Grazie a Callimaco Zambianchi l’Unità d’Italia è una questione di famiglia

Quello che non avete ancora letto sulla spedizione dei mille.

Luciano Zambianchi
Pubblicato il 30 gennaio, 2018, 11:02 pm
callimaco zambianchi

Callimaco Zambianchi

Anche se il mio cognome non compare nei libri di storia in relazione all’Unità d’Italia, un mio avo ha fatto molto, attirando su di sé grandi odi e grandi amori. Si tratta di Callimaco Zambianchi che al servizio di Camillo Benso conte di Cavour e amico personale di Giuseppe Garibaldi, partecipò alla spedizione dei Mille. In poche righe troverete la vera storia, retroscena compresi, di un evento storico e di un periodo cruciale per noi italiani.

Nel 2011 ci furono moltissime iniziative per ricordare i primi 150 anni dall’Unità d’Italia, anniversario festeggiato da molti e compianto da alcuni: proprio in relazione a quei fatti ho deciso di raccontarvi una storia di famiglia, che mette in diversa luce alcuni dei principali attori di questo evento storico. Il personaggio principale di questa storia è Callimaco Zambianchi (foto 1): secondo mia zia Seconda, che era la biografa della famiglia (la stessa di “… le ricette di famiglia di zia Seconda”) Callimaco era un cugino del suo bisnonno (e quindi del mio trisavolo), un lontano parente, una “pecora nera” per la famiglia e pare non lo pensasse solo lei.

Un volume su Callimaco Zambianchi 

Il volume del Generale Giuliano Oliva del 1981 che parla di Callimaco si intitola “Quel maledetto Zambianchi” (foto 2) e “maledetto” non è certo un complimento soprattutto se si considera che gran parte del libro è basata sui diari e le lettere di Callimaco che non voleva certo fare figuracce. Il mio avo era un amico personale di Giuseppe Garibaldi che lo ha sempre difeso anche quando, dopo l’Unità d’Italia ricomparve e venne imprigionato; questo dopo che i garibaldini stessi ne avevano denunciato il comportamento contraddittorio. Dopo aver vissuto in America Latina (specialmente in Uruguay, dove aveva conosciuto e probabilmente collaborato con Garibaldi) facendo l’avventuriero e il militare di professione, Callimaco tornò in Italia per seguire l’amico Giuseppe prima nelle battaglie per l’unificazione e poi nella spedizione dei Mille. Ma alla storia ufficiale che tutti possono verificare nei molti siti che parlano di lui (compreso quello ufficiale dei Garibaldini e dell’Archivio Storico della Guardia di Finanza) si affianca e si aggiunge quella che dovrebbe essere la storia vera: molte sono le fonti coeve che ho consultato, confesso che ho evitato di usare solo gli scritti di Callimaco, il quale ha lasciato diversi diari ma a mio parere non totalmente attendibili. Prima di raccontarla lasciatemi dire che quaranta anni fa ho conosciuto uno storico del Risorgimento italiano, che all’epoca aveva oltre ottant’anni, che mi raccontò di aver dedicato tutta la sua vita a studiare questo mio antenato. Anche grazie a lui ora posso raccontarvi della sua vera partecipazione alla spedizione dei Mille e della sua vita da esiliato, in realtà quella di Callimaco è stata una vita affascinante e soprattutto piena di segreti.

Centinaia di lettere e documenti 

lettera d'incarico per callimaco zambianchi

È ormai provato che era una persona nota ai personaggi importanti dell’epoca, da Giuseppe Mazzini a Pio IX e anche a Cavour: ci sono le copie dei suoi rapporti epistolari; ai suoi tempi non godeva di una buona stampa, visto che arrivò a meritarsi una citazione nel romanzo “Il Gattopardo” in cui venne definito

