Goffredo Mameli: il giovanissimo papà dell’inno d’Italia

Sonia Morganti
Pubblicato il 03 giugno, 2018, 3:05 pm

Biondo era e bello e di gentile aspetto. Queste parole, dedicate da Dante a Manfredi di Svevia, si adattano benissimo anche a un poeta dall’aspetto delicato e dall’animo guerriero: Goffredo Mameli, autore del nostro inno nazionale. Seguitemi in questo percorso circolare, che ci porterà a scoprire qualcosa in più su questo giovane eroe e sulle sue poesie.

Chi era Goffredo Mameli

Goffredo MameliGoffredo Mameli nasce a Genova nel 1827 e muore a Roma nel 1849. Nella sua brevissima e sfolgorante vita, compone poesie, lotta per la libertà e la fratellanza tra popoli, scrive ben due componimenti destinati a diventare inno nazionale. Vincerà il “Canto degli italiani”, noto come “Fratelli d’Italia”, ma non è il suo unico esperimento. Era bello, dicevamo, Goffredo Mameli. Nel Museo del Risorgimento di Roma c’è un ritratto a matita fattigli quando era ancora vivo. E piaceva a tutti. Piaceva a Garibaldi perché era un guerriero impetuoso e pieno di buona volontà, piaceva a Mazzini perché come poeta combattente riassumeva pensiero e azione, piaceva alle infermiere volontarie che se ne presero cura perché era gentile e coraggioso. Ma fu molto sfortunato: una banale ferita, forse addirittura da fuoco amico, sfociò in infezione e poi in cancrena durante i giorni della Repubblica Romana. L’amputazione non bastò a salvarlo e morì a soli ventidue anni. Giovane, piacente, eroe e poeta, rappresenta bene una parte ora nascosta ma sempre viva dell’anima italiana, capace di slanci ed educata dalla sua stessa natura al culto del bello.

La fortuna del Canto degli italiani

Mameli, su commissione di un Mazzini consapevole dell’importanza della musica nella formazione di una coscienza e nella diffusione di un’idea, scrisse “Suona la tromba”, un poema battagliero figlio del Quarantotto, musicato persino da Giuseppe Verdi. E musicalmente si sente. Eppure, nel testa a testa tra i due potenziali inni nazionali, fu “Fratelli d’Italia” ad avere subito la meglio e l’altro componimento di Mameli ormai è conosciuto più tra le marce militari. Il “Canto degli Italiani” è andato avanti per affetto, dato che solo di recente è stato ufficializzato come inno nazionale. Eppure, nonostante tutti ne conoscano qualche verso, pochi identificano i molti richiami storici che cela e gli ideali che celebra. Vediamoli insieme.

Significato dell’inno scritto da Goffredo Mameli

Iniziamo da metà strada, perché immagino che tutti sappiano chi è Scipione. Il fatto che la nostra penisola non fosse un’espressione geografica, per citare Metternich, fu ribadito spesso nel Risorgimento: le Alpi fanno da confine naturale a un corpo unico cinto dal mare su tre lati, accomunato da lingua e sentire sin dai tempi dei Romani, qui simboleggiati appunto dall’elmo di Scipio.
Proseguiamo:

Noi siamo da secoli,

calpesti derisi

perché non siam popolo

perché siam divisi.

Raccolgaci un’unica

bandiera, una speme:

di fonderci insieme

già l’ora suonò.

Mi sembrano versi così chiari da non aver bisogno di commento, anche se sull’applicazione dei concetti indicati… come si dice? Ci stiamo ancora lavorando.
Veniamo quindi al punto in cui tutti più o meno si arenano e iniziano a balbettare come i calciatori nel momento fatale, perché ci sono molti riferimenti storici appena accennati e comunque interpretati secondo il sentire dell’epoca.

Dall’Alpi a Sicilia

ovunque è Legnano

evoca la battaglia in cui i Comuni uniti nella Lega Lombarda sconfissero Federico Barbarossa: era il 1176. Come cambia il significato dei nomi con gli anni!

Ognu’uom di Ferruccio

ha il cuore e la mano

Ricordate Marmaldo, tu uccidi un uomo morto? Ebbene, fu proprio Francesco Ferruccio a dirlo, morendo per difendere Firenze dalle truppe di Carlo V.

I bimbi d’Italia

si chiaman Balilla.

E qui veniamo alle dolenti note. Non si tratta di “quei” balilla. Balilla significava “palletta”, “pallino” ed era l’appellativo del piccolo Gianbattista Perasso, pupetto genovese che scagliando sassi sugli austriaci dette il “la” alla rivolta del 1746.

Il debutto dell’Inno di Mameli

Fu proprio a Genova, nella celebrazione del centunesimo anniversario di quella rivolta, che il Canto degli italiani fece il suo debutto, riscuotendo un tale successo popolare che si iniziarono a sventolare i tricolori, cosa non molto consigliabile all’epoca. Quel giorno giravano stampe del nostro futuro inno fortemente censurate. Alcuni versi riferiti alle tribolazioni italiane e polacche sotto il giogo asburgico erano stati espunti e furono aggiunti a mano proprio da Goffredo Mameli, come possiamo vedere in questa foto scattata nel Museo del Risorgimento di Genova.

Son giunchi che piegano

le spade vendute

già l’aquila d’Austria

le penne ha perdute

il sangue d’Italia

e il sangue polacc

bevé col cosacco

ma il cor le bruciò

Ma c’è una strofa che fin dalle scuole medie ho sempre amato.

Uniamoci amiamoci

l’unione e l’amore

rivelano ai popoli le vie del Signore.

Frutto del pensiero mazziniano di cui il giovane Mameli era seguace, questo verso riassume l’idea per cui lo scopo dell’umanità sia di realizzare un disegno divino sulla terra, basato sulla fratellanza come via di miglioramento e crescita. Un pensiero molto moderno e… “greenious”. Unire la nazione era il primo passo per unire i popoli tra loro, in cerca di pace, progresso sociale e morale. Oggi come non mai il mondo resta dominato da insensata aggressività, da livore violento, da trame faziose e brame di potere spesso giustificate come parte della natura umana. Come se non potessimo superare gli istinti e migliorarci. È avvenuto per ben altre cose, dalla scoperta del fuoco in avanti.

Mi piace chiudere l’articolo in maniera circolare, con questo quadro realizzato nel 1850 da Francesco Cogorno e conservato al museo del Risorgimento di Genova.  Vi incontriamo  Mameli, che dette voce all’impeto di fratellanza e unità della sua epoca,  incoronato d’alloro da Dante. Il Sommo, padre della lingua italiana, disposto a pagare a caro prezzo la propria coerenza politica, avrà avuto più di qualche motivo per essere orgoglioso di quel giovane che lo raggiungeva, pur così in fretta. Tra poeti dal cuore forte ci si intende di certo.

 

Le foto interne all’articolo sono state scattate da Sonia Morganti al Museo Centrale del Risorgimento (ritratto a matita di Mameli) e al Museo del Risorgimento di Genova (le altre due).
Per la documentazione sui testi, si ringrazia l’A.M.I. per il bellissimo opuscolo.

Sonia Morganti
Sonia Morganti si è occupata a lungo di strutture ricettive e valorizzazione del territorio, ha una laurea in legge e una grande passione per l’archeologia, l’astronomia e il trekking. Scrive romanzi, soggetti per storie a fumetti, contenuti di siti web e tanto altro, ma è soprattutto una lettrice esigente ed entusiasta.

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