La chiamavano Regina Aquarum e tutt’oggi è una città dove gli antichi acquedotti sono ancora ben visibili ed è raro non trovare una fontanella anche nelle zone più periferiche. Roma nasce in riva a un fiume e già a quello deve le sue sorti. D’altronde, per un insediamento è fondamentale la salubrità: fino a tempi relativamente recenti, poter bere acqua non contaminata e poter facilmente allontanare le scorie faceva la differenza tra la vita e la morte. In una serie di articoli, esploreremo il legame tra la grandezza della storia umana e la sua dipendenza da due molecole idrogeno e una di ossigeno: la base della vita, in tutte le sue manifestazioni.

Acquedotti e panorama: undici “vene” per la Caput Mundi

Dalla sua fondazione e per circa 400 anni, gli abitanti dell’Urbe attinsero acqua da pozzi poco profondi, che arrivavano alla falda freatica, o dalle piccole sorgenti nel territorio cittadino. Pian piano, dal IV secolo a.C. a Roma si iniziano ad innalzare acquedotti che, nell’epoca di Traiano, arrivarono a convogliare in città un milione di metri cubi di acqua al giorno. E dopo quel periodo, ancora altri due acquedotti saranno costruiti. Si è creato così quel paesaggio che per secoli ha contraddistinto la campagna romana, immortalato in litografie, acquerelli, memorie di viaggio. Ad esempio Goethe definì i resti dell’acquedotto Claudio “una successione di archi di trionfo” e chiunque, ancora oggi, arrivi da sud in treno non può che condividere le sue impressioni.Gran parte degli acquedotti di Roma correvano da sud est verso il centro: abbeverati dalle sorgenti tra i Colli Albani e gli Appennini, raggiungevano la zona di Porta Maggiore che era, all’epoca, la più alta nell’area cittadina. Due acquedotti invece giungevano da nord ovest e attingevano acqua dai laghi di Bracciano e Martignano. Senza contare le diramazioni e gli ampliamenti, gli acquedotti costruiti a Roma tra il 311 a.C. e il 226 d.C. furono undici e li racconteremo in un prossimo articolo. Il primo fu edificato da Caio Plauzio e Appio Claudio, proprio colui che aprì la Via Appia: ci troviamo, chiaramente, in una fase di accelerazione e progresso nella storia di Roma. L’ultimo fu opera dell’imperatore Alessandro Severo, è ancora visibile per ampi tratti e il suo scopo era di alimentare le terme di Nerone nel Campo Marzio, che lui aveva fatto restaurare.

L’inizio della decadenza, sempre nel nome dell’acqua

Nel 537 d.C. i Goti assediarono Roma e Vitige, generale e re, ordinò di tagliare tutti gli antichi acquedotti. La privazione dell’acqua, per una città come per un essere vivente, equivale alla privazione della vita. Belisario, generale bizantino, dal canto suo ne fece murare gli sbocchi per evitare che gli assedianti li sfruttassero come passaggi per introdursi in città. E così per lunghi secoli gli acquedotti di Roma non furono più ripristinati. C’erano di nuovo i pozzi che raggiungevano la falda, per dissetare e lavare una Roma in piena, cupa e vertiginosa decadenza. Fu solo nel 1585 che Papa Sisto V nel 1585 decise di sfruttare le strutture dell’acquedotto di Alessandro Severo per edificare, dopo lunghi secoli, una nuova condotta di acqua. Non stupisce che, viziati e coccolati dall’abbondanza di un territorio con cui madre natura è stata generosa, i romani contemporanei si siano sollevati all’idea che, durante la lunga siccità del 2017, l’acqua potesse venir razionata e i “nasoni”, le tipiche fontanelle di strada, chiusi. Ma, al di là della mala gestione, degli abusi e dei problemi tecnici, siamo nell’antropocene e il nostro nuovo nemico non avrà il viso truce di un generale barbaro ma avrà il nostro viso, liscio e pallido,  volutamente incurante dell’unico pianeta su cui può esistere.

Foto di copertina tratta da: Zingarate
Foto interna all’articolo tratta da: Zero

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