” … quel facinoroso dello Zambianchi … “

Quasi tutti oggi concordano nell’indicarlo come un agente segreto al servizio diretto del conte Cavour, di questo lo accusarono già nel 1860 i Garibaldini che lo esclusero fin da subito dall’elenco degli “eroi” che parteciparono alla spedizione. Ma lo Zambianchi aveva un elevato grado militare (maggiore della guardia di finanza) e, grazie all’amicizia con Garibaldi, aveva ottenuto una posizione di rilievo: era il tesoriere della spedizione. La storia ufficiale lo indica come sbarcato a Talamone per un’azione diversiva contro lo Stato Pontificio, imprigionato (o ucciso) dalla milizia papalina, a dire dei suoi detrattori perché era ubriaco fradicio dalla mattina alla sera. La verità documentata dallo storico che ho conosciuto è lievemente diversa: a Talamone (dove la nave dei Mille si era fermata per caricare rifornimenti) Callimaco Zambianchi viene raggiunto da un emissario di Cavour che gli ordina di bloccare la spedizione. Con l’incarico di procurare nuove armi e distrarre i nemici, sbarca con la cassa della spedizione e un manipolo di seguaci, secondo alcuni storici addirittura 236 uomini (un quarto della spedizione ???), a cui si aggiunge un ufficiale suo nemico (pare un altro agente segreto, questa volta al servizio degli inglesi) che però avrà la sfortuna di morire subito, forse in uno scontro con i soldati del Papa, forse per “fuoco amico”. Secondo Garibaldi, che ne parla nelle sue memorie, la spedizione dello Zambianchi, definito da Giuseppe Garibaldi come “Campione della causa Santa d’Italia …”, era composta da 60 persone e Callimaco aveva delle precise istruzioni scritte (la lettera con i 9 punti è dell’ 8 marzo 1860, foto 3).

Fu lui a comandare l’azione diversiva

 

In realtà ai pochi e male armati soldati, realmente guidati da Callimaco  Zambianchi, si uniscono gruppi di volontari arruolati, secondo le istruzioni di Garibaldi, nei territori attraversati; alcuni documenti parlano di una brigata di oltre trecento uomini, ma sono documenti prodotti da funzionari papalini che dovevano giustificare la propria incapacità di contenere le scorribande garibaldine. Dopo diversi successi, considerando che l’obiettivo non era certo quello di conquistare Roma, Callimaco manda i suoi in una specie di suicidio di massa contro il grosso dell’esercito del Papa. A questo punto Callimaco Zambianchi sparisce fino alla fine della spedizione dei Mille, riapparirà in Piemonte dopo l’incontro di Teano (quello avvenuto a Caiazzo, località derubricata per problemi di pubblica decenza e per evitare l’ilarità degli studenti), verrà arrestato su ordine di Cavour e rinchiuso nel carcere di Torino come sospetto traditore. Questo fece grande scalpore sulla stampa dell’epoca, ma dopo l’intervento di alcuni “amici” venne trasferito, ufficialmente per problemi di salute, al più confortevole penitenziario militare di Genova. Da lì scrive al Conte Cavour (questo è documentato), vanta la sua fedeltà alla Corona e chiede oltre alla scarcerazione un “risarcimento” di 10.000 pistole piacentine (10.000 monete d’oro). C’è una risposta di Cavour che rilancia proponendo 20.000 lire e la libertà, a patto che Callimaco vada in esilio; ricordo, per dare valore agli importi di cui parliamo, che lo stipendio mensile di un alto ufficiale era di 180 lire al mese, l’equivalente oro di 2200 euro, ma con un enorme potere d’acquisto (una lira piemontese di circa 5 grammi d’argento equivaleva a 0,35 grammi d’oro). La proposta di Cavour prevedeva 10.000 lire subito e altre 10.000 al suo arrivo in America Latina.

copertina del libro quel maledetto zambianchiCallimaco Zambianchi imbrogliato da Cavour

