Dipendenza affettiva: l’amore che fa male

Intervista alla Dott.ssa Ilaria Consolo, psicoterapeuta, psicosessuologa e specialista in dipendenze

Tiziana Carmelitano
Pubblicato il 24 gennaio, 2018, 12:24 pm

Quando nel 1985 venne per la prima volta pubblicato “Donne che amano troppo” di R. Norwood, divenuto poi un best seller da cinque milioni di copie, poco o nulla si conosceva della dipendenza affettiva.

Questo complesso disturbo di personalità – a incidenza prevalentemente femminile – era in effetti poco analizzato nell’ambito della psicologia in quanto irrisorio era il numero di donne che si approcciava ad un percorso psicoterapeutico lamentando questo tipo di problematica. Va invero considerato che era diffusa la convinzione – tuttora in un certo senso presente nell’immaginario collettivo – che amare il proprio partner con sofferenza e sacrificio fino al punto di annullare se stessi fosse un ideale romantico da seguire e inseguire, piuttosto che un modo insano e disfunzionale di vivere la relazione sentimentale. Fortunatamente, le cose sono molto cambiate poiché oggi sono molte le donne che affrontano con coraggio e determinazione un percorso introspettivo verso la consapevolezza di sé: riconoscere ed accettare la propria dipendenza affettiva è infatti il primo passo verso il cambiamento.

Scopriamo qualcosa di più sulla dipendenza affettiva con la Dott.ssa Ilaria Consolo, Psicoterapeuta, Specialista in dipendenze, Psicosessuologa nonché Vice Presidente dell’IISS.

  • Dott.ssa Consolo può darci una definizione breve e semplice di “dipendenza affettiva” ?

Nella dipendenza affettiva il naturale bisogno d’amore, che ciascuno di noi sperimenta, diventa un’ossessione. Il rapporto con il partner è vissuto come una necessità, come condizione stessa della propria esistenza. Le “donne che amano troppo” elemosinano attenzioni e conferme e si cibano di briciole che non riescono però a riempire il profondo vuoto interno di angoscia, solitudine ed inadeguatezza. È una dipendenza a larga prevalenza femminile, non perché gli uomini non ne soffrano ma perché essi in genere cercano di alleviare le proprie sofferenze ponendosi mete esterne ed impersonali. In genere, sono donne che provengono da famiglie disfunzionali in cui i bisogni emotivi non sono stati riconosciuti in modo adeguato ed imparano da subito a considerare il rapporto, o anche solo la presenza dell’oggetto d’amore, come l’unico modo possibile per stare bene con se stesse e apprendono un modello di comportamento che tende con tutti i mezzi al riconoscimento da parte dell’altro. Da adulte come in una coazione a ripetere ricercano inconsciamente un partner che porta loro a rivivere situazioni in cui percezioni e sentimenti vengono ignorati piuttosto che accettati, convalidati e ricambiati. Così si legano a persone bisognose, da aiutare, da cambiare in meglio, come se fosse possibile modificare una persona se la si ama intensamente. Queste relazioni sembrano riprodurre all’infinito la storia de “La Bella e la Bestia”, in cui l’amore sentimentale di Bella riporta la Bestia alla sua natura umana, come a dire che anche dietro un’apparenza mostruosa si nasconde un principe azzurro.

  • Esistono diverse tipologie di dipendenti affettivi? In caso di risposta affermativa, vi sono dei tratti comuni di personalità?

Mi piace dire che non curo la dipendenza affettiva ma le dipendenti affettive in quanto ogni persona è portatrice della sua storia e ha reazioni personalissime. Ma di certo vi sono tratti comuni! Le donne che amano troppo hanno il costante bisogno di essere rassicurate, sviluppano un atteggiamento di sottomissione e cercano di evitare, in tutti i modi possibili, la separazione perché anche solo l’idea di allontanarsi dal partner provoca una terribile sensazione di abbandono. Infatti un’emozione prevalente nelle interazioni con il partner e in ogni aspetto della relazione di coppia è il timore della disapprovazione, di perdere la stima, la considerazione e, in definitiva, il legame con la persona amata.

Sono donne con una scarsa autostima, che fanno dipendere la considerazione di sé e del proprio valore dalla presenza e dall’opinione dell’altro. La convinzione sottostante, di queste amanti sofferenti, è di non poter essere amate, di non averne diritto. Ciò comporta che gli umori dell’amato condizionano pesantemente i loro stati d’animo ed hanno nei loro confronti un atteggiamento estremamente condiscendente per garantirsi l’accettazione.

Il bisogno di sentirsi necessarie è un modo per negare ed ignorare il vuoto che si ha dentro di sé. Circa la sessualità, in genere la vivono apparentemente intensamente: maggiore è il grado di conflitto con il partner, troppo bisognoso o svalutante, più sarà intenso il rapporto sessuale, illudendosi che esso vada a rafforzare il legame d’amore.

  • Che tipo di partner scelgono i soggetti con dipendenza affettiva?

I partner vengono scelti in base a dinamiche inconsce passate e presenti. Circa quelle del passato, frequentemente si è attratti da persone che presentano aspetti simili ai caregivers infantili, nonostante le dinamiche abbiano creato sofferenza. Ma è ciò che è conosciuto e familiare e magari, come in una sorta di riparazione, ci si illude che stavolta il mostro diventi principe… In genere sono partner bisognosi di sostegno in modo che le donne che amano in modo così fusionale ed esclusivo, possano sostenerli soddisfacendo il loro bisogno di sentirsi utili ed importanti. Ma sono anche uomini con modalità ambivalenti e rifiutanti che vanno a confermare alle compagne di non valere e di non essere meritevole di amore.

  • Come riconoscere e conseguentemente affrontare la dipendenza affettiva?

In tutte le forme di dipendenza è fondamentale riconoscere di avere un problema. Questo accade in genere quando si tocca un fondo di disperazione determinato spesso da eventi molto dolorosi. A quel punto sarebbe utile rivolgersi ad un professionista, ad uno psicoterapeuta, per affrontare le dinamiche disfunzionali del presente e quelle del passato che hanno innescato il comportamento dipendente. Partendo dalla conoscenza di sé, puntando sulle risorse e sul proprio potenziale emotivo, per raggiungere l’autonomia, un sano equilibrio psicologico e un buon livello di autostima che consenta di pensare di poter essere accettata per ciò che si è e concedersi di farsi amare e rispettare all’interno di un rapporto di reciprocità. È fondamentale giungere a modalità relazionali più sane e ad nuova modalità di amare…in primis se stesse!

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