati dalle carceri di Parma e di Ciano d’Enza, trasferiti a Villa Cadé, frazione a sud di Reggio Emilia, e fucilati. Tra questi c’era mio zio Mirko Andreoli.

einaudi quarantasettesima

Copertina di “la quarantasettesima” di Ubaldo Bertoli

I loro corpi verranno poi lasciati in mostra lungo la via Emilia, come avvertimento alla popolazione.

Anche nella morte Mirko Andreoli fu unico. I testimoni presenti alla fucilazione hanno detto che, tumefatto e irriconoscibile per le torture subite, rifiutò energicamente di farsi bendare e sputò in faccia all’ufficiale che lo pretendeva, questo “signore” per ringraziamento, mentre agli altri sparò un colpo di pistola, a mio zio piantò una baionetta fra gli occhi come colpo di grazia. Avrei da raccontare tantissime altre cose sulla sua vita, ma vi lascio con la motivazione della medaglia d’oro al valor militare che nel 1994 gli venne riconosciuta, alla memoria, dal Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro:

Mirko Andreoli ex carabiniere

Mirko Andreoli in divisa

La motivazione per la medaglia d’oro

«Appena ventenne, sospinto da acceso spirito di rivolta contro l’oppressore, entrava tra i primi nelle formazioni partigiane parmensi, subito emergendo per capacità organizzativa ed eccezionale coraggio. Comandante di uno dei più agguerriti distaccamenti della 47’ Brigata Garibaldi, trascinava i suoi uomini in molteplici combattimenti. Catturato in una imboscata e tradotto a Ciano d’Enza, centro di martirio per molti partigiani, veniva riconosciuto dal nemico e sottoposto a indicibili torture. Pur martoriato, manteneva un fiero e sprezzante contegno verso i suoi aguzzini che, furenti del suo nobile silenzio, lo assassinavano e abbandonavano il corpo nel mezzo della via Emilia. Luminoso esempio di virtù militari e civili, è ricordato come un faro della resistenza parmense per le future generazioni.»

Tutto questo, assieme a quanto ho raccontato su Callimaco Zambianchi, secondo i miei amici non è sufficiente a giustificare il mio carattere: non sono disponibili a farmi sconti dovuti alla genetica!

Luciano Zambianchi
Dopo aver chiuso alcune delle mie vite precedenti, quella sindacale (da Presidente FIARC Confesercenti a Roma), quella politica (membro effettivo Commissione Centrale Ruoli presso il Ministero del Lavoro), quella da redattore e autore nel mondo della carta stampata (Acquari & Natura, L’acquario ideale, Le mie prime venti Aloe, Piante Grasse), quella da tecnologo nell’elettronica industriale, quella da segretario nazionale dell’Associazione Italiana Amatori delle piante Succulente (AIAS), quella da libraio (Einaudi) a San Lorenzo a Roma, quella di formatore e consulente (master PNL), finalmente da alcuni anni posso dedicarmi alle mie passioni: lo studio e il restauro di orologi antichi (con lavori citati anche in Wikipedia), l’allevamento e lo studio di tartarughe terrestri, la coltivazione di qualche centinaio di piante, la partecipazione alle attività di associazioni naturaliste scientifiche (ERPISA, bibliotecario SRSN), l’alfabetizzazione del WEB con la lotta alle bufale e alle “credenze” prive di ogni fondamento che imperversano in rete, oltre allo studio e alla diffusione della cultura ambientale. luciano@einaudiroma.it

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