Qui il colpo di teatro: secondo gli appunti di Cavour, lo Zambianchi incassa il denaro e parte, ma “muore” in viaggio e viene sepolto in mare; un problema è che nello stesso anno in Brasile nasce una “Fazenda Zambianchi”, un altro problema è che in realtà Cavour aveva imbrogliato Callimaco, che per avere dei fondi dovette andare in Inghilterra dai mazziniani, che gli consegnarono diversi chili di argento, sotto forma di servizi da tè ed altro, tutto questo è ben documentato negli archivi dei patrioti in Inghilterra. Negli archivi sabaudi c’è una lettera, riportata anche nel già citato volume “Quel maledetto Zambianchi”, di una signora (donna Isabella) che scrive nel 1862, qualificandosi come moglie di Callimaco Zambianchi (a suo dire residente a Cordoba, ormai povero, e ferito), e chiede una pensione per i “meriti del Callimaco al servizio della Corona” (secondo Gerardo Severino, lo Zambianchi, che nell’esercito di liberazione argentina era diventato colonnello, non aveva fatto in tempo a maturare una pensione argentina). Ma ci sono anche altre versioni: una conferma che Cavour avrebbe imbrogliato Callimaco e non gli avrebbe mai dato un soldo, e questo spiegherebbe la presenza di Callimaco con la sua famiglia a Londra nel 1861 in visita alla famiglia della moglie, anche con lo scopo di batter cassa, e ci sono lettere di Callimaco da Londra a esponenti mazziniani con richieste di finanziamenti. Resta anche incomprensibile il silenzio di Callimaco alla notizia della sua morte in mare che, come quella del suo arresto e poi delle 20.000 lire concesse da Cavour, aveva avuto un grosso riscontro sulla stampa nazionale.

Due storie

Qui la storia si divide tra “scientifica” e “popolare”: gli storici sanno bene come Garibaldi stesso si fosse immediatamente dissociato dalle angherie e vessazioni portate alle popolazioni del sud “conquistato” per tutelare gli interessi degli inglesi in Sicilia e dei ricchi latifondisti collusi con i burocrati piemontesi. La storia popolare esalta la spedizione dei Mille organizzata da Cavour con grandi sforzi diplomatici ed economici per unire il territorio italiano sotto un’unica corona, quella sabauda. Ancora oggi alcuni (padani?) sostengono che il Piemonte ha tentato di esportare la democrazia e la ricchezza in un meridione popolato da “parassiti senza alcuna iniziativa né voglia di lavorare”, come recita una canzoncina leghista, senza ricordare quanto i piemontesi furono collusi con questi parassiti. Chi vuole approfondire può leggere nelle memorie storiche della Guardia di Finanza i documentatissimi articoli del capitano Gerardo Severino che riabilita l’ingegner Callimaco Zambianchi innalzandolo al ruolo di eroe nazionale argentino. Personalmente non sono riuscito a capire se Callimaco fu un vero patriota, un eroe o soltanto un avventuriero; negli ultimi anni nel Lazio hanno realizzato monumenti in suo onore e in Argentina è veramente considerato un eroe nazionale. Se questo vi sembra sorprendente, aspettate che vi parli del contributo alla liberazione dal nazifascismo di mio zio (il fratello di mia madre): a lui è stata assegnata una medaglia d’oro al valor militare.

Luciano Zambianchi
Dopo aver chiuso alcune delle mie vite precedenti, quella sindacale (da Presidente FIARC Confesercenti a Roma), quella politica (membro effettivo Commissione Centrale Ruoli presso il Ministero del Lavoro), quella da redattore e autore nel mondo della carta stampata (Acquari & Natura, L’acquario ideale, Le mie prime venti Aloe, Piante Grasse), quella da tecnologo nell’elettronica industriale, quella da segretario nazionale dell’Associazione Italiana Amatori delle piante Succulente (AIAS), quella da libraio (Einaudi) a San Lorenzo a Roma, quella di formatore e consulente (master PNL), finalmente da alcuni anni posso dedicarmi alle mie passioni: lo studio e il restauro di orologi antichi (con lavori citati anche in Wikipedia), l’allevamento e lo studio di tartarughe terrestri, la coltivazione di qualche centinaio di piante, la partecipazione alle attività di associazioni naturaliste scientifiche (ERPISA, bibliotecario SRSN), l’alfabetizzazione del WEB con la lotta alle bufale e alle “credenze” prive di ogni fondamento che imperversano in rete, oltre allo studio e alla diffusione della cultura ambientale. luciano@einaudiroma.it

4 Comments to: Grazie a Callimaco Zambianchi l’Unità d’Italia è una questione di famiglia

  1. Gerardo Severino

    febbraio 2nd, 2018

    Ringrazio il Sig. Zambianchi per averci voluto regalare il suo prezioso contributo dedicato al Maggiore Callimaco Zambianchi, suo lontano congiunto.
    Quella di Callimaco è indubbiamente una storia complessa, ma pur sempre interessantissima e degna del rispetto da parte della Storia di questo Paese.
    Ricordo a tutti quando Callimaco Zambianchi, anziché fuggire guido l’avanguardia Garibaldina che aveva il compito di scortare l’Eroe dei Due Mondi verso Venezia, all’indomani dell’infausta caduta della Repubblica Romana, alla cui difesa egli stesso aveva dato il massimo di sé.
    Zambianchi fu un patriota a tutto tondo, mentre i suoi eccessi andrebbero forse inquadrati – e non dico certo giustificati – in quel clima particolare che caratterizzò l’intero ciclo risorgimentale.
    Magg. Gerardo Severino, Direttore Museo Storico Guardia di Finanza

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    • Luciano Zambianchi

      Luciano Zambianchi

      febbraio 5th, 2018

      Spett. Maggiore, la ringrazio e concordo a pieno con le sue affermazioni. Come avrà capito leggendo quelle poche righe (già troppe considerando il supporto) le notizie su Callimaco le ho raccolte a Montevideo, e a Buenosaires da un altro mio zio ora scomparso. L’idea che, ance grazie a Lei, mi sono fatto è che degli “eccessi” (che ingiustamente hanno finito per prevalere) lo hanno accusato personaggi sicuramente di parte e una stampa non proprio obiettiva. Anche il suo fedele operato al servizio della corona non limita certo i suoi meriti di Patriota garibaldino. Solo per brevità non ho parlato dell’importante intervento di Callimaco in difesa della repubblica romana, e neppure dell’anniversario della sua morte (13 febbraio 1862, anche se non sono molto in accordo sull’anno). Con il mio pezzo ho voluto riportare alla giusta attenzione la vita del Finanziere Patriota Callimaco Zambianchi in occasione dell’anniversario della morte.

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  2. roberto gennarelli

    marzo 21st, 2018

    CALLIMACO ZAMBIANCHI: storie di famiglia, storia di tutti

    Le storie di famiglia se non possono riscrivere la Storia ufficiale del nostro Risorgimento possono e debbono correggere o far migliore luce su alcuni aspetti del quadro d’insieme che appaiono talvolta volutamente equivocati o trascurati.
    Ne è un esempio la figura e la storia di Callimaco Zambianchi, di cui all’articolo di Felice Zambianchi dello scorso gennaio. Con quell’articolo ho scoperto una lontana parentela con Felice poiché Callimaco era fratello del mio trisavolo Ulisse, tutti di Forlì.
    Callimaco, nato nel 1811 morirà a Cordoba (Argentina) nel 1862, appena compiuti 50 anni.
    Cresciuto in una famiglia ispirata alla Rivoluzione francese e al passaggio napoleonico, già a 14 anni, insieme al fratello Eugenio di 15, viene colpito dalla repressione del Cardinale Rivarola nel 1825 (famoso per il maxi processo ai dissidenti della restaurazione austro-pontificia con oltre 500 condannati), e per la colpa di aver fatto esplodere dei petardi vicino ad una chiesa condannato ad essere “rieducato” con 10 giorni “sulla canna e sui ceci”.
    Eugenio e Callimaco studiano a Bologna e a quei moti di una settimana del 1831 partecipano dovendo poi espatriare in Francia. Qui studiano l’uno medicina l’altro ingegneria, ma non si negano la partecipazione ai moti francesi di Parigi del 1832. Sfida a duello Victor Hugo reo di aver, nella sua commedia Marie Tudor, offeso gli italiani (Victor Hugo se ne scuserà in una sua lettera agli espatriati italiani). Poi Londra e Montevideo (il primo italiano che lo accolse al porto fu Garibaldi).
    Socialista con propensioni anarchiche, sicuramente non monarchico, rientra in Italia dove apprende di non essere rientrato nella amnistia di Pio IX del 1846. Si impegna comunque nelle milizie civiche forlivesi. Per effetto di false accuse viene incarcerato a Civita Castellana e qui, prima della sentenza di piena assoluzione, viene richiamato a Roma (siamo nel 1849) dal ministro dell’Interno del nuovo governo della Repubblica Romana instauratosi nell’immediatezza dell’assassinio di Pellegrino Rossi. Giunto a Roma vede arrivare l’amico Garibaldi e con lui costituisce la brigata dei Finanzieri del Tebro che comanderà (in questo atto il Gen. Oliva nel suo “Quel maledetto Zambianchi” individua la nascita dei finanzieri italiani). Partecipa a varie azioni, distinguendosi per capacità e coraggio, nella difesa a sud di Roma contro i Borboni e pone il suo comando in Roma a San Silvestro. Sul versante dell’offensiva francese ha compiti di polizia e controspionaggio e gli vengono attribuite esecuzioni di preti, o presunti tali, accusati di spionaggio a favore dei francesi. Tali atti provocano il dissenso dell’idealismo di Mazzini e Saffi ma non quello di Garibaldi.
    Alla sconfitta della Repubblica Garibaldi non si arrende e si ritira da Roma (giugno 1949) con circa 4.000 uomini fra i quali il Comandante Zambianchi. Nell’odissea della marcia verso San Marino, Zambianchi è ferito davanti alle mura di Arezzo. A San Marino mentre viene curato è anche nascosto agli austriaci e, guarito, riesce a fuggire.
    Nel mese di agosto 1849, durante la permanenza a San Marino, Callimaco venne a conoscenza del fatto che i francesi avevano fucilato un certo numero di finanzieri e che altri 35 erano stati imprigionati a Castel S.Angelo.
    Allora scrisse una lettera al comandante delle truppe francesi in Roma, e precisamente al generale Rostolan che, nominato comandante della piazza di Roma, successe all’Oudinot nel comando delle truppe francesi alla partenza di questi. Sino a pochi anni fa fu anche messo in dubbio che avesse mai scritto la lettera che lui stesso citava negli interrogatori di Genova-1849 e nel suo scritto ‘difensivo’ del 1856.
    Il Tribunale della Sacra Consulta ne venne a conoscenza.
    Il generale Rostolan la ricevette sicuramente, perchè la lettera è conservata nell’Archivio dello Stato Maggiore Francese a Parigi.
    “Signor Comandante, oggi soltanto il sottoscritto è venuto a conoscenza (nel pacifico ritiro dei boschi) dell’arresto di 35 bravi soldati che languiscono in questo momento anche se del tutto innocenti, nella prigione di Stato, imputati quali responsabili di fucilazioni di preti e monaci che hanno avuto luogo a Roma nel Chiostro di S. Callisto durante i fasti della Repubblica.
    Poiché la colpevolezza di uno non deve pesare sugli altri e poiché ripugna ad un soldato d’onore di vedere soffrire gli innocenti per propria colpa, egli desidera, Signore, sulla propria anima e coscienza, dichiararvi la verità e sottoporvi il colpevole se vi sia un crimine o un delitto nei fatti che egli ha l’onore di esporvi qui di seguito”.
    Dopo aver riassunto brevemente la sua vita e la sua partecipazione attiva alla Repubblica Romana, Callimaco affermava di aver fatto fucilare due religiosi a Monte Mario per dare un esempio al tradimento. Aggiungeva di aver fatto fucilare a San Callisto altri preti, che erano stati arrestati, armi alla mano o perchè istigavano alla guerra civile e così concludeva:
    “Io vi domando ora, Signore, se i soldati che hanno eseguito l’ordine del loro capo, forse loro malgrado, sono colpevoli di una perfetta obbedienza che si imputa loro oggi come un crimine; se c’è un colpevole in tutto quello che vengo d’esporvi, questo deve essere assolutamente colui che li comandò ed egli è pronto a sottomettersi e a provare la verità di tutto quello che espone; e di far risultare ancora meglio tutte le infamie e le scelleratezze commesse da coloro su cui la giustizia degli uomini si è compiuta.
    Se voi credete, che la sua vita possa soddisfare la nuova rabbia del sacerdozio, egli è pronto a venire a Roma per contentarlo; ma per far questo egli non desidererebbe esser preso per via dagli austriaci (n.d.r. a San Marino i fuoriusciti Romani erano braccati dagli Austriaci), e un salvacondotto, Signore, sarebbe indispensabile.
    Se vi degnerete, Signore, l’onore di una risposta, vogliate indirizzargliela, ve ne prego, a Forlì, presso suo fratello Ulisse”.
    Callimaco è un combattente e si vive come un uomo per il quale l’onore nel compimento delle proprie azioni è di vitale importanza. Al generale Rostolan riconosce l’autorità del vincente ed a lui si offre, anche ritenendo che i propri comportamenti debbano essere giudicati da un militare quale lui era nella Repubblica Romana e non dai restauratori sanfedisti, di cui conosceva le propensioni.
    Non risulta nessun esito da parte di Rostolan.
    I francesi e i papalini erano occupati nella restaurazione ed anche il processo, inaudita altera parte, era utile. Nel 1854 quattro residui “finanzieri”, fra i quali lo stalliere di Callimaco, furono decapitati.

    Londra e di nuovo in Argentina.
    Dopo essersi sposato in Inghilterra con Isabel Hales e aver avuto quattro figli, dal 1854 al 1859 si deve essere creato una posizione in Argentina, tant’è che il nome del patriota forlivese è annoverato fra i più entusiasti sostenitori dell’ambizioso progetto di “mantenere aperto, a Buenos Aires, un ospedale destinato a prestare alloggio e cure ai malati di nazionalità italiana”, per la realizzazione del quale era stata costituita nello stesso anno la Sociedad Italiana de Beneficiencia. Non solo, ma Callimaco Zambianchi prese anche parte alla cerimonia, tenutasi il 12 marzo (sempre del 1854), nel corso della quale il governatore della Provincia di Buenos Aires, Pastor Obligado, l’incaricato d’affari del Re di Sardegna e 34 connazionali illustri, posero la prima pietra dell’originario Hospital Italiano, che aveva trovato ubicazione nella strada Santa Rosa.
    Nella capitale argentina, l’esule ebbe anche modo di proseguire nella sua opera di filantropo.
    E fu così che nello storico locale di Via Independencia, 431, Callimaco Zambianchi, unitamente ad altri profughi politici (Pedro Beretta, Juan Bautista Ardizzi, José Ciolina, Nicolas Faggian, Andres Scarpini e Virginio Bianchi), in totale sette, quasi a voler rappresentare i sette stati in cui era divisa la patria lontana, fondò il 18 luglio 1858 il primo sodalizio italiano di mutuo soccorso, la benemerita “Unione e Benevolenza”, decana dell’attuale Associazione Italiana di Mutua Assistenza, destinata all’aiuto fisico e morale (istruzione, previdenza e cooperazione) di quanti, esuli o semplici emigrati, giungevano in terra argentina provenienti dalla patria italiana.
    Gli eventi italiani maturavano e via via giungevano in America notizie sempre più incalzanti.
    Il 23 aprile 1859 l’Austria inviava al Piemonte un ultimatum, mentre la rivolta divampava nelle Romagne ed in alcuni stati centrali.
    Il 26 giugno 1859, alla notizia dell’imminente scoppio in Italia di una nuova guerra, Zambianchi si fece promotore di un proclama a stampa, affisso nelle principali vie della città, intitolato “Appello dei soldati italiani agli onorevoli componenti il Comitato Nazionale Italiano in Buenos Aires”, con il quale, nell’invitare gli italiani a riprendere le armi, si prefiggeva di ottenere fondi necessari per finanziare il viaggio di ritorno in Italia per sé e per gli altri volontari.
    Estratto del Testo del proclama: “Non vi sono più né protestanti né cattolici – né patrizi né plebei, né Toscani, né Romani, né Piemontesi – né Moderati né Repubblicani – non vi sono più che degli Italiani. Tutti dall’Alpi alla Sicilia non hanno più che un’opinione e una religione – che un solo amore, la Patria !!! che un solo nemico, lo Straniero. Italiani ! quel grido d’allarme ha varcato pure l’immensità dei mari ed ha risuonato fremente nei petti della maggior parte dei soldati Italiani quivi residenti. Questi dimandano a concorrere volenterosi a dividere la sorte dei loro fratelli o di morire almeno vendicati sulla patria terra, sopra le ossa del predatore Straniero. Italiani ! La Patria come il vedete è impegnata nella suprema lotta, e dimanda ai suoi figli l’Ultimo sforzo per condurla a Salvamento. Noi, in numero di più di 400 (che dividiamo l’opinione dei nostri fratelli d’Italia di fare la Patria una e indipendente) offriamo a tale scopo le nostre braccia e sino all’ultima goccia del nostro sangue, esortando la generalità dei nostri compatrioti a fornirci i mezzi per poter realizzare l’evento. A voi o Onorevoli Cittadini abbiamo affidato il penibile incarico di percepire i doni e le offerte della generalità dei nostri compatrioti – a voi puri e degni cittadini italiani raccomandiamo pure le disposizioni di una pronta partenza.
    Viva l’Italia una e Indipendente.
    Buenos Ayres, 26 giugno 1859 – C. Zambianchi”.

    Callimaco, ‘vecchio’ repubblicano di 48 anni, incitava all’unità d’Italia sotto Vittorio Emanuele!
    Indubbiamente il Comitato dovette raccogliere l’invito, almeno in parte, perchè Callimaco con tutta la famiglia riuscì a giungere in Italia, verso la fine del 1859, ma dopo Villafranca.

    Della storia dei Mille e della Colonna Zambianchi da Talamone ha scritto il “cugino” Zambianchi. Mi permetto di dissentire solo sulla ricostruzione dell’ “agente segreto” di Cavour. Cavour infatti era imbestialito dell’iniziativa di Garibaldi per far insorgere con la Diversione i sudditi del Papa nell’Umbria e nelle Marche. Nella complessa ed abile trattativa non ancora conclusa con Napoleone III, temeva che l’invasione prematura dello Stato Pontificio ancora sotto protettorato francese, potesse andare a detrimento del negoziato in corso. Di quella spedizione infatti l’unico incarcerato senza processo, prima a Firenze poi a Genova e Torino, è proprio Callimaco del quale non si voleva una testimonianza degli ordini ricevuti. Ne sono testimonianza i frenetici telegrammi di Cavour a Ricasoli volti a fermare quella diversione in corso e l’offerta di denaro per la scarcerazione senza processo con contemporaneo esilio solo quando con l’esercito sabaudo a Castelfidardo Cavour fece quello che doveva fare lo Zambianchi ma dopo l’accordo con Napoleone III: la diffusione, falsa, della notizia del decesso di Callimaco ancor prima di sbarcare a Buenos Aires sono il completamento del disegno politico e negare anche il pagamento del silenzio.
    Callimaco, che onorò la parola data, sfiancato dalla sua breve ma intensa vita di combattente si ammalò e morì a Cordoba il 13 febbraio 1862: ebbe almeno la soddisfazione di sapere completata, salvo Roma, l’opera di Garibaldi e, per l’Argentina, la vittoria del suo amico Mitre primo presidente di quella Repubblica

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    • Luciano Zambianchi

      Luciano Zambianchi

      marzo 22nd, 2018

      Grazie al Magg. Gerardo Severino, Direttore Museo Storico Guardia di Finanza, e a Roberto Gennarelli che si
      autodefinisce uno storico dilettante, che ha svolto una ricerca approfondita e sicuramente degna di essere
      pubblicata per intero, l’articoletto che doveva commemorare la data di morte di Callimaco Zambianchi è
      diventato un importante documento sul nostro risorgimento. In realtà Roberto Gennarelli che da parte di madre
      discende da un fratello di Callimaco ha scritto e mi ha inviato un lavoro ricco di immagini e di documenti che,
      credo di interpretare il suo volere, ha sicuramente piacere di mettere a disposizione di chi vorrà approfondire la
      ricerca sul nostro avo. Perciò ai lettori che vorranno aiutarci a completare il quadro appena tratteggiato di
      questo eroe, chiedo di aiutarci a trovare la “rassegna stampa” che condizionò l’idea, non proprio corretta, che
      di Callimaco si fecero i suoi contemporanei, e grazie da ora per la vostra collaborazione.